Mettiamo adesso piede in un luogo insolito del territorio, in via Portuense 317, altezza sottopasso ferroviario. Percorriamo un lungo corridoio che ci porta negli spazi sotterranei di un ex drugstore, un supermercato aperto h24, oggi trasformato in un museo antiquario delle vie Campana e Portuense: il Drugstore Museum.

La sua storia ci porta indietro in un passato recente. È il 14 aprile 1966 e sono in corso gli sbancamenti per la costruzione di uno stabile; le benne meccaniche intercettano i resti di una necropoli romana. Quando la Soprintendenza viene avvertita, è ormai troppo tardi: la necropoli è stata demolita. Si riescono a salvare soltanto due tombe: un colombario, cioè uno stanzone rettangolare con ordinate file di loculi; e un più piccolo sepolcro familiare.

Il colombario ― in uso dalla fine del I secolo d.C. all’inizio del III ― ha le pareti interne organizzate in quattro file di nicchiette ad arco, per la deposizione delle urne cinerarie. I nomi incisi sugli intonaci, spesso stranieri, rivelano una comunità variegata di artigiani, mercanti, barcaioli, scaricatori e pescivendoli, tutti legati al porto fluviale.

L’altro sepolcro è una camera quadrata, scavata nel tufo. Una moneta di Caronte in bocca a un defunto ci porta esattamente nell’anno 196. Nella parete di fondo c’è una grande conchiglia in stucco che avvolge la nicchia del pater familias, il capofamiglia. Accanto, sulle due pareti laterali, sono deposte in nicchiette le urne dei suoi parenti e affini.

I restauri del 1982 rivelano affreschi coloratissimi. Ma è sul pavimento che affiora una terribile meraviglia: un mosaico in tessere bianche e nere, che racconta il mito della ninfa Ambrosia e tramanda ai posteri, per metafora, il racconto di femminicidio di diciannove secoli fa.

Centralmente è rappresentato il personaggio di Licurgo, che nella mitologia greca è l’avversario di Dioniso, il Bacco dei Romani. Licurgo, ubriaco e folle durante la vendemmia, dice di amare la ninfa e l’assale, intenzionato a violarla. E quando Ambrosia lo respinge, Licurgo brandisce una scure: se Ambrosia non può essere sua, non sarà di nessun altro.

In quel momento Ambrosia invoca gli dèi, chiedendo loro la salvezza. Ma gli dèi non possono cancellare il male dal mondo: al più possono attutirne il dolore e cancellarne il ricordo. All’istante, gli dèi la trasformano in un tralcio di vite. Dalle ferite sgorga rosso sangue, che diviene rosso nettare di vino. Da allora chi beve vino non ha il potere di evitare il male del mondo, ma ha il potere di dimenticarlo. A chi beve vino, il male non fa più male.

Dal restauro emergono altre sorprese: tre sepolcri più piccoli, un “recinto” (un giardinetto destinato a umili sepolture, con le urne deposte nella terra nuda) e una cucina funeraria per i banchetti in ricordo dei defunti. Nel 1983, terminati i lavori nella necropoli, apre al pubblico un autosalone plurimarche, organizzato come un grande open space con le tombe romane a fare da spettacolare cornice alle vetture in vendita.

Ma è negli anni Novanta che all’autosalone subentra una nuova attività commerciale: un drugstore, un innovativo supermercato all’americana aperto 24 ore su 24 e dotato di una speciale licenza per vendere ogni genere di prodotto. È forse il primo supermercato aperto a Roma anche la notte.

L’open space si popola di affollate scansie e le tombe della necropoli entrano a far parte della quotidianità del quartiere. Deve essere un’esperienza davvero fuori dal comune incontrare la Storia districandosi con il carrello della spesa tra il bancone dei surgelati e le offerte speciali… l’esperimento pare a molti una riuscita frontiera della democrazia.

Ma è proprio in questa fase che emergono però anche i problemi: la convivenza tra la necropoli ― la città dei morti ― e le attività dei vivi non sempre è facile. Specie nelle ore notturne e nella stagione fredda, il drugstore diventa il bivacco degli sbandati e persino un richiamo per attività poco chiare. Non passa molto che la struttura chiude, riapre nei primi anni Duemila e poi, definitivamente, chiude.

Nel frattempo, avvengono altri ritrovamenti. Appena fuori dal drugstore, nel giardino del vicino ristorante La Carovana, affiora un secondo colombario, restaurato nel 2006. Un’epigrafe ci trasmette il nome di Zithace, impresario funebre e costruttore dell’edificio di cinque stanze, dai pavimenti in mosaico bianco e nero. Gli intonaci racchiudono preziose decorazioni a fresco: un ippocampo ― un cavallo marino ― è dipinto con grande cura.

Accanto c’è un altro sepolcro familiare, dedicato da Atilius Abascantus a sua moglie Atilia Romana, raffigurata in un mosaico.

Il drugstore riapre nel 2011, dopo un delicato intervento di ristrutturazione. La scelta è drastica ma necessaria: viene alzato un muro, che divide nettamente gli spazi commerciali per i vivi dagli spazi dei defunti. Torna la quiete. Le attività riprendono con orari e tipologie ordinarie: oggi c’è un ristorante, uno store di elettronica, un negozio di moda e uno per motociclisti.

La parte archeologica, ribattezzata Drugstore Museum, diventa un innovativo museo antiquario del territorio, caratterizzato dalla libertà di innovare tipica dei piccoli musei: la necropoli non è più la quinta scenica di qualcos’altro, ma il corpo centrale del museo.

Passo dopo passo, alle tombe romane si affiancano i tesori archeologici restituiti dalle vie Portuense e Campana, con un itinerario dalla preistoria alle soglie del Medioevo: ci sono la teca climatizzata con l’uomo della Muratella, i mosaici delle vicine terme, e non mancano spazi per la didattica, eventi e mostre. Il piccolo museo del territorio offre dal 2020 un allestimento rinnovato.


(aggiornato il 2 Agosto 2021)


È il curatore di questo portale. Fa di tutto un po’: scrive, mette on line e cerca nuove idee.