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In aggior­na­men­to.

 

 

  1. — Ritro­va­men­ti del 1996

 

Il Trat­to di Via Cam­pa­na al km 17,500 del­la moder­na Via Por­tuen­se è un via­dot­to soprae­le­va­to sor­ret­to da pon­ti di pie­tra, costrui­to con tec­ni­che simi­li a quel­le degli acque­dot­ti.

Al momen­to del­la sco­per­ta, nel 1996, vie­ne scam­bia­to per una con­dot­ta idri­ca, anche per­ché la car­reg­gia­ta era ormai spo­glia dei baso­li. Gli sca­vi del 2001 e gli appro­fon­di­men­ti del­la Tuc­ci­mei (2008) ne han­no inve­ce per­mes­so la cor­ret­ta inter­pre­ta­zio­ne: si trat­ta di una soprae­le­va­zio­ne rea­liz­za­ta al tem­po di Tra­ia­no (I sec. d.C.), con cui la stra­da supe­ra una palu­de idro­ter­ma­le, inte­res­sa­ta da con­ti­nue fuo­riu­sci­te di fan­ghi, vapo­ri e gas, tal­vol­ta tos­si­ci. Lo stra­to arcai­co è sta­to data­to con il meto­do del car­bo­nio e risa­le all’anno 643 a.C. Gli archeo­lo­gi han­no indi­vi­dua­to, poco distan­te, anche una necro­po­li e un impian­to rura­le.

 

 

  1. — La palu­de, un var­co per l’Inferno

 

L’area di sca­vo si tro­va in loca­li­tà Fie­ra di Roma, ad una quo­ta di pia­no di cam­pa­gna fra +2 e +5 m s.l.m., che ha oggi l’aspetto uni­for­me del­la pia­nu­ra di boni­fi­ca rea­liz­za­ta sot­to il fasci­smo. Non era così, però, nell’antichità.

Lo stra­to di boni­fi­ca sovra­sta com­ple­ta­men­te le strut­tu­re archeo­lo­gi­che: si com­po­ne di ter­ra di ara­tu­ra, ter­ra di ripor­to e di un fon­do limo­so-argil­lo­so di colo­re gri­gia­stro por­ta­to da un’alluvione recen­te, pro­ba­bil­men­te quel­la del 1915. Al di sot­to tro­via­mo uno stra­to di argil­la com­pat­ta blu-nera­stra su cui scor­re la fal­da super­fi­cia­le, insie­me a sedi­men­ti allu­vio­na­li del paleo­suo­lo pre­ro­ma­no: è in que­sto stra­to che si tro­va la Via Cam­pa­na.

Anco­ra più sot­to, però, tro­via­mo uno stra­to pro­fon­do che i geo­lo­gi chia­ma­no Fon­do­val­le tibe­ri­no, cioè quel­lo stret­to e pro­fon­do canyon, sca­va­to subi­to dopo l’ultima gla­cia­zio­ne dal fiu­me Teve­re, che scen­de giù in pro­fon­di­tà fino a 60 – 70 m sot­to il livel­lo del mare. Il Fon­do­val­le tibe­ri­no (chia­ma­to anche paleo-alveo) non coin­ci­de con l’alveo attua­le del fiu­me (che scor­re alcu­ne cen­ti­na­ia di metri più a sud, ed è mol­to meno inci­so) e si com­po­ne di sedi­men­ti olo­ce­ni­ci di note­vo­le spes­so­re, e, solo nel­la par­te supe­rio­re pre­sen­ta gli ele­men­ti del­la pia­nu­ra costie­ra recen­te del­la Cam­pa­gna Roma­na con depo­si­ti mari­ni, duna­ri, lagu­na­ri e allu­vio­na­li dell’Olocene.

La carat­te­ri­sti­ca di que­sto stra­to pro­fon­do, sep­pur spes­so, è di non esse­re del tut­to imper­mea­bi­le e di costi­tui­re all’occorrenza una val­vo­la di sfo­go per le espul­sio­ni di acque, fan­ghi, vapo­ri e gas ter­ma­li del­le c.d. atti­vi­tà fina­li del Vul­ca­no dei Col­li Alba­ni. Nel Lazio si cono­sco­no altri pun­ti come que­sto: le Acque Albu­le, Cava dei Sel­ci, l’Acqua Ace­to­sa Lau­ren­ti­na, Ardea, la Zol­fo­ra­ta di Pome­zia e Tor Cal­da­ra di Lavi­nio. In epo­ca roma­na dun­que il suo­lo dove­va quin­di offri­re uno sce­na­rio ben diver­so dall’attuale, dai carat­te­ri luci­fe­ri­ni: sbuf­fi di gas e acque mine­ra­liz­za­te, poz­ze di acque bul­li­can­ti spes­so a ele­va­te tem­pe­ra­tu­re, cir­con­da­te da cro­ste cal­ca­ree, pati­ne fer­ru­gi­no­se e depo­si­ti di mine­ra­li sul­fu­rei e cri­stal­li di ges­so.

La super­fi­cie pia­neg­gian­te si apri­va in improv­vi­se depres­sio­ni coni­che pro­fon­de alcu­ni metri e lar­ghe una deci­na, che rap­pre­sen­ta­va­no i cami­ni di fuo­riu­sci­ta dei mate­ria­li idro­ter­ma­li. Gli archeo­lo­gi, in que­sto trat­to di sca­vo, ne han­no indi­vi­dua­te ben 10, distan­ti tra loro varia­bil­men­te tra i 30 e i 100 metri. Tut­ta l’area comun­que dove­va appa­ri­re but­te­ra­ta di con­ti­nui sali­scen­di, e appa­ri­re avvol­ta di una neb­bia irrea­le, che in occa­sio­ne di feno­me­ni par­ti­co­lar­men­te inten­si, dove­va ave­re livel­li di tos­si­ci­tà ele­va­ti, tali da ucci­de­re a vol­te gli ani­ma­li in tran­si­to. Una descri­zio­ne di que­sto luo­go palu­do­so inte­res­sa­to da feno­me­ni di risor­gi­ve tos­si­che, sem­bre­reb­be esser­vi in Vitru­vio (3, 3, 17): «[In] Via Cam­pa­na […] est lucus in quo fons ori­tur; ibi­que avium et lacer­ta­rum reli­qua­rum­que ser­pen­tium ossia iacen­tia appa­rent». Ma l’iscrizione è abba­stan­za con­tro­ver­sa.

È faci­le comun­que imma­gi­na­re che i Roma­ni, e pri­ma di loro Etru­schi e ita­li­ci, abbia­no attri­bui­to alla palu­de idro­ter­ma­le carat­te­ri di luo­go male­det­to, raf­fi­gu­ran­do­lo come un natu­ra­le pun­to di comu­ni­ca­zio­ne fra il mon­do degli Infe­ri e quel­lo dei vivi, e per que­sto da evi­ta­re, o da oltre­pas­sa­re in fret­ta se pro­prio non si pote­va evi­ta­re.

La stu­dio­sa Ser­lo­ren­zi ha ipo­tiz­za­to che la Via Cam­pa­na arcai­ca finis­se gros­so­mo­do qui, a due pas­si dal mare, sen­za rag­giun­ger­lo. Come det­to, gli uomi­ni non dove­va­no recar­vi­si con pia­ce­re, e si pote­va incon­tra­re qui sola­men­te la comu­ni­tà abbru­ti­ta dei cava­to­ri di sale. A loro ser­vi­zio dove­va­no esser­vi un siste­ma di pas­sa­rel­le sor­ret­te da pali, o for­se più in là nel tem­po un siste­ma di pon­ti in legno.

I resti emer­si duran­te lo sca­vo non risal­go­no comun­que alla fase arcai­ca del­la Via Cam­pa­na, ma ai rifa­ci­men­ti in pie­tra di Epo­ca tra­ia­nea (fine I sec. – ini­zio II sec. d.C.), a loro vol­ta sovrap­po­sti agli inter­ven­ti dell’Imperatore Clau­dio di mez­zo seco­lo pre­ce­den­ti. In que­sto set­to­re l’antica Via si svi­lup­pa da N-E a S-O, con un trac­cia­to e una dire­zio­ne diver­si dal­la Via Por­tuen­se moder­na (che segue un asse da E a O). L’angolo tra le due vie è di cir­ca 35° (il pun­to di inci­den­za tra le due arte­rie è al km 17,500 del­la Por­tuen­se moder­na). Que­sto aspet­to ha mes­so in cri­si il luo­go comu­ne che vuo­le il per­cor­so anti­co, se non pro­prio sovrap­po­sto, quan­to­me­no paral­le­lo al per­cor­so moder­no.

L’area vie­ne indi­vi­dua­ta nel 1996 e a fine decen­nio e nel 2005 ven­go­no effet­tua­te del­le pro­spe­zio­ni archeo­lo­gi­che in trin­cea, che per­met­to­no agli archeo­lo­gi di risa­li­re fino al paleo­suo­lo natu­ra­le fer­ru­gi­no­so. Da segna­la­re che nel cor­so degli sca­vi archeo­lo­gi­ci l’attività del­le risor­gi­ve, lun­gi dall’essere sto­ri­ca­men­te con­clu­sa, è rie­mer­sa, con una pol­la di for­ma coni­ca pro­fon­da mez­zo metro, che ha pro­vo­ca­to la fuo­riu­sci­ta di acqua mista a ani­dri­de car­bo­ni­ca (con cir­ca il 25% di CO2): del resto fuo­riu­sci­te occa­sio­na­li di acque mine­ra­liz­za­te sono effet­ti­va­men­te sta­te segna­la­te in zona.

 

 

  1. — I 13 pon­ti

 

L’asse via­rio anti­co è costrui­to in ele­va­to, come un moder­no via­dot­to, sor­ret­to da una sequen­za di pon­ti.

Il via­dot­to è sostrui­to da due muri di con­te­ni­men­to late­ra­li in mate­ria­le cemen­ti­zio, con para­men­to in ope­ra reti­co­la­ta con cubi­lia di tufo, in alcu­ni casi di diver­so colo­re. I muri di con­te­ni­men­to sono muni­ti di con­traf­for­ti ester­ni, posti a cir­ca 4,50 metri di distan­za l’uno dall’altro.

L’impalcato stra­da­le misu­ra 5,30 metri. Uno dei moti­vi per cui il via­dot­to è sta­to in un pri­mo tem­po con­fu­so con un acque­dot­to è che la sede stra­da­le ha subì­to, pro­ba­bil­men­te in epo­ca medie­va­le, una spo­lia­zio­ne del­la ori­gi­na­ria pavi­men­ta­zio­ne in baso­li di sel­ce, per cui, del­la pavi­men­ta­zio­ne riman­go­no solo i livel­li di pre­pa­ra­zio­ne (stra­ti di ter­ra alter­na­ti a stra­ti di ghia­ia).

Il trac­cia­to inter­se­ca in una deci­na di pun­ti le depres­sio­ni idro­ter­ma­li del paleo­suo­lo. In cor­ri­spon­den­za del­le depres­sio­ni la Via adot­ta la solu­zio­ne inge­gne­ri­sti­ca del pon­te, a cam­pa­ta uni­ca, oppu­re a dop­pio for­ni­ce con pilo­ne cen­tra­le. Ne sono sta­ti com­ples­si­va­men­te indi­vi­dua­ti 13.

I pon­ti han­no spal­le in cal­ce­struz­zo, rive­sti­te inter­na­men­te da bloc­chi di tufo. Al di sopra dei bloc­chi si impo­sta una vol­ta a bot­te muni­ta di costo­la­tu­re late­ri­zie di rin­for­zo. La vol­ta è rifi­ni­ta in fac­cia­ta da archi con ghie­re, anch’esse in late­ri­zio, di cui riman­go­no i resti del­le reni.

Tra i pon­ti, quel­lo di mag­gio­ri dimen­sio­ni è il n. 9, che supe­ra ben due pol­le idro­ter­ma­li rav­vi­ci­na­te. La strut­tu­ra pre­sen­ta una tec­ni­ca costrut­ti­va dif­fe­ren­te dagli altri pon­ti, con fon­da­zio­ni rea­liz­za­te in cas­sa­for­ma (con anco­ra visi­bi­li le impron­te di tavo­lo­ni ver­ti­ca­li in legno), con una get­ta­ta di con­glo­me­ra­to cemen­ti­zio con cœmen­ta lega­ti da mal­ta poz­zo­la­ni­ca. Sul Pon­te n. 9 sono ben visi­bi­li i segni di nume­ro­si inter­ven­ti di restau­ro (tan­to da non con­sen­ti­re agli archeo­lo­gi di rico­struir­ne la fisio­no­mia ori­gi­na­ria): ciò indi­ca che l’attività del­le due pol­le idro­ter­ma­li dove­va esse­re par­ti­co­lar­men­te inten­sa. L’ipotesi è che comun­que il Pon­te n. 9 aves­se due con­dot­ti late­ra­li e una pila cen­tra­le in strut­tu­ra pie­na, for­se alleg­ge­ri­ta da un occhio­ne.

I restau­ri sul Pon­te n. 9 deb­bo­no esse­re anda­ti avan­ti per tut­ta l’epoca clas­si­ca, e anche in epo­ca tar­da deve esser­si pro­ce­du­to ad inter­ven­ti più gros­so­la­ni, nel ten­ta­ti­vo di riem­pi­re le pol­le o di aggi­rar­le con devia­zio­ni del trac­cia­to. Gli archeo­lo­gi han­no in effet­ti riscon­tra­to mal­de­stri ten­ta­ti­vi di riem­pi­men­to con di mate­ria­li iner­ti e la pre­sen­za di pian­ci­ti (viot­to­li di aggi­ra­men­to in pez­za­me di tufo).

 

 

  1. — La data­zio­ne al car­bo­nio

 

Le ope­re di fon­da­zio­ne del Pon­te n. 9, per la sup­po­sta viru­len­za del­le due pol­le con­ti­gue che le inve­sto­no, sono sta­te sca­va­te in pro­fon­di­tà, al fine di rile­va­re la stra­ti­gra­fia dei depo­si­ti car­bo­na­ti­ci e per­met­te­re, con il sup­por­to dei geo­lo­gi, la data­zio­ne al car­bo­nio.

I rilie­vi han­no indi­vi­dua­to quat­tro diver­si livel­li di incro­sta­zio­ni mine­ra­li: uno più anti­co (taglia­to dal­le strut­tu­re di fon­da­zio­ne, quin­di ante­rio­re ad esse), un secon­do e un ter­zo coe­vi all’utilizzo del­la stra­da (uno infe­rio­re rela­ti­vo alle pri­me fasi di uti­liz­zo, e uno supe­rio­re più tar­do), e infi­ne un quar­to (suc­ces­si­vo all’abbandono del trac­cia­to, in Epo­ca rina­sci­men­ta­le).

È sta­to costi­tui­to un pool mul­ti­di­ci­pli­na­re di stu­dio­si (Pao­la Tuc­ci­mei, Miche­le Soli­go, Anto­nia Amol­dus-Huy­zend­veld, Cin­zia Morel­li, Andrea Car­bo­na­ra, Mari­le­na Tede­schi, Gui­do Gior­da­no), cui è sta­to affi­da­to il com­pi­to di inda­ga­re i sedi­men­ti e data­re al car­bo­nio il 2° e il 3° livel­lo (cioè i due con­tem­po­ra­nei all’utilizzo del­la stra­da). Sono sta­ti quin­di pre­le­va­ti dei cam­pio­ni, e invia­ti al Labo­ra­to­rio di Geo­lo­gia Iso­to­pi­ca dell’Università di Ber­na in Sviz­ze­ra, dove sono sta­ti ana­liz­za­ti con il meto­do det­to U/​Th (fra­zio­na­men­to degli iso­to­pi di ura­nio e torio). I cam­pio­ni sono sta­ti maci­na­ti, lava­ti, mes­si in solu­zio­ne con spi­ke con­te­nen­te iso­to­pi di ura­nio e torio e di segui­to sono sta­ti cal­co­la­ti i c.d. rap­por­ti di atti­vi­tà. L’analisi spet­tro­me­tri­ca ha così dato il suo respon­so.

Lo stra­to n. 2, il più anti­co, ha un’età media di 2650 anni e risa­li­reb­be all’anno 643 a.C. (si ricor­di comun­que che la data­zio­ne al car­bo­nio pre­sen­ta un mar­gi­ne di erro­re di ±250 anni). In quell’anno dun­que la Via Cam­pa­na già esi­ste­va.

Lo stra­to n. 3, il più recen­te, ha un’età media di 1025 anni e risa­li­reb­be all’anno 982 d.C.: nel­la fase più buia del Medioe­vo la Via Por­tuen­se-Cam­pa­na era anco­ra affio­ran­te in super­fi­cie, non anco­ra som­mer­sa dai detri­ti allu­vio­na­li.

 

 

  1. — Ritro­va­men­ti del 2001

 

Il 3° trat­to di Via Cam­pa­na archeo­lo­gi­ca­men­te noto si tro­va sul­la destra del­la Via Por­tuen­se moder­na, al km 17,500 in loca­li­tà Tor­re del­la Bufa­lo­ra (Fie­ra di Roma).

L’opera – ripor­ta­ta in luce nel 2001 per 130 m – attra­ver­sa tut­te le fasi del­la lun­ga vita del­la stra­da (dal perio­do arcai­co all’edificazione medie­va­le del­la tor­re sema­fo­ri­ca), repli­can­do la for­ma del via­dot­to su pon­ti già visto nel 2° trat­to. In que­sto pun­to, lo ricor­dia­mo, si tro­va una faglia idro­ter­ma­le, che gli abi­li costrut­to­ri roma­ni supe­ra­ro­no ele­van­do la stra­da su arca­te. L’importanza del­lo sca­vo risie­de però nel rin­ve­ni­men­to ecce­zio­na­le di una fos­sa, sor­ta di alta­re-depo­si­to sot­ter­ra­neo dedi­ca­to al genius loci, Net­tu­no, nin­fe e demo­ni. La pre­sen­za di una tibia uma­na ha ria­per­to un anti­co dibat­ti­to: si pra­ti­ca­va­no sacri­fi­ci uma­ni a Roma in occa­sio­ne del­la costru­zio­ne di pon­ti?

 

 

  1. — La fos­sa di fon­da­zio­ne

 

Lo sca­vo vie­ne con­dot­to tra il 2000 e il 2001, a segui­to di son­dag­gi per la costru­zio­ne di alcu­ni padi­glio­ni del­la Fie­ra di Roma e del loca­le sta­dio. L’indagine – diret­ta da Mirel­la Ser­lo­ren­zi, con G. Ric­ci e A. De Tom­ma­si – por­ta alla luce un trat­to di via­dot­to sor­ret­to da pon­ti ad arco, del­la lun­ghez­za di 130 metri, con cui l’antica Via Por­tuen­sis pro­se­gue il dif­fi­ci­le attra­ver­sa­men­to del­la faglia idro­ter­ma­le al km 17,500.

Lo sca­vo è sta­to svol­to in tre sezio­ni. Il Sag­gio A ha inda­ga­to un pon­te (Pon­te n. 1), inter­rot­to non appe­na ci si è resi con­to che il pon­te era ugua­le ad altri 12 pon­ti del 2° trat­to. Lo stes­so è avve­nu­to per il Sag­gio B, dove i pon­ti tro­va­ti sono sta­ti ben 2 (Pon­te n. 2 e Pon­te n. 3). Di par­ti­co­la­re impor­tan­za si è inve­ce rive­la­to il Sag­gio C, con­dot­to a mag­gio­re pro­fon­di­tà fino a rag­giun­ge­re la via­bi­li­tà di Epo­ca medio-repub­bli­ca­na, data­bi­le tra fine IV e ini­zi III sec. a.C.

In esso è sta­to rin­ve­nu­to un depo­si­to di mate­ria­li, iden­ti­fi­ca­to come una fos­sa di fon­da­zio­ne, con­te­nen­te al suo inter­no i resti del sacri­fi­cio di espia­zio­ne per la costru­zio­ne dell’opera, offer­ti in dono alle divi­ni­tù. Più pre­ci­sa­men­te, il depo­si­to è costi­tui­to da due fos­se sovrap­po­ste: la pri­ma misu­ra 2,60 × 7,80 m (pro­fon­di­tà 30 cm); la secon­da 2,00 × 6,35 m (pro­fon­di­tà 11 cm).

Gli ogget­ti ritro­va­ti (tut­ti coe­ren­ti per fascia cro­no­lo­gi­ca: fine IV – pri­mo tren­ten­nio del III sec. a.C.) sono: fram­men­ti di uno stru­men­ta­rio di ogget­ti cera­mi­ci per la liba­gio­ne e il ban­chet­to; piat­tel­li, cop­pet­te minia­tu­ri­sti­che e bru­ciain­cen­si per le offer­te voti­ve; una mone­ta; una con­chi­glia; un chio­do; un osso uma­no. Cia­scu­no di essi, come si vedrà, ha un signi­fi­ca­to ritua­le pre­ci­so.

Lo stru­men­ta­rio è assai ric­co e com­ple­to: un mor­ta­io da cuci­na (per tri­tu­ra­re i cibi), un baci­le (per con­te­ne­re i cibi non anco­ra cuci­na­ti), pen­to­le e coper­chi (per la bol­li­tu­ra), broc­che, anfo­re, sky­phos e cop­pe (per la mesci­ta di acqua e vino). Lo stru­men­ta­rio voti­vo si com­po­ne di piat­tel­li cera­mi­ci (Ø cm 14) di tipo Genu­ci­lia a figu­re ros­se, cop­pet­te minia­tu­ri­sti­che in cera­mi­ca a ver­ni­ce ros­sa o nera, alcu­ne del­le qua­li a for­ma di thy­mia­te­rion (bru­cia­to­re di essen­ze). La con­chi­glia (con­cha) è una con­chi­glia di mare (Cera­sto­der­ma glau­cum). Il chio­do (con bor­chiet­ta) è in fer­ro. La mone­ta è un bron­zo roma­no-cam­pa­no (serie RRC 16 data­bi­le tra il 300 e il 270 a.C.). Infi­ne, l’osso uma­no è una tibia di un maschio adul­to, con epi­fi­si incom­ple­te, cioè pri­va dei rigon­fia­men­ti alle due estre­mi­tà.

Gli archeo­lo­gi san­no che sca­va­re le fon­da­men­ta è estre­ma­men­te dif­fi­ci­le. Per­ché allo­ra come oggi nel­le fon­da­zio­ni si get­ta­va di tut­to e di più, sen­za anda­re mol­to per il sot­ti­le con la qua­li­tà dei mate­ria­li, pre­oc­cu­pan­do­si più che altro di riem­pi­re in fret­ta, pri­ma che qual­che spi­ri­tel­lo appro­fit­tas­se del sol­co aper­to nel­la ter­ra per eva­de­re dall’Oltretomba. Per lo più quin­di, gli archeo­lo­gi ritro­va­no nel­le fon­da­men­ta mate­ria­li ete­ro­ge­nei e ripe­ti­ti­vi, del­le epo­che più dispa­ra­te, di mode­stis­si­mo valo­re. Nel­lo sca­vo sul­la Via Cam­pa­na sia­mo inve­ce di fron­te a fon­da­men­ta puli­te, dove sono sta­ti rin­ve­nu­ti uno scar­so nume­ro dei reper­ti, con­cen­tra­ti nel­la sola fos­sa. La natu­ra estre­ma­men­te sele­zio­na­ta dei reper­ti (un uni­co esem­pla­re per ogni tipo) ha per­mes­so di inter­pre­ta­re la depo­si­zio­ne come volon­ta­ria. E ha aper­to il dibat­ti­to sul suo signi­fi­ca­to, lascian­do il cam­po agli antro­po­lo­gi e agli stu­dio­si del­la pri­mi­ti­va reli­gio­si­tà roma­na.

 

 

  1. — Il ritua­le del­la Via Cam­pa­na

 

Uno stu­dio di Tuc­ci­mei (2007) met­te in luce le pre­ca­rie con­di­zio­ni idro­geo­lo­gi­che del ter­re­no al km 17,500: 60 – 70 m più sot­to c’è la faglia del Fon­do­val­le tibe­ri­no, da cui affio­ra­no, a caden­ze perio­di­che, fan­ghi, vapo­ri e gas. La stu­dio­sa ne con­clu­de però che costrui­re una stra­da in una palu­de inte­res­sa­ta da feno­me­ni di ter­ma­li­smo, per quei pro­fon­di cono­sci­to­ri dell’arte del­le stra­de che sono i Roma­ni, non è affat­to un tabù sul pia­no tec­ni­co: la solu­zio­ne del via­dot­to ret­ti­li­neo pog­gia­to su pon­ti in pie­tra è anzi con­vin­cen­te sul pia­no inge­gne­ri­sti­co e garan­ti­sce un’opera dure­vo­le nel tem­po.

Ma la situa­zio­ne è ben diver­sa se si pas­sa dal­la geo­lo­gia all’antropologia. Qua­si a pro­se­gui­re lo stu­dio del­la Tuc­ci­mei, la Ser­lo­ren­zi rile­va che i tabù infran­ti sono mol­ti. Un pri­mo tabù è la costru­zio­ne di un pon­te: secon­do la reli­gio roma­na uni­re ciò che la natu­ra ha sepa­ra­to è un atto mol­to deli­ca­to, che sov­ver­te l’ordine natu­ra­le e, arre­can­do un’offesa agli spi­ri­ti del luo­go, richie­de un atto di espia­zio­ne. Un secon­do tabù è che il pon­te non uni­sce lem­bi di ter­ra asciut­ta, ma attra­ver­sa­va un acqui­tri­no sal­ma­stro, ren­den­do neces­sa­rio anche ricon­ci­liar­si con Net­tu­no, nume tute­la­re del­le Sali­ne. Un ter­zo tabù è che nell’acquitrino ci sono del­le sor­gen­ti: chiu­de­re le pol­le o imbri­gliar­le tra pilo­ni e cas­se­for­me, richie­de di con­fron­tar­si anche con le capric­cio­se Nin­fe, divi­ni­tà del­le fon­ti. Infi­ne, un quar­to tabù è la pre­sen­za di acque bul­li­can­ti, che, gene­ra­te dal­le pro­fon­di­tà dell’Ade, avver­to­no cir­ca la pre­sen­za di un peri­co­lo­so cor­ri­do­io fra mon­do dei vivi e mon­do dei mor­ti, da cui è leci­to aspet­tar­si la fuo­riu­sci­ta di demo­ni e iat­tu­re.

La Ser­lo­ren­zi ne con­clu­de che costrui­re non un pon­te solo, ma una sequen­za di pon­ti, su acque insie­me con­sa­cra­te, sor­gi­ve e male­det­te è dav­ve­ro un gros­so pro­ble­ma per la comu­ni­tà, che entra in con­flit­to con­tem­po­ra­nea­men­te con quat­tro ordi­ni di divi­ni­tà del pan­theon arcai­co: genius loci, Net­tu­no, Nym­phæ e demo­ni. Per risol­ver­lo, secon­do la stu­dio­sa, è sta­to svol­to lun­go la Via Cam­pa­na uno straor­di­na­rio rito di espia­zio­ne, un super-rito che uni­sce i carat­te­ri dei riti riser­va­ti alle sin­go­le divi­ni­tà.

Il ceri­mo­nia­le, secon­do la stu­dio­sa, si è svol­to in gior­na­te diver­se, seguen­do una uni­ca regia coor­di­na­ta da un pon­te­fi­ce: una pri­ma vol­ta in for­ma solen­ne ad ini­zio del­le ope­re per la puri­fi­ca­zio­ne del suo­lo, per poi esse­re ripe­tu­to in for­ma ridot­ta per cia­scun pon­te da costrui­re. Il ser­vi­zio cera­mi­co uti­liz­za­to per la pri­ma vol­ta, al ter­mi­ne dev’essere sta­to fran­tu­ma­to e con­ser­va­to in fram­men­ti sele­zio­na­ti dal pon­te­fi­ce, inca­ri­ca­to di ricom­por­lo per par­ti in cia­scun pon­te (pars pro toto).

L’ipotesi è che un così com­ples­so ceri­mo­nia­le, capa­ce di sco­mo­da­re così tan­te divi­ni­tà insie­me, e per un così gran­de nume­ro di vol­te, non pote­va non lascia­re un segno per­ma­nen­te nel ter­re­no. Soc­cor­re qui Var­ro­ne, che spie­ga che i segni nel ter­re­no pos­so­no esse­re di tre tipi: alta­ri se si sco­mo­da­no divi­ni­tà cele­sti, are per quel­le del­la ter­ra, e fos­se per le divi­ni­tà del sot­to­stuo­lo: «Alta­ria ab alti­tu­di­ne sunt dic­ta, quod anti­qui diis supe­ris in ædi­fi­ciis a ter­ra exal­ta­tis sacra facie­bant; diis ter­re­stri­bus in ter­ra; diis infer­na­li­bus in effos­sa ter­ra». Dei quat­tro desti­na­ta­ri del ceri­mo­nia­le, due (Nin­fe e demo­ni) han­no sicu­ra­men­te un carat­te­re cto­nio, e Net­tu­no e genius loci deb­bo­no aver­li segui­ti per attra­zio­ne. Come dice­va­mo, l’eccezionalità di que­sta inda­gi­ne archeo­lo­gi­ca è che la fos­sa di fon­da­zio­ne, con­te­nen­te doni per le divi­ni­tà del sot­to­suo­lo, sem­bre­reb­be esse­re sta­ta tro­va­ta.

 

 

  1. — Sacri­fi­ci uma­ni per costrui­re pon­ti?

 

Alla base del­la reli­gio roma­na vi è la pax deo­rum, ovve­ro il pat­to di rispet­to reci­pro­co tra uomi­ni e dèi che per­met­te a entram­bi di gode­re di esi­sten­ze sere­ne: chi vive in pace con gli dèi ne rice­ve bene­vo­lo soste­gno; chi muo­ve guer­ra agli dèi – e mal glie­ne incor­ra! – è ripa­ga­to con rap­pre­sa­glie, ven­det­te, e distru­zio­ni.

Tra le azio­ni che rom­po­no il pat­to con gli dèi vi sono tut­te quel­le che alte­ra­no l’integrità natu­ra­le, come ad esem­pio la costru­zio­ne di «ope­ra» (case, tem­pli, cit­tà ecc.), con­si­de­ra­ti una vio­len­za nei con­fron­ti degli spi­ri­ti del luo­go, un’invasione ingiu­sta. Anche la costru­zio­ne di stra­de rien­tra tra le ope­re inva­si­ve dell’equilibrio natu­ra­le. Ma l’infrastruttura oltrag­gio­sa per eccel­len­za è il pon­te, per la sua carat­te­ri­sti­ca di «uni­re ciò che è natu­ral­men­te sepa­ra­to». Costrui­re case, stra­de e pon­ti, secon­do la reli­gio roma­na, non è vie­ta­to; tut­ta­via l’atto costrut­ti­vo deve esse­re pron­ta­men­te ripa­ra­to con un atto di espia­zio­ne, chia­ma­to «pia­cu­la ope­ris faciun­di», cioè un rito di puri­fi­ca­zio­ne accom­pa­gna­to da un sacri­fi­cio, che assi­cu­ra in manie­ra retroat­ti­va l’assenso degli spi­ri­ti del luo­go, scon­giu­ran­do­ne la ven­det­ta.

Que­sti riti si decli­na­no in manie­ra diver­sa, secon­do la tipo­lo­gia e la gran­dez­za dell’opera da rea­liz­za­re. In par­ti­co­la­re, i riti per la costru­zio­ne di pon­ti con­si­sto­no in offer­te – offer­te incruen­te oppu­re con vit­ti­me –, e repli­ca­no il pri­mo rito effet­tua­to a Roma per la costru­zio­ne del Pon­te Subli­cio, duran­te il qua­le ven­ne­ro offer­te al Dio Teve­re del­le vit­ti­me uma­ne. La ceri­mo­nia era pre­sie­du­ta dal­lo stes­so costrut­to­re del pon­te, che pren­de il nome di pon­te­fi­ce (da «pon­tem face­re», secon­do la defi­ni­zio­ne di Var­ro­ne), ed era cele­bra­ta fino al III sec. a.C. con il nome di Sacri­fi­cia Argeo­rum (Pro­ces­sio­ne degli Argei), in cui ven­go­no get­ta­ti dal Pon­te Subli­cio, in sosti­tu­zio­ne degli uomi­ni, dei fan­toc­ci di giun­co (Plu­tar­co, Nume­ri 9, 6).

La stu­dio­sa M. Elia­de indi­vi­dua l’origine dei ritua­li di costru­zio­ne nel­la cre­den­za secon­do la qua­le la mor­te ritua­le, inter­rom­pen­do una vita non vis­su­ta inte­ra­men­te, può tra­sfe­ri­re la resi­dua vis (for­za) alla nuo­va costru­zio­ne. L’anima del­la vit­ti­ma, sep­pel­li­ta nel­le fon­da­men­ta del nuo­vo edi­fi­cio, con­ti­nua a vive­re nel nuo­vo cor­po archi­tet­to­ni­co, e ne diven­ta anche lo spi­ri­to guar­dia­no, impe­den­do la risa­li­ta dei demo­ni dal sot­to­suo­lo.

L’istituzione di sacri­fi­ci uma­ni risa­li­reb­be al tem­po del re Tar­qui­nio il Super­bo. Sche­le­tri rin­ve­nu­ti sot­to il muro peri­me­tra­le del­la Domus regia, nel­le Mura pala­ti­ne, nell’Equus Domi­tia­ni e al Car­ce­re mamer­ti­no atte­ste­reb­be­ro un’ampia dif­fu­sio­ne nell’VIII sec. a.C. Col tem­po il sacri­fi­cio uma­no è sta­to con­si­de­ra­to un atto estre­mo e aber­ran­te, fino al divie­to espli­ci­to, intro­dot­to dal con­so­le Bru­to. Tut­ta­via la sto­rio­gra­fia ricor­da una cer­ta casi­sti­ca di ucci­sio­ni ritua­li, di carat­te­re ecce­zio­na­le, avve­nu­te anche in tut­ta l’Epoca repub­bli­ca­na (negli anni 228, 215 e 113 a.C.), e Cice­ro­ne descri­ve il sacri­fi­cio di un fan­ciul­lo per­si­no duran­te la con­giu­ra di Cati­li­na. Per non par­la­re poi del­le accu­se di sacri­fi­ci uma­ni impu­ta­te agli adep­ti di reli­gio­ni sco­mo­de: Giu­dei (cfr. Giu­lia­no l’Apostata, II 89 ss.), Bac­can­ti (Livio XXXIX 13, 13) e Cri­stia­ni (Pli­nio Ep. X, 96, 7). I sacri­fi­ci uma­ni ven­go­no defi­ni­ti­va­men­te ban­di­ti da un sena­to­con­sul­to del 97 a.C., e il fat­to che una leg­ge abo­li­sca una cosa già con­si­de­ra­ta vie­ta­ta la dice lun­ga sul fat­to che, di tan­to in tan­to, se ne face­va anco­ra qual­cu­no.

Di pari pas­so gli anti­chi riti cruen­ti ven­go­no via via addol­ci­ti con ucci­sio­ni sim­bo­li­che, come i «simu­la­cra» (sor­ta di bam­bo­le) offer­te ai Lari in occa­sio­ne dei Com­pi­ta­lia, o anco­ra altri sur­ro­ga­ti, come i pisci­cu­li, gli oscil­la e i sigil­la.

 

 

  1. — Ritro­va­men­to di una tibia: paro­la agli antro­po­lo­gi

 

Ad un pri­mo esa­me, dun­que, l’osso di tibia del­la Via Cam­pa­na – ritro­va­to tra due bloc­chi di tufo, vici­no al thy­mia­te­rion minia­tu­ri­sti­co – sem­bre­reb­be evo­ca­re sce­na­ri sini­stri nel Ter­ri­to­rio Por­tuen­se del IV sec. a.C., non anco­ra pie­na­men­te civi­liz­za­to e distan­te quan­to basta dall’Urbe da per­met­te­re qual­che ecce­zio­ne alle leg­gi degli uomi­ni in favo­re di quel­le degli dèi: una bar­ba­ra ripe­ti­zio­ne dell’antico ritua­le del Pon­te Subli­cio, insom­ma, offer­ta alle quat­tro divi­ni­tà del­la faglia idro­ter­ma­le.

E inve­ce lo sce­na­rio rico­strui­to dagli antro­po­lo­gi è ben diver­so, per­si­no raf­fi­na­to e civi­le: alle quat­tro divi­ni­tà por­tuen­si ven­go­no offer­te le ossa di un uomo già mor­to da tem­po (lo pro­ve­reb­be­ro le epi­fi­si del­la tibia man­can­ti), repli­can­do sì il rito del Pon­te Subli­cio in manie­ra tale da rispet­ta­re la leg­ge divi­na, ma in for­ma sim­bo­li­ca, cosic­ché anche la leg­ge degli uomi­ni fos­se rispet­ta­ta.

La stu­dio­sa Elia­de ne dà que­sta spie­ga­zio­ne: «La rap­pre­sen­ta­zio­ne ritua­le simu­la e ren­de pre­sen­te sim­bo­li­ca­men­te l’avvenimento: non annul­la il bene­fi­cio che si atten­de da quel­la auten­ti­ca, anzi la equi­va­le». L’anima agli edi­fi­ci vie­ne tra­smes­sa «per par­te­ci­pa­zio­ne», attra­ver­so una par­te sim­bo­li­ca (una tibia) di un cor­po viven­te, e que­sto è rite­nu­to suf­fi­cien­te per garan­ti­re allo stes­so tem­po la pax deo­rum e non fare del male a nes­su­no.

 

 

  1. — Una con­chi­glia in dono alle Nin­fe

 

Ma il pon­te non è che il pri­mo dei pro­ble­mi. Per­ché se il pon­te inca­te­na l’acqua, o i pilo­ni ne fra­zio­na­no le cor­ren­ti, allo­ra occor­re chie­de­re il per­mes­so anche al nume del­le acque.

La let­te­ra­tu­ra abbon­da di cita­zio­ni: Sta­zio (Silv. 4, 76 – 80) rac­con­ta di Domi­zia­no che fa sacri­fi­ci al fiu­me Vol­tur­no, all’atto di costruir­vi sopra un pon­te; nel­la Colon­na tra­ia­na c’è il dise­gno del sacri­fi­cio di un toro duran­te la costru­zio­ne di un pon­te sul Danu­bio. Due epi­so­di riguar­da­no diret­ta­men­te la sto­ria por­tuen­se. Sve­to­nio (Iul. 81) rac­con­ta il pas­sag­gio del Rubi­co­ne di Giu­lio Cesa­re con il segui­to dei suoi caval­li da guer­ra: Cesa­re li con­sa­cra al dio flu­via­le, costi­tuen­do­li in man­dria sacra, e ren­de poi ai caval­li la liber­tà, lascian­do­li vive­re bra­di agli Orti di Cesa­re. Taci­to (Ann. 6, 37, 2) rife­ri­sce che Vitel­lio, l’imperatore-arvale, costruen­do un pon­te sull’Eufrate, repli­ca ai con­fi­ni dell’Impero la ceri­mo­nia por­tuen­se del suo­ve­tau­ri­lia (il sacri­fi­cio di un maia­le, una peco­ra e un toro).

Le Sali­ne sul­la Via Cam­pa­na sono con­si­de­ra­te un’estensione del mare, e sono poste sot­to la pro­te­zio­ne del dio Net­tu­no (un’epigrafe rin­ve­nu­ta in un con­te­sto vici­no, ripor­ta la dedi­ca a Net­tu­no di due con­duc­to­res Cam­pi sali­na­rum roma­na­rum). Appa­re quin­di plau­si­bi­le che Net­tu­no sia, insie­me al genius loci, uno dei desti­na­ta­ri del super-rito: il dono del­la mone­ta sareb­be inter­pre­ta­bi­le come il pedag­gio al dio per il supe­ra­men­to del­le sue acque. Una cre­den­za richie­de­va il lasci­to di una mone­ta negli attra­ver­sa­men­ti angu­sti o comun­que peri­co­lo­si: una sor­ta di offer­ta per la buo­na riu­sci­ta del tran­si­to.

Ma vi è dell’altro. Il pon­te, che pas­sa sopra l’acqua, attra­ver­sa anche una plu­ra­li­tà di sor­gen­ti, e le boc­che del­le sor­gen­ti per dare sta­bi­li­tà al pon­te sono sta­te chiu­se o devia­te. Nul­la è infat­ti più sacro di una fon­te («Nul­lus enim fons non sacer»), e que­sto deve aver richie­sto nel super-rito anche l’ottenimento del con­sen­so del­le divi­ni­tà del­le acque sor­gi­ve, le Nin­fe (Nim­phæ).

Il ritro­va­men­to nel­la fos­sa del­la con­chi­glia, secon­do gli stu­dio­si, è inter­pre­ta­bi­le come un dono per le capric­cio­se divi­ni­tà, che secon­do la tra­di­zio­ne han­no una smo­da­ta cup­pi­di­gia di con­chi­glie.

Come ipo­te­si alter­na­ti­va alle Nin­fe, è pos­si­bi­le che i doni sacri sia­no per il dio Fons, nume tute­la­re di sor­gen­ti e cor­si d’acqua («deus qui flu­mi­ni­bus et fon­ti­bus præe­st»), tito­la­re di un pro­prio cul­to al VI miglio del­la Via Cam­pa­na. Le Nin­fe tut­ta­via appa­io­no più pro­ba­bi­li, per­ché Fons non ha un carat­te­re cto­nio. C’è da dire poi che nem­me­no gli anti­chi sape­va­no bene distin­gue­re le divi­ni­tà mino­ri lega­te all’acqua: un’epigrafe famo­sa dedi­ca­ta alle Nin­fe di Pog­gio Bagno­li reci­ta: «Nym­phæ, sive quo alio nomi­ne vol­tis appel­la­ri» (CIL XI, 1828). A voi, o Nin­fe! …o in qua­lun­que altro nome vi chia­mia­te.

 

 

  1. — Il chio­do, per fer­ma­re i demo­ni

 

L’ultimo tas­sel­lo di que­sto com­pli­ca­to caso di archeo­lo­gi­ca magi­ca e reli­gio­sa è il chio­do in fer­ro, con rela­ti­va bor­chiet­ta. Gli archeo­lo­gi chia­ri­sco­no subi­to che il chio­do è sta­to tro­va­to al di fuo­ri del­la fos­sa. Potreb­be esse­re sta­to mes­so lì inten­zio­nal­men­te, per chiu­der­la sim­bo­li­ca­men­te, ma potreb­be anche esse­re fini­to lì per caso: sul­le stra­de pas­sa­no mol­ti car­ri, che spes­so per­do­no qual­che pez­zo a for­ma di chio­do: come l’innesto di un timo­ne, l’ancoraggio del­le tirel­le dei caval­li, o par­te di un cal­za­re. Il vici­no ritro­va­men­to del thy­mia­te­rion (un bru­cia-essen­ze), spes­so pre­sen­te nel­le offer­te agli dei infer­na­li, lascia buo­ni mar­gi­ni di dub­bio.

Tut­ta­via, ammes­so che si trat­ti di un chio­do, il signi­fi­ca­to apo­tro­pai­co è abba­stan­za evi­den­te: il chio­do ser­ve a fis­sa­re nel sot­to­suo­lo gli spi­ri­ti dell’oltretomba, le cui scor­ri­ban­de nel mon­do dei vivi (even­to infe­li­ce di per sé) sono sem­pre accom­pa­gna­te da even­ti nefa­sti, come inon­da­zio­ni, crol­li e malat­tie (in que­sto caso si può per­si­no pen­sa­re alle intos­si­ca­zio­ni da gas), che è bene scon­giu­ra­re. L’espiazione potreb­be esse­re sta­ta com­piu­ta con il rito del cla­vum figen­di (l’infissione del chio­do), che ricor­re spes­so nei riti di fon­da­zio­ne.

È pos­si­bi­le poi che la mone­ta non fos­se un pedag­gio per Net­tu­no, ma per gli spi­ri­ti infer­na­li, visto che le fon­da­zio­ni van­no a pog­giar­si nel sot­to­suo­lo. Va cita­ta anche un’altra cre­den­za, che lega fon­ti e Ade, che vuo­le che i mor­ti potes­se­ro rie­mer­ge­re dagli Infe­ri pas­san­do per le sor­gen­ti (cfr. mito di Anfia­rao), poi­ché le acque palu­stri sono con­si­de­ra­ti un pas­sag­gio ver­so l’Ade.

Un’ultima ipo­te­si, sug­ge­sti­va, è che la mone­ta non sia un dono, ma un amu­le­to per pro­teg­ge­re gli sca­va­to­ri del­le fon­da­zio­ni, affin­ché potes­se­ro inci­de­re la ter­ra sen­za esse­re mole­sta­ti dagli spi­ri­ti dell’Ade. La mone­ta è un ogget­to magi­co per defi­ni­zio­ne, cir­co­la­re e di metal­lo: la cre­den­za vuo­le che agli spi­ri­ti mali­gni non sia con­sen­ti­to di attra­ver­sa­re ogget­ti ton­di. La mone­ta era insom­ma, un’idealizzazione di uno scu­do.

Il super-rito dev’essere sta­to insom­ma un fat­to gros­so, nel­la vita del­la comu­ni­tà loca­le del IV sec., in cui con­vi­ve­va­no spe­ran­za nel pro­gres­so (costru­zio­ne di una stra­da), timo­re del­le divi­ni­tà cto­nie, e una razio­na­le e rispet­to­sa rivi­si­ta­zio­ne del­la tra­di­zio­ne (l’osso in sosti­tu­zio­ne del sacri­fi­cio uma­no). Furo­no pre­sen­ti insom­ma carat­te­ri avan­za­ti, più che regres­si­vi.

Il ser­vi­zio in vasel­la­me (mor­tai e baci­ni per la pre­pa­ra­zio­ne del cibo; olle e coper­chi per la cot­tu­ra; cop­pe, sky­phos, broc­che e anfo­re per la mesci­ta del vino) per­met­te di affer­ma­re che la ceri­mo­nia si basò su una liba­gio­ne e sull’offerta di cibo. Cir­ca il cibo con­su­ma­to nel rito, soc­cor­re il De Agri­cul­tu­ra di Cato­ne (pas­so 75), che in base ai sup­por­ti cera­mi­ci spie­ga i cibi che vi si pre­pa­ra­va­no. In quell’occasione si con­su­mò, pro­ba­bil­men­te, mola sal­sa insie­me a focac­ce non lie­vi­ta­te (libum o turun­da), annaf­fia­te con parec­chio vino.

Par­te del cibo, depo­sto su piat­tel­li Genu­ci­lia o sul­le cop­pet­te mini­stu­ri­sti­che, ven­ne poi offer­to agli dèi, men­tre il thy­mia­te­rion bru­cia­va incen­si in un’atmosfera rare­fat­ta.

Il man­ca­to ritro­va­men­to di ossa di ani­ma­li per­met­te di affer­ma­re che il rito fu incruen­to, e che il sacri­fi­cio uma­no obbli­ga­to­ria­men­te dall’antico ritua­le del pon­tem face­re fu sosti­tui­to con la depo­si­zio­ne sim­bo­li­ca di una tibia, pre­sa da chis­sà qua­le necro­po­li.

 

 

  1. — Altri ritro­va­men­ti su via Saba­di­no

 

Lo sca­vo di que­sto 3° trat­to, sostan­zial­men­te iden­ti­co per carat­te­ri­sti­che archi­tet­to­ni­che al 2° trat­to, ha deter­mi­na­to gli stu­dio­si a rein­ter­ra­re il trat­to.

Tut­ta­via la Via Cam­pa­na non fini­sce sicu­ra­men­te lì. Un nuo­vo trat­to dei rifa­ci­men­ti tra­ia­nei del­la Via Por­tuen­se-Cam­pa­na è sta­to segna­la­to nel 2001, duran­te lavo­ri su Via Saba­di­no, tra­ver­sa del­la Via Por­tuen­se poco distan­te da que­sto trat­to di Via Cam­pa­na.

Le rile­va­zio­ni satel­li­ta­ri infi­ne per­met­to­no a occhio nudo di distin­gue­re (come una linea di colo­re più scu­ro) che la Via pro­se­gue lun­go l’asse NE-SO, ver­so la Chie­suo­la di Pon­te Gale­ria, dove sem­bra effet­ti­va­men­te ave­re ter­mi­ne.

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