In aggiornamento.

 

 

  1. — Ritrovamenti del 1996

 

Il Tratto di Via Campana al km 17,500 della moderna Via Portuense è un viadotto sopraelevato sorretto da ponti di pietra, costruito con tecniche simili a quelle degli acquedotti.

Al momento della scoperta, nel 1996, viene scambiato per una condotta idrica, anche perché la carreggiata era ormai spoglia dei basoli. Gli scavi del 2001 e gli approfondimenti della Tuccimei (2008) ne hanno invece permesso la corretta interpretazione: si tratta di una sopraelevazione realizzata al tempo di Traiano (I sec. d.C.), con cui la strada supera una palude idrotermale, interessata da continue fuoriuscite di fanghi, vapori e gas, talvolta tossici. Lo strato arcaico è stato datato con il metodo del carbonio e risale all’anno 643 a.C. Gli archeologi hanno individuato, poco distante, anche una necropoli e un impianto rurale.

 

 

  1. — La palude, un varco per l’Inferno

 

L’area di scavo si trova in località Fiera di Roma, ad una quota di piano di campagna fra +2 e +5 m s.l.m., che ha oggi l’aspetto uniforme della pianura di bonifica realizzata sotto il fascismo. Non era così, però, nell’antichità.

Lo strato di bonifica sovrasta completamente le strutture archeologiche: si compone di terra di aratura, terra di riporto e di un fondo limoso-argilloso di colore grigiastro portato da un’alluvione recente, probabilmente quella del 1915. Al di sotto troviamo uno strato di argilla compatta blu-nerastra su cui scorre la falda superficiale, insieme a sedimenti alluvionali del paleosuolo preromano: è in questo strato che si trova la Via Campana.

Ancora più sotto, però, troviamo uno strato profondo che i geologi chiamano Fondovalle tiberino, cioè quello stretto e profondo canyon, scavato subito dopo l’ultima glaciazione dal fiume Tevere, che scende giù in profondità fino a 60-70 m sotto il livello del mare. Il Fondovalle tiberino (chiamato anche paleo-alveo) non coincide con l’alveo attuale del fiume (che scorre alcune centinaia di metri più a sud, ed è molto meno inciso) e si compone di sedimenti olocenici di notevole spessore, e, solo nella parte superiore presenta gli elementi della pianura costiera recente della Campagna Romana con depositi marini, dunari, lagunari e alluvionali dell’Olocene.

La caratteristica di questo strato profondo, seppur spesso, è di non essere del tutto impermeabile e di costituire all’occorrenza una valvola di sfogo per le espulsioni di acque, fanghi, vapori e gas termali delle c.d. attività finali del Vulcano dei Colli Albani. Nel Lazio si conoscono altri punti come questo: le Acque Albule, Cava dei Selci, l’Acqua Acetosa Laurentina, Ardea, la Zolforata di Pomezia e Tor Caldara di Lavinio. In epoca romana dunque il suolo doveva quindi offrire uno scenario ben diverso dall’attuale, dai caratteri luciferini: sbuffi di gas e acque mineralizzate, pozze di acque bullicanti spesso a elevate temperature, circondate da croste calcaree, patine ferruginose e depositi di minerali sulfurei e cristalli di gesso.

La superficie pianeggiante si apriva in improvvise depressioni coniche profonde alcuni metri e larghe una decina, che rappresentavano i camini di fuoriuscita dei materiali idrotermali. Gli archeologi, in questo tratto di scavo, ne hanno individuate ben 10, distanti tra loro variabilmente tra i 30 e i 100 metri. Tutta l’area comunque doveva apparire butterata di continui saliscendi, e apparire avvolta di una nebbia irreale, che in occasione di fenomeni particolarmente intensi, doveva avere livelli di tossicità elevati, tali da uccidere a volte gli animali in transito. Una descrizione di questo luogo paludoso interessato da fenomeni di risorgive tossiche, sembrerebbe esservi in Vitruvio (3, 3, 17): «[In] Via Campana […] est lucus in quo fons oritur; ibique avium et lacertarum reliquarumque serpentium ossia iacentia apparent». Ma l’iscrizione è abbastanza controversa.

È facile comunque immaginare che i Romani, e prima di loro Etruschi e italici, abbiano attribuito alla palude idrotermale caratteri di luogo maledetto, raffigurandolo come un naturale punto di comunicazione fra il mondo degli Inferi e quello dei vivi, e per questo da evitare, o da oltrepassare in fretta se proprio non si poteva evitare.

La studiosa Serlorenzi ha ipotizzato che la Via Campana arcaica finisse grossomodo qui, a due passi dal mare, senza raggiungerlo. Come detto, gli uomini non dovevano recarvisi con piacere, e si poteva incontrare qui solamente la comunità abbrutita dei cavatori di sale. A loro servizio dovevano esservi un sistema di passarelle sorrette da pali, o forse più in là nel tempo un sistema di ponti in legno.

I resti emersi durante lo scavo non risalgono comunque alla fase arcaica della Via Campana, ma ai rifacimenti in pietra di Epoca traianea (fine I sec. – inizio II sec. d.C.), a loro volta sovrapposti agli interventi dell’Imperatore Claudio di mezzo secolo precedenti. In questo settore l’antica Via si sviluppa da N-E a S-O, con un tracciato e una direzione diversi dalla Via Portuense moderna (che segue un asse da E a O). L’angolo tra le due vie è di circa 35° (il punto di incidenza tra le due arterie è al km 17,500 della Portuense moderna). Questo aspetto ha messo in crisi il luogo comune che vuole il percorso antico, se non proprio sovrapposto, quantomeno parallelo al percorso moderno.

L’area viene individuata nel 1996 e a fine decennio e nel 2005 vengono effettuate delle prospezioni archeologiche in trincea, che permettono agli archeologi di risalire fino al paleosuolo naturale ferruginoso. Da segnalare che nel corso degli scavi archeologici l’attività delle risorgive, lungi dall’essere storicamente conclusa, è riemersa, con una polla di forma conica profonda mezzo metro, che ha provocato la fuoriuscita di acqua mista a anidride carbonica (con circa il 25% di CO2): del resto fuoriuscite occasionali di acque mineralizzate sono effettivamente state segnalate in zona.

 

 

  1. — I 13 ponti

 

L’asse viario antico è costruito in elevato, come un moderno viadotto, sorretto da una sequenza di ponti.

Il viadotto è sostruito da due muri di contenimento laterali in materiale cementizio, con paramento in opera reticolata con cubilia di tufo, in alcuni casi di diverso colore. I muri di contenimento sono muniti di contrafforti esterni, posti a circa 4,50 metri di distanza l’uno dall’altro.

L’impalcato stradale misura 5,30 metri. Uno dei motivi per cui il viadotto è stato in un primo tempo confuso con un acquedotto è che la sede stradale ha subìto, probabilmente in epoca medievale, una spoliazione della originaria pavimentazione in basoli di selce, per cui, della pavimentazione rimangono solo i livelli di preparazione (strati di terra alternati a strati di ghiaia).

Il tracciato interseca in una decina di punti le depressioni idrotermali del paleosuolo. In corrispondenza delle depressioni la Via adotta la soluzione ingegneristica del ponte, a campata unica, oppure a doppio fornice con pilone centrale. Ne sono stati complessivamente individuati 13.

I ponti hanno spalle in calcestruzzo, rivestite internamente da blocchi di tufo. Al di sopra dei blocchi si imposta una volta a botte munita di costolature laterizie di rinforzo. La volta è rifinita in facciata da archi con ghiere, anch’esse in laterizio, di cui rimangono i resti delle reni.

Tra i ponti, quello di maggiori dimensioni è il n. 9, che supera ben due polle idrotermali ravvicinate. La struttura presenta una tecnica costruttiva differente dagli altri ponti, con fondazioni realizzate in cassaforma (con ancora visibili le impronte di tavoloni verticali in legno), con una gettata di conglomerato cementizio con cœmenta legati da malta pozzolanica. Sul Ponte n. 9 sono ben visibili i segni di numerosi interventi di restauro (tanto da non consentire agli archeologi di ricostruirne la fisionomia originaria): ciò indica che l’attività delle due polle idrotermali doveva essere particolarmente intensa. L’ipotesi è che comunque il Ponte n. 9 avesse due condotti laterali e una pila centrale in struttura piena, forse alleggerita da un occhione.

I restauri sul Ponte n. 9 debbono essere andati avanti per tutta l’epoca classica, e anche in epoca tarda deve essersi proceduto ad interventi più grossolani, nel tentativo di riempire le polle o di aggirarle con deviazioni del tracciato. Gli archeologi hanno in effetti riscontrato maldestri tentativi di riempimento con di materiali inerti e la presenza di pianciti (viottoli di aggiramento in pezzame di tufo).

 

 

  1. — La datazione al carbonio

 

Le opere di fondazione del Ponte n. 9, per la supposta virulenza delle due polle contigue che le investono, sono state scavate in profondità, al fine di rilevare la stratigrafia dei depositi carbonatici e permettere, con il supporto dei geologi, la datazione al carbonio.

I rilievi hanno individuato quattro diversi livelli di incrostazioni minerali: uno più antico (tagliato dalle strutture di fondazione, quindi anteriore ad esse), un secondo e un terzo coevi all’utilizzo della strada (uno inferiore relativo alle prime fasi di utilizzo, e uno superiore più tardo), e infine un quarto (successivo all’abbandono del tracciato, in Epoca rinascimentale).

È stato costituito un pool multidiciplinare di studiosi (Paola Tuccimei, Michele Soligo, Antonia Amoldus-Huyzendveld, Cinzia Morelli, Andrea Carbonara, Marilena Tedeschi, Guido Giordano), cui è stato affidato il compito di indagare i sedimenti e datare al carbonio il 2° e il 3° livello (cioè i due contemporanei all’utilizzo della strada). Sono stati quindi prelevati dei campioni, e inviati al Laboratorio di Geologia Isotopica dell’Università di Berna in Svizzera, dove sono stati analizzati con il metodo detto U/Th (frazionamento degli isotopi di uranio e torio). I campioni sono stati macinati, lavati, messi in soluzione con spike contenente isotopi di uranio e torio e di seguito sono stati calcolati i c.d. rapporti di attività. L’analisi spettrometrica ha così dato il suo responso.

Lo strato n. 2, il più antico, ha un’età media di 2650 anni e risalirebbe all’anno 643 a.C. (si ricordi comunque che la datazione al carbonio presenta un margine di errore di ±250 anni). In quell’anno dunque la Via Campana già esisteva.

Lo strato n. 3, il più recente, ha un’età media di 1025 anni e risalirebbe all’anno 982 d.C.: nella fase più buia del Medioevo la Via Portuense-Campana era ancora affiorante in superficie, non ancora sommersa dai detriti alluvionali.

 

 

  1. — Ritrovamenti del 2001

 

Il 3° tratto di Via Campana archeologicamente noto si trova sulla destra della Via Portuense moderna, al km 17,500 in località Torre della Bufalora (Fiera di Roma).

L’opera – riportata in luce nel 2001 per 130 m – attraversa tutte le fasi della lunga vita della strada (dal periodo arcaico all’edificazione medievale della torre semaforica), replicando la forma del viadotto su ponti già visto nel 2° tratto. In questo punto, lo ricordiamo, si trova una faglia idrotermale, che gli abili costruttori romani superarono elevando la strada su arcate. L’importanza dello scavo risiede però nel rinvenimento eccezionale di una fossa, sorta di altare-deposito sotterraneo dedicato al genius loci, Nettuno, ninfe e demoni. La presenza di una tibia umana ha riaperto un antico dibattito: si praticavano sacrifici umani a Roma in occasione della costruzione di ponti?

 

 

  1. — La fossa di fondazione

 

Lo scavo viene condotto tra il 2000 e il 2001, a seguito di sondaggi per la costruzione di alcuni padiglioni della Fiera di Roma e del locale stadio. L’indagine – diretta da Mirella Serlorenzi, con G. Ricci e A. De Tommasi – porta alla luce un tratto di viadotto sorretto da ponti ad arco, della lunghezza di 130 metri, con cui l’antica Via Portuensis prosegue il difficile attraversamento della faglia idrotermale al km 17,500.

Lo scavo è stato svolto in tre sezioni. Il Saggio A ha indagato un ponte (Ponte n. 1), interrotto non appena ci si è resi conto che il ponte era uguale ad altri 12 ponti del 2° tratto. Lo stesso è avvenuto per il Saggio B, dove i ponti trovati sono stati ben 2 (Ponte n. 2 e Ponte n. 3). Di particolare importanza si è invece rivelato il Saggio C, condotto a maggiore profondità fino a raggiungere la viabilità di Epoca medio-repubblicana, databile tra fine IV e inizi III sec. a.C.

In esso è stato rinvenuto un deposito di materiali, identificato come una fossa di fondazione, contenente al suo interno i resti del sacrificio di espiazione per la costruzione dell’opera, offerti in dono alle divinitù. Più precisamente, il deposito è costituito da due fosse sovrapposte: la prima misura 2,60 × 7,80 m (profondità 30 cm); la seconda 2,00 × 6,35 m (profondità 11 cm).

Gli oggetti ritrovati (tutti coerenti per fascia cronologica: fine IV – primo trentennio del III sec. a.C.) sono: frammenti di uno strumentario di oggetti ceramici per la libagione e il banchetto; piattelli, coppette miniaturistiche e bruciaincensi per le offerte votive; una moneta; una conchiglia; un chiodo; un osso umano. Ciascuno di essi, come si vedrà, ha un significato rituale preciso.

Lo strumentario è assai ricco e completo: un mortaio da cucina (per triturare i cibi), un bacile (per contenere i cibi non ancora cucinati), pentole e coperchi (per la bollitura), brocche, anfore, skyphos e coppe (per la mescita di acqua e vino). Lo strumentario votivo si compone di piattelli ceramici (Ø cm 14) di tipo Genucilia a figure rosse, coppette miniaturistiche in ceramica a vernice rossa o nera, alcune delle quali a forma di thymiaterion (bruciatore di essenze). La conchiglia (concha) è una conchiglia di mare (Cerastoderma glaucum). Il chiodo (con borchietta) è in ferro. La moneta è un bronzo romano-campano (serie RRC 16 databile tra il 300 e il 270 a.C.). Infine, l’osso umano è una tibia di un maschio adulto, con epifisi incomplete, cioè priva dei rigonfiamenti alle due estremità.

Gli archeologi sanno che scavare le fondamenta è estremamente difficile. Perché allora come oggi nelle fondazioni si gettava di tutto e di più, senza andare molto per il sottile con la qualità dei materiali, preoccupandosi più che altro di riempire in fretta, prima che qualche spiritello approfittasse del solco aperto nella terra per evadere dall’Oltretomba. Per lo più quindi, gli archeologi ritrovano nelle fondamenta materiali eterogenei e ripetitivi, delle epoche più disparate, di modestissimo valore. Nello scavo sulla Via Campana siamo invece di fronte a fondamenta pulite, dove sono stati rinvenuti uno scarso numero dei reperti, concentrati nella sola fossa. La natura estremamente selezionata dei reperti (un unico esemplare per ogni tipo) ha permesso di interpretare la deposizione come volontaria. E ha aperto il dibattito sul suo significato, lasciando il campo agli antropologi e agli studiosi della primitiva religiosità romana.

 

 

  1. — Il rituale della Via Campana

 

Uno studio di Tuccimei (2007) mette in luce le precarie condizioni idrogeologiche del terreno al km 17,500: 60-70 m più sotto c’è la faglia del Fondovalle tiberino, da cui affiorano, a cadenze periodiche, fanghi, vapori e gas. La studiosa ne conclude però che costruire una strada in una palude interessata da fenomeni di termalismo, per quei profondi conoscitori dell’arte delle strade che sono i Romani, non è affatto un tabù sul piano tecnico: la soluzione del viadotto rettilineo poggiato su ponti in pietra è anzi convincente sul piano ingegneristico e garantisce un’opera durevole nel tempo.

Ma la situazione è ben diversa se si passa dalla geologia all’antropologia. Quasi a proseguire lo studio della Tuccimei, la Serlorenzi rileva che i tabù infranti sono molti. Un primo tabù è la costruzione di un ponte: secondo la religio romana unire ciò che la natura ha separato è un atto molto delicato, che sovverte l’ordine naturale e, arrecando un’offesa agli spiriti del luogo, richiede un atto di espiazione. Un secondo tabù è che il ponte non unisce lembi di terra asciutta, ma attraversava un acquitrino salmastro, rendendo necessario anche riconciliarsi con Nettuno, nume tutelare delle Saline. Un terzo tabù è che nell’acquitrino ci sono delle sorgenti: chiudere le polle o imbrigliarle tra piloni e casseforme, richiede di confrontarsi anche con le capricciose Ninfe, divinità delle fonti. Infine, un quarto tabù è la presenza di acque bullicanti, che, generate dalle profondità dell’Ade, avvertono circa la presenza di un pericoloso corridoio fra mondo dei vivi e mondo dei morti, da cui è lecito aspettarsi la fuoriuscita di demoni e iatture.

La Serlorenzi ne conclude che costruire non un ponte solo, ma una sequenza di ponti, su acque insieme consacrate, sorgive e maledette è davvero un grosso problema per la comunità, che entra in conflitto contemporaneamente con quattro ordini di divinità del pantheon arcaico: genius loci, Nettuno, Nymphæ e demoni. Per risolverlo, secondo la studiosa, è stato svolto lungo la Via Campana uno straordinario rito di espiazione, un super-rito che unisce i caratteri dei riti riservati alle singole divinità.

Il cerimoniale, secondo la studiosa, si è svolto in giornate diverse, seguendo una unica regia coordinata da un pontefice: una prima volta in forma solenne ad inizio delle opere per la purificazione del suolo, per poi essere ripetuto in forma ridotta per ciascun ponte da costruire. Il servizio ceramico utilizzato per la prima volta, al termine dev’essere stato frantumato e conservato in frammenti selezionati dal pontefice, incaricato di ricomporlo per parti in ciascun ponte (pars pro toto).

L’ipotesi è che un così complesso cerimoniale, capace di scomodare così tante divinità insieme, e per un così grande numero di volte, non poteva non lasciare un segno permanente nel terreno. Soccorre qui Varrone, che spiega che i segni nel terreno possono essere di tre tipi: altari se si scomodano divinità celesti, are per quelle della terra, e fosse per le divinità del sottostuolo: «Altaria ab altitudine sunt dicta, quod antiqui diis superis in ædificiis a terra exaltatis sacra faciebant; diis terrestribus in terra; diis infernalibus in effossa terra». Dei quattro destinatari del cerimoniale, due (Ninfe e demoni) hanno sicuramente un carattere ctonio, e Nettuno e genius loci debbono averli seguiti per attrazione. Come dicevamo, l’eccezionalità di questa indagine archeologica è che la fossa di fondazione, contenente doni per le divinità del sottosuolo, sembrerebbe essere stata trovata.

 

 

  1. — Sacrifici umani per costruire ponti?

 

Alla base della religio romana vi è la pax deorum, ovvero il patto di rispetto reciproco tra uomini e dèi che permette a entrambi di godere di esistenze serene: chi vive in pace con gli dèi ne riceve benevolo sostegno; chi muove guerra agli dèi – e mal gliene incorra! – è ripagato con rappresaglie, vendette, e distruzioni.

Tra le azioni che rompono il patto con gli dèi vi sono tutte quelle che alterano l’integrità naturale, come ad esempio la costruzione di «opera» (case, templi, città ecc.), considerati una violenza nei confronti degli spiriti del luogo, un’invasione ingiusta. Anche la costruzione di strade rientra tra le opere invasive dell’equilibrio naturale. Ma l’infrastruttura oltraggiosa per eccellenza è il ponte, per la sua caratteristica di «unire ciò che è naturalmente separato». Costruire case, strade e ponti, secondo la religio romana, non è vietato; tuttavia l’atto costruttivo deve essere prontamente riparato con un atto di espiazione, chiamato «piacula operis faciundi», cioè un rito di purificazione accompagnato da un sacrificio, che assicura in maniera retroattiva l’assenso degli spiriti del luogo, scongiurandone la vendetta.

Questi riti si declinano in maniera diversa, secondo la tipologia e la grandezza dell’opera da realizzare. In particolare, i riti per la costruzione di ponti consistono in offerte – offerte incruente oppure con vittime –, e replicano il primo rito effettuato a Roma per la costruzione del Ponte Sublicio, durante il quale vennero offerte al Dio Tevere delle vittime umane. La cerimonia era presieduta dallo stesso costruttore del ponte, che prende il nome di pontefice (da «pontem facere», secondo la definizione di Varrone), ed era celebrata fino al III sec. a.C. con il nome di Sacrificia Argeorum (Processione degli Argei), in cui vengono gettati dal Ponte Sublicio, in sostituzione degli uomini, dei fantocci di giunco (Plutarco, Numeri 9, 6).

La studiosa M. Eliade individua l’origine dei rituali di costruzione nella credenza secondo la quale la morte rituale, interrompendo una vita non vissuta interamente, può trasferire la residua vis (forza) alla nuova costruzione. L’anima della vittima, seppellita nelle fondamenta del nuovo edificio, continua a vivere nel nuovo corpo architettonico, e ne diventa anche lo spirito guardiano, impedendo la risalita dei demoni dal sottosuolo.

L’istituzione di sacrifici umani risalirebbe al tempo del re Tarquinio il Superbo. Scheletri rinvenuti sotto il muro perimetrale della Domus regia, nelle Mura palatine, nell’Equus Domitiani e al Carcere mamertino attesterebbero un’ampia diffusione nell’VIII sec. a.C. Col tempo il sacrificio umano è stato considerato un atto estremo e aberrante, fino al divieto esplicito, introdotto dal console Bruto. Tuttavia la storiografia ricorda una certa casistica di uccisioni rituali, di carattere eccezionale, avvenute anche in tutta l’Epoca repubblicana (negli anni 228, 215 e 113 a.C.), e Cicerone descrive il sacrificio di un fanciullo persino durante la congiura di Catilina. Per non parlare poi delle accuse di sacrifici umani imputate agli adepti di religioni scomode: Giudei (cfr. Giuliano l’Apostata, II 89 ss.), Baccanti (Livio XXXIX 13, 13) e Cristiani (Plinio Ep. X, 96, 7). I sacrifici umani vengono definitivamente banditi da un senatoconsulto del 97 a.C., e il fatto che una legge abolisca una cosa già considerata vietata la dice lunga sul fatto che, di tanto in tanto, se ne faceva ancora qualcuno.

Di pari passo gli antichi riti cruenti vengono via via addolciti con uccisioni simboliche, come i «simulacra» (sorta di bambole) offerte ai Lari in occasione dei Compitalia, o ancora altri surrogati, come i pisciculi, gli oscilla e i sigilla.

 

 

  1. — Ritrovamento di una tibia: parola agli antropologi

 

Ad un primo esame, dunque, l’osso di tibia della Via Campana – ritrovato tra due blocchi di tufo, vicino al thymiaterion miniaturistico – sembrerebbe evocare scenari sinistri nel Territorio Portuense del IV sec. a.C., non ancora pienamente civilizzato e distante quanto basta dall’Urbe da permettere qualche eccezione alle leggi degli uomini in favore di quelle degli dèi: una barbara ripetizione dell’antico rituale del Ponte Sublicio, insomma, offerta alle quattro divinità della faglia idrotermale.

E invece lo scenario ricostruito dagli antropologi è ben diverso, persino raffinato e civile: alle quattro divinità portuensi vengono offerte le ossa di un uomo già morto da tempo (lo proverebbero le epifisi della tibia mancanti), replicando sì il rito del Ponte Sublicio in maniera tale da rispettare la legge divina, ma in forma simbolica, cosicché anche la legge degli uomini fosse rispettata.

La studiosa Eliade ne dà questa spiegazione: «La rappresentazione rituale simula e rende presente simbolicamente l’avvenimento: non annulla il beneficio che si attende da quella autentica, anzi la equivale». L’anima agli edifici viene trasmessa «per partecipazione», attraverso una parte simbolica (una tibia) di un corpo vivente, e questo è ritenuto sufficiente per garantire allo stesso tempo la pax deorum e non fare del male a nessuno.

 

 

  1. — Una conchiglia in dono alle Ninfe

 

Ma il ponte non è che il primo dei problemi. Perché se il ponte incatena l’acqua, o i piloni ne frazionano le correnti, allora occorre chiedere il permesso anche al nume delle acque.

La letteratura abbonda di citazioni: Stazio (Silv. 4, 76-80) racconta di Domiziano che fa sacrifici al fiume Volturno, all’atto di costruirvi sopra un ponte; nella Colonna traiana c’è il disegno del sacrificio di un toro durante la costruzione di un ponte sul Danubio. Due episodi riguardano direttamente la storia portuense. Svetonio (Iul. 81) racconta il passaggio del Rubicone di Giulio Cesare con il seguito dei suoi cavalli da guerra: Cesare li consacra al dio fluviale, costituendoli in mandria sacra, e rende poi ai cavalli la libertà, lasciandoli vivere bradi agli Orti di Cesare. Tacito (Ann. 6, 37, 2) riferisce che Vitellio, l’imperatore-arvale, costruendo un ponte sull’Eufrate, replica ai confini dell’Impero la cerimonia portuense del suovetaurilia (il sacrificio di un maiale, una pecora e un toro).

Le Saline sulla Via Campana sono considerate un’estensione del mare, e sono poste sotto la protezione del dio Nettuno (un’epigrafe rinvenuta in un contesto vicino, riporta la dedica a Nettuno di due conductores Campi salinarum romanarum). Appare quindi plausibile che Nettuno sia, insieme al genius loci, uno dei destinatari del super-rito: il dono della moneta sarebbe interpretabile come il pedaggio al dio per il superamento delle sue acque. Una credenza richiedeva il lascito di una moneta negli attraversamenti angusti o comunque pericolosi: una sorta di offerta per la buona riuscita del transito.

Ma vi è dell’altro. Il ponte, che passa sopra l’acqua, attraversa anche una pluralità di sorgenti, e le bocche delle sorgenti per dare stabilità al ponte sono state chiuse o deviate. Nulla è infatti più sacro di una fonte («Nullus enim fons non sacer»), e questo deve aver richiesto nel super-rito anche l’ottenimento del consenso delle divinità delle acque sorgive, le Ninfe (Nimphæ).

Il ritrovamento nella fossa della conchiglia, secondo gli studiosi, è interpretabile come un dono per le capricciose divinità, che secondo la tradizione hanno una smodata cuppidigia di conchiglie.

Come ipotesi alternativa alle Ninfe, è possibile che i doni sacri siano per il dio Fons, nume tutelare di sorgenti e corsi d’acqua («deus qui fluminibus et fontibus præest»), titolare di un proprio culto al VI miglio della Via Campana. Le Ninfe tuttavia appaiono più probabili, perché Fons non ha un carattere ctonio. C’è da dire poi che nemmeno gli antichi sapevano bene distinguere le divinità minori legate all’acqua: un’epigrafe famosa dedicata alle Ninfe di Poggio Bagnoli recita: «Nymphæ, sive quo alio nomine voltis appellari» (CIL XI, 1828). A voi, o Ninfe! …o in qualunque altro nome vi chiamiate.

 

 

  1. — Il chiodo, per fermare i demoni

 

L’ultimo tassello di questo complicato caso di archeologica magica e religiosa è il chiodo in ferro, con relativa borchietta. Gli archeologi chiariscono subito che il chiodo è stato trovato al di fuori della fossa. Potrebbe essere stato messo lì intenzionalmente, per chiuderla simbolicamente, ma potrebbe anche essere finito lì per caso: sulle strade passano molti carri, che spesso perdono qualche pezzo a forma di chiodo: come l’innesto di un timone, l’ancoraggio delle tirelle dei cavalli, o parte di un calzare. Il vicino ritrovamento del thymiaterion (un brucia-essenze), spesso presente nelle offerte agli dei infernali, lascia buoni margini di dubbio.

Tuttavia, ammesso che si tratti di un chiodo, il significato apotropaico è abbastanza evidente: il chiodo serve a fissare nel sottosuolo gli spiriti dell’oltretomba, le cui scorribande nel mondo dei vivi (evento infelice di per sé) sono sempre accompagnate da eventi nefasti, come inondazioni, crolli e malattie (in questo caso si può persino pensare alle intossicazioni da gas), che è bene scongiurare. L’espiazione potrebbe essere stata compiuta con il rito del clavum figendi (l’infissione del chiodo), che ricorre spesso nei riti di fondazione.

È possibile poi che la moneta non fosse un pedaggio per Nettuno, ma per gli spiriti infernali, visto che le fondazioni vanno a poggiarsi nel sottosuolo. Va citata anche un’altra credenza, che lega fonti e Ade, che vuole che i morti potessero riemergere dagli Inferi passando per le sorgenti (cfr. mito di Anfiarao), poiché le acque palustri sono considerati un passaggio verso l’Ade.

Un’ultima ipotesi, suggestiva, è che la moneta non sia un dono, ma un amuleto per proteggere gli scavatori delle fondazioni, affinché potessero incidere la terra senza essere molestati dagli spiriti dell’Ade. La moneta è un oggetto magico per definizione, circolare e di metallo: la credenza vuole che agli spiriti maligni non sia consentito di attraversare oggetti tondi. La moneta era insomma, un’idealizzazione di uno scudo.

Il super-rito dev’essere stato insomma un fatto grosso, nella vita della comunità locale del IV sec., in cui convivevano speranza nel progresso (costruzione di una strada), timore delle divinità ctonie, e una razionale e rispettosa rivisitazione della tradizione (l’osso in sostituzione del sacrificio umano). Furono presenti insomma caratteri avanzati, più che regressivi.

Il servizio in vasellame (mortai e bacini per la preparazione del cibo; olle e coperchi per la cottura; coppe, skyphos, brocche e anfore per la mescita del vino) permette di affermare che la cerimonia si basò su una libagione e sull’offerta di cibo. Circa il cibo consumato nel rito, soccorre il De Agricultura di Catone (passo 75), che in base ai supporti ceramici spiega i cibi che vi si preparavano. In quell’occasione si consumò, probabilmente, mola salsa insieme a focacce non lievitate (libum o turunda), annaffiate con parecchio vino.

Parte del cibo, deposto su piattelli Genucilia o sulle coppette ministuristiche, venne poi offerto agli dèi, mentre il thymiaterion bruciava incensi in un’atmosfera rarefatta.

Il mancato ritrovamento di ossa di animali permette di affermare che il rito fu incruento, e che il sacrificio umano obbligatoriamente dall’antico rituale del pontem facere fu sostituito con la deposizione simbolica di una tibia, presa da chissà quale necropoli.

 

 

  1. — Altri ritrovamenti su via Sabadino

 

Lo scavo di questo 3° tratto, sostanzialmente identico per caratteristiche architettoniche al 2° tratto, ha determinato gli studiosi a reinterrare il tratto.

Tuttavia la Via Campana non finisce sicuramente lì. Un nuovo tratto dei rifacimenti traianei della Via Portuense-Campana è stato segnalato nel 2001, durante lavori su Via Sabadino, traversa della Via Portuense poco distante da questo tratto di Via Campana.

Le rilevazioni satellitari infine permettono a occhio nudo di distinguere (come una linea di colore più scuro) che la Via prosegue lungo l’asse NE-SO, verso la Chiesuola di Ponte Galeria, dove sembra effettivamente avere termine.

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