La nostra storia incomincia in un tempo prima del tempo, un tempo che gli studiosi della Terra collocano 3,6 milioni di anni fa. Siamo nel Pliocene, un’epoca geologica in cui i continenti e gli oceani prendono via via la forma che oggi conosciamo.

L’Italia esiste già, ma non è ancora del tutto emersa: ci sono già le Alpi e la catena degli Appennini, ma il mare ricopre ancora buona parte della Penisola, compresa la vallata del Tevere in cui, molto tempo dopo, ci porterà il nostro viaggio alla scoperta del Territorio Portuense.

Eppure, proprio in questa epoca lontanissima, succede qualcosa. Scrutando l’orizzonte marino vediamo delle foschie: i movimenti della crosta terrestre fanno affiorare in superficie alcune propaggini dell’Appennino, che appaiono come isolotti: il monte Soratte e i Monti Cornicolani, e in seguito i Monti Lucretili.

Gli isolotti hanno un clima caldo-umido e sono coperti di foreste lussureggianti, con altissime sequoie taxidiaceæ e vegetazione sub-tropicale.

Un mare poco profondo separa gli isolotti. Poi, poco alla volta, questo mare si prosciuga ed emergono piatte pianure, con praterie e corsi d’acqua. A bene vedere, c’è acqua ovunque: si formano laghi salmastri e stagni fangosi dalle deboli correnti.

A distanza di un milione di anni incomincia una nuova epoca geologica, il Pleistocene. Il Pleistocene è il tempo del freddo. La vegetazione adesso si dirada e le praterie cedono il posto alle steppe. In queste lande desolate e aride può capitare di incontrare grandi animali, come il mammuth (Mammuthus meridionalis), progenitore dell’elefante asiatico che conosciamo iggi. A fare la differenza sono le dimensioni più che doppie: alto 4 metri e lungo 6, il mammuth romano pesa 10 tonnellate e ha zanne lunghissime.

Prendono forma intanto le spiagge, composte di depositi vulcanici, argilla marina e ghiaia. E prende forma anche un fiume preistorico – il Paleo-Tevere –, che trasporta con sé nella Valle Tiberina torbe alluvionali, sabbie grige e quarzose.

1,8 milioni di anni fa si delinea anche la foce a delta del Paleo-Tevere, estesa dalle alture del Gianicolo all’attuale Magliana e Ponte Galeria.

Adesso il freddo si fa ancora più rigido e secco, fino a diventare proibitivo: incomincia l’Era glaciale. La prima ondata – la Glaciazione del Günz – durerà trecentomila anni, fino a novecentomila anni fa. La calotta dei ghiacci artici adesso si amplia fino a toccare l’attuale Germania, con una propaggine tutta italiana sulle Alpi, dove si formano ghiacciai spessi anche due chilometri.

Nelle pianure però il clima è solo di poco più mite. In superficie sopravvive uno strato minimo di muschi e licheni, mentre il sottosuolo si trasforma in permafrost: è perennemente ghiacchiato. Se ci fossimo trovati là, alla foce del Paleo-Tevere, di fronte ai nostri occhi, avremmo visto nel mare le sagome degli iceberg.

781 mila anni fa avviene un fenomeno ancora oggi non del tutto chiaro agli studiosi: l’inversione dei poli magnetici terrestri. Da quel momento il clima registra delle oscillazioni periodiche, alternando freddi intensissimi ad improvvise “primavere artiche”: i periodi interglaciali.

I geologi sono in grado di leggere i segni impressi sul terreno da queste stagioni temperate inattese, e le hanno datate con precisione, registrando una ventina di periodi interglaciali.

Nel 1992 ad esempio, il geologo Tassos Kotsakis si è recato su via di Ponte Galeria, al crocicchio con via della Pisana in località Fontignani e ha esaminato quella che in un tempo remoto è una laguna argillosa, databile tra il 20° e il 19° periodo interglaciale, cioè poco dopo l’inversione magnetica. È in questa laguna preistorica che Kotsakis rinviene i resti fossili dei più antichi mammiferi del nostro territorio. Si tratta di due piccoli roditori, il Prolagurus pannonicus e il Predicrostonyx, lontani progenitori dell’odierno lemming artico.

Un’altra fortunata indagine svolta in zona nel 1965 ha portato invece al ritrovamento di veri e propri giganti di un’epoca di poco successiva, tra il 18° e il 17° periodo interglaciale, cioè all’incirca 712 mila anni fa. Il luogo dei ritrovamenti è la Cava Arnolfi, al km 11 200 della via Portuense. L’anno è il 1965.

Da uno strato di sabbia marina emergono parti di un Palæloxodon antiquus, meglio noto come “elefante dalle zanne dritte”. Il Palæloxodon è un parente del mammuth, della medesima altezza di 4 metri ma con una corporatura meno massiccia e zampe affusolate; le zanne lunghissime scendono dritte fino a sfiorare il suolo, curvandosi solo alla fine.

Oltre al Palæloxodon emergono i resti di un “mammuth delle steppe” (Mammuthus trogontherii), un proposcidato dei climi freddi che probabilmente è già dotato di una pelliccia lanosa. Un maschio adulto raggiunge un’altezza al garrese di 4 metri e 70 centimetri; le sue zanne ricurve a spirale possono essere lunghe anche 5 metri.

La Cava Arnolfi ha restituito anche i resti di un Hippopotamus antiquus, progenitore del moderno ippopotamo di fiume, e parti di altri cervidi e bovidi. Di fronte ai paleontologi si mostrano in frammenti una grande alce (Premegaceros verticornis), un cervo (Cervus elaphus acoronatus) e un daino (Axis eurygonos). Affiora l’uro (Bos primigenius), gigantesco progenitore dei bovini domestici, e un bisonte (Bison Schoetensacki).

Una terza cava – la Cava Alibrandi, al km 13 500 della Portuense – restituisce nel 1983 una fauna dello stesso periodo: palæloxodon, ippopotami, bisonti e daini.

Emergono però, da uno strato ghiaioso-sabbioso, anche due sorprese: due nuove specie riconosciute dai paleontologi Carmelo Petronio e Lucia Barbato-Capasso. La prima è il cavallo ad arti snelli (Equus altidens), parente arcaico di asini e zebre, diversissimo dai cavalli domestici di oggi. Il suo ambiente è la steppa, dove si lancia al galoppo con velocità formidalibili.

La seconda specie è il cervo gigante Megaloceros Savini. Si tratta di un cervo-alce alto due metri al garrese e dotato di un maestoso palco di corna, che raggiunge i tre-quattro metri di ampiezza. Il palco di corna del Megaloceros Savini presenta due ramificazioni, in ciascuna delle quali vi sono 5 o 6 pugnali, più un primo pugnale anteriore, appiattito, a forma di paletta.