Nel 1951 sono sta­te inta­glia­te dal tufo e tra­spor­ta­te al Museo Nazio­na­le Roma­no due came­re fune­ra­rie del­la Via Por­tuen­se: quel­la affre­sca­ta dei Cam­pi eli­si e quel­la deco­ra­ta a stuc­co dei Geni dan­zan­ti. I due sepol­cri si carat­te­riz­za­no per il det­ta­glio del­le deco­ra­zio­ni, che offro­no una rap­pre­sen­ta­zio­ne del mon­do ultra­ter­re­no paga­no così come era per­ce­pi­to al tem­po di Adria­no (ini­zio II sec. d.C.): gio­chi bea­ti e ani­ma­li fan­ta­sti­ci ci ricor­da­no che il para­di­so non è un luo­go né un tem­po: è uno sta­to di gra­zia dove regna l’eterna pri­ma­ve­ra; e agli uomi­ni giu­sti è con­sen­ti­to di rivi­ve­re, per sem­pre, le dol­cez­ze del «tem­po miglio­re».

 

 

  1. — La Tom­ba dei Cam­pi eli­si

 

La scrit­tri­ce fran­ce­se Mar­gue­ri­te Your­ce­nar (1903−1987) ha reso con straor­di­na­ria vivi­dez­za i temi esi­sten­zia­li, e in par­ti­co­la­re quel­lo del­la mor­te, nel II sec. d.C. Nel 1951 pub­bli­ca la sua ope­ra più cono­sciu­ta – le Memo­rie di Adria­no –, nel­la qua­le si imme­de­si­ma, in modo del tut­to nuo­vo e ori­gi­na­le, nel­la figu­ra dell’imperatore Publio Elio Adria­no (76−138 d.C.). Con una lun­ga epi­sto­la, scrit­ta «in limi­ne mor­tis» (cioè nel momen­to di lascia­re la vita ter­re­na), l’autrice fa nar­ra­re ad Adria­no la sua vita pub­bli­ca e pri­va­ta: ine­vi­ta­bi­le nar­ra­re i trion­fi mili­ta­ri e i suc­ces­si nell’organizzazione del­lo Sta­to Roma­no, giun­to al suo mas­si­mo splen­do­re; ma a fian­co di que­sti la You­ce­nar rac­con­ta le pas­sio­ni pri­va­te di Adria­no, dal­la poe­sia alla musi­ca, la filo­so­fia, fino a quel­la cele­bre ver­so l’amante Anti­noo. Una vita di pas­sio­ni vis­su­te e rea­liz­za­te, insom­ma, sul­le qua­li incom­be lo spet­tro del­la mor­te, che costrin­ge a lasciar­le, e la con­sa­pe­vo­lez­za che «il tem­po miglio­re» non dura in eter­no. Per dir­lo con le paro­le dell’autrice, si trat­ta di un momen­to par­ti­co­la­ris­si­mo dell’Epoca anti­ca, in cui «non si cre­de­va più agli Dèi, ma in cui il cri­stia­ne­si­mo non si era anco­ra sta­bil­men­te inse­dia­to nell’animo del­la gen­te».

Cen­tra­le in que­sta par­ti­co­la­re visio­ne del mon­do è l’idea di ani­ma, che per la pri­ma vol­ta nel­la sto­ria di Roma vie­ne per­ce­pi­ta come «debo­le e vaga­bon­da», in un tem­po di pas­sag­gio tra due civil­tà. Lascia­mo che sia­no le paro­le del­lo stes­so Adria­no a descri­ver­ci cos’è l’anima: «Ani­mu­la vagu­la blan­du­la /​ hospes comes cor­po­ris /​ quae nunc habi­bis in loca /​ pal­li­da rigi­da nudu­la /​ nec ut soles dabis iocos». Que­sta la tra­du­zio­ne dei cele­bri ver­si:

 

Debo­le ani­ma per­sa:

tu non sei un cor­po, tu hai un cor­po!

Sepa­ran­do­te­ne, sarai nel­lo spa­zio del­le

pal­li­de rigi­de ombre,

dove il tem­po – così come lo cono­sci – non scor­re.

 

In quel­lo stes­so anno 1951, in cui il libro del­la You­ce­nar diven­ta un feno­me­no di mas­sa, vie­ne acci­den­tal­men­te sco­per­ta sul­la via Por­tuen­se, duran­te gli inter­ven­ti per la dismis­sio­ne del­la ex fab­bri­ca Pur­fi­na, una tom­ba roma­na data­ta nel­la stes­sa epo­ca di Adria­no, nel­la pri­ma metà del II sec. d.C. Agli archeo­lo­gi si offre la ric­chez­za del­le deco­ra­zio­ni pit­to­ri­che affre­sca­te. Essi si ren­do­no subi­to con­to che i temi pit­to­ri­ci si disco­sta­no dai temi fune­ra­ri clas­si­ci. In una serie di ordi­na­te sce­net­te sono infat­ti raf­fi­gu­ra­te, una dopo l’altra, le «bea­ti­tu­di­ni dei giu­sti» nel para­di­so paga­no. La sco­per­ta fa subi­to cla­mo­re, e gli stu­dio­si si get­ta­no a capo­fit­to nel dar­ne un’interpretazione.

La tom­ba, accer­ta­no gli archeo­lo­gi con stu­di rigo­ro­si, era sta­ta com­mis­sio­na­ta da due geni­to­ri col­pi­ti dal­la pre­ma­tu­ra e con­tem­po­ra­nea per­di­ta dei due gio­va­ni figli, un ragaz­zo e una ragaz­za. I gio­va­ni com­pa­io­no raf­fi­gu­ra­ti con fede­le rea­li­smo in meda­glio­ni all’interno di taber­na­co­li, e ven­go­no evo­ca­ti più vol­te nel­le sce­ne pit­to­ri­che: il Pas­sag­gio del fiu­me Lete e le quat­tro sce­ne dei gio­chi bea­ti (il Plau­strum, gli Astra­ga­li, la Mosca­cie­ca, il Tri­gon); i geni­to­ri com­pa­io­no nel­la Sce­na di mesti­zia e nel Ban­chet­to dei giu­sti. Com­ple­ta­no gli affre­schi alcu­ni temi tra­di­zio­na­li: la cop­pia di pavo­ni, la cop­pia di capro­ni, le quat­tro sta­gio­ni. La tom­ba è sca­va­ta nel tufo e pre­sen­ta 26 nic­chie, sei fos­se e due sar­co­fa­gi.

L’allora sovrin­ten­den­te Auri­gem­ma deci­de di ten­ta­re un’operazione dif­fi­ci­lis­si­ma e ardi­ta: inta­glia­re, con esca­va­tri­ci mec­ca­ni­che, l’intero bloc­co di tufo, e tra­spor­tar­lo al Museo Nazio­na­le Roma­no. L’operazione rie­sce. E riu­sci­rà tra l’altro anche per una secon­da tom­ba – quel­la dei Geni dan­zan­ti –, di cui par­le­re­mo a bre­ve.

 

 

  1. — Alla ricer­ca del tem­po miglio­re

 

La Tom­ba dei Cam­pi Eli­si nasce dun­que da un incol­ma­bi­le dolo­re: quel­lo di due geni­to­ri che soprav­vi­vo­no alla mor­te improv­vi­sa dei due figli, avve­nu­ta nell’età del­la pre-ado­le­scen­za. I Roma­ni dan­no un nome pre­ci­so a que­sto tra­gi­co even­to: «mors ini­qua», ovve­ro mor­te ingiu­sta, e si trat­ta di uno dei lut­ti più dif­fi­ci­li da ela­bo­ra­re per un geni­to­re dell’Antica Roma. Se la mor­ta­li­tà alla nasci­ta o nel­la pri­ma infan­zia è un feno­me­no così fre­quen­te nel Mon­do anti­co da esse­re per­si­no accet­ta­to come un fat­to natu­ra­le, vede­re inve­ce mori­re un bam­bi­no nel­la fascia d’età a ridos­so del­la puber­tà – ma sen­za esser­vi anco­ra entra­to – è con­si­de­ra­to una gran­de iat­tu­ra, un man­ca­to pre­mio a con­clu­sio­ne di un cam­mi­no costel­la­to di sfor­zi.

I geni­to­ri, com­mit­ten­ti di que­sta tom­ba sul­la Via Por­tuen­sis, supe­ra­no que­sta dolo­ro­sa per­di­ta com­mis­sio­nan­do a igno­ti pit­to­ri una com­ples­sa sequen­za di die­ci sce­ne affre­sca­te: le ulti­me tre si rifan­no all’iconografia fune­ra­ria tra­di­zio­na­le (i pavo­ni, i capro­ni, le quat­tro sta­gio­ni), men­tre le pri­me set­te han­no insie­me con­te­nu­to bio­gra­fi­co e didat­ti­co: esse spie­ga­no infat­ti, con la sem­pli­ci­tà del­le imma­gi­ni, come è fat­to e come fun­zio­na il para­di­so paga­no. Esse descri­vo­no, con gran­de rea­li­smo, la vita spen­sie­ra­ta dei due bam­bi­ni (fat­ta di gio­chi, del­la costru­zio­ne del­le pri­me rela­zio­ni socia­li, di esplo­ra­zio­ne del mon­do), e dei geni­to­ri (dal con­so­li­da­to posi­zio­na­men­to socia­le); e tra­man­da­no così ai poste­ri il mes­sag­gio con­so­la­to­rio che ai giu­sti, nel para­di­so paga­no, è con­sen­ti­to con­ti­nua­re a vive­re nel pro­prio tem­po miglio­re.

La par­ti­co­la­ri­tà del­la tom­ba è infat­ti la pre­sen­za fin dall’origine di due fine­strel­le, ai lati del­la por­ta d’ingresso, attra­ver­so le qua­li cia­scu­no dei mol­ti pas­san­ti del­la Via Por­tuen­sis avreb­be potu­to riper­cor­re­re la sto­ria dei due gio­va­ni e insie­me con­tem­pla­re per imma­gi­ni la bel­lez­za del para­di­so. Scri­ve il sovrin­ten­den­te Auri­gem­ma, che negli Anni Cin­quan­ta stu­diò la tom­ba: «Nei Cam­pi eli­si regna eter­na pri­ma­ve­ra. Ogni dolo­re è igno­to. Igno­ta è la vec­chia­ia. La vita bea­ta atten­de i giu­sti dopo la mor­te. Chi vi per­ve­ni­va con­ser­va­va l’età in cui ave­va godu­to la mag­gio­re feli­ci­tà». I Roma­ni rite­ne­va­no insom­ma che le ani­me dei giu­sti (e solo quel­le dei giu­sti, ovvia­men­te) godes­se­ro nell’aldilà di uno sta­to di gra­zia e di eter­na gio­vi­nez­za.

 

 

  1. — I ritrat­ti di fami­glia

 

La pri­ma sce­na, chia­ma­ta I ritrat­ti di fami­glia, è una sor­ta di fer­mo imma­gi­ne sul­la com­po­si­zio­ne del nucleo fami­lia­re al momen­to del­la mor­te dei due gio­va­ni. Si com­po­ne di tre par­ti: due meda­glio­ni cir­co­la­ri e la sce­na di mesti­zia.

I due meda­glio­ni cir­co­la­ri sono dei ritrat­ti, di accu­ra­tis­si­mo rea­li­smo fisio­gno­mi­co, dei due gio­va­ni defun­ti: un maschio e una fem­mi­na. I meda­glio­ni sono posti nei tim­pa­ni di due taber­na­co­li nel­la pare­te di fon­do, ospi­tan­ti cia­scu­no le cene­ri dei due gio­va­ni.

La sce­na di mesti­zia, di pic­co­le dimen­sio­ni, si tro­va sot­to un ter­zo taber­na­co­lo (in posi­zio­ne cen­tra­le tra i due taber­na­co­li dei figli, riser­va­to alle cene­ri dei geni­to­ri quan­do sarà il loro momen­to). La sce­na raf­fi­gu­ra i due coniu­gi, sedu­ti e rac­col­ti in una som­mes­sa con­ver­sa­zio­ne, facen­do­si for­za l’uno con l’altra. Lui indos­sa una tuni­ca scu­ra; la con­sor­te è in tuni­ca chia­ra. Essi sono raf­fi­gu­ra­ti da soli, sen­za altri figli o pros­si­mi con­giun­ti a soste­ner­li nel dolo­re. La sce­net­ta di soli­tu­di­ne rive­la il dram­ma fami­lia­re di non ave­re altri figli che pos­sa­no con­ti­nua­re la discen­den­za: i coniu­gi san­no che, per­du­ti gli uni­ci due figli, il nome del­la fami­glia si estin­gue­rà.

La ric­chez­za del­la tom­ba auto­riz­za a pen­sa­re ad una fami­glia deci­sa­men­te bene­stan­te, pro­ve­nien­te for­se dal pros­si­mo abi­ta­to del Trans Tibe­rim, dota­ta anche di un fol­to stuo­lo di ser­vi­to­ri. Alcu­ni graf­fi­ti nel­lo stuc­co del­la pare­te di sini­stra ne tra­man­da­no i nomi: gli schia­vi Timius fra­ter Hori­næ (Timio fra­tel­lo di Orin­na), Par­du­la ani­ma bona (Par­du­la dal buon carat­te­re), e un’ancella di nome Ascle­pia. La ric­chez­za del­la fami­glia è atte­sta­ta anche dal gran nume­ro di ser­vi­to­ri affran­ca­ti, cui è sta­ta cioè dona­ta la liber­tà: i liber­ti Ale­xan­der, Phi­le­tus, Aph­ro­di­sia, Euty­chia, Feli­cis­si­maPro­tus Zosi­mus. Pro­prio il pic­co­lo cip­po mar­mo­reo di quest’ultimo, ritro­va­to nel­la tom­ba, cita il nome del suo patro­no, Publius Ælius, che con buo­na pro­ba­bi­li­tà è anche il pater fami­lias costrut­to­re del­la tom­ba e il padre dei due gio­va­ni defun­ti. E per pura com­bi­na­zio­ne Publio Elio è anche il nome dell’Imperatore Adria­no.

Com­ples­si­va­men­te schia­vi e liber­ti devo­no esse­re tra i 15 e i 23, per­ché nel­la pare­te di sini­stra è pre­sen­te un colom­ba­rio con 15 nic­chie (dispo­ste su tre file da cin­que, in gran par­te inu­ti­liz­za­te), e altre 8 nic­chie sono spar­se nel­la pare­te fron­ta­le. La tom­ba è nel com­ples­so pic­co­la (misu­ra sol­tan­to 9 metri qua­dri) e, al momen­to del­la sco­per­ta gli archeo­lo­gi vi han­no indi­vi­dua­to anche sei fos­se per l’inumazione e due sar­co­fa­gi, aggiun­ti suc­ces­si­va­men­te.

 

 

  1. — La navi­cel­la sul fiu­me Lete

 

La secon­da imma­gi­ne, chia­ma­ta Navi­cel­la sul fiu­me Lete, è col­lo­ca­ta nel sof­fit­to sopra la por­ta d’ingresso, rac­chiu­sa da una cor­ni­ce.

Pro­se­gue ideal­men­te la nar­ra­zio­ne, rac­con­tan­do che dopo la loro mor­te ter­re­na i due gio­va­ni defun­ti han­no intra­pre­so il viag­gio ver­so la dimen­sio­ne bea­ta dei Cam­pi Eli­si. La sce­na pro­po­ne un flo­ri­do pae­sag­gio flu­via­le, con una pare­te roc­cio­sa come sce­na­rio, con un pino marit­ti­mo a fare da quin­ta pro­spet­ti­ca. Il fiu­me è il Lete, il fiu­me dei Cam­pi Eli­si, spe­cu­la­re all’Acheronte dell’Ade. Su di esso navi­ga una gra­zio­sa bar­chet­ta a vele gon­fie, nell’atto di acco­star­si deli­ca­ta­men­te alla riva, con un uomo inten­to alle mano­vre. È il noc­chie­ro dei Cam­pi Eli­si, figu­ra spe­cu­la­re a Caron­te. Sul­la riva, ad atten­der­lo, ci sono le due figu­ret­te di due gio­va­ni: una è impie­di, qua­si a salu­ta­re il noc­chie­ro; l’altra è sedu­ta sul­la spon­da in sere­na atte­sa. Ci sia­mo per­mes­si di ipo­tiz­za­re che que­sta sce­net­ta, di gran­de rea­li­smo, pos­sa per­si­no aver avu­to un con­te­nu­to descrit­ti­vo dei luo­ghi fami­lia­ri di ori­gi­ne: il fiu­me è il Teve­re, e la rupe è una del­le pro­pag­gi­ni che van­no dal Gia­ni­co­lo a Vigna Pia: chis­sà, si trat­ta di una sug­ge­stio­ne e nul­la più.

La nar­ra­zio­ne pro­se­gue a que­sto pun­to su una ter­za pare­te, la pare­te di destra, dove sono col­lo­ca­te in sequen­za quat­tro imma­gi­ni, le qua­li insie­me pren­do­no il nome di Sce­ne dei gio­chi bea­ti. Ai due gio­va­ni, che in vita si sono con­dot­ti secon­do pie­tas e iusti­tia – la pie­tas è il rispet­to del­le leg­gi divi­ne; la iusti­tia è il rispet­to del­le leg­gi degli uomi­ni -, una vol­ta giun­ti nei Cam­pi Eli­si, è con­ces­sa la ricom­pen­sa di rivi­ve­re il loro tem­po miglio­re. Le pre­zio­sis­si­me sce­ne, che sono insie­me un fla­sh­back del­la vita pas­sa­ta e una pro­ie­zio­ne di cosa li aspet­ta nei Cam­pi Eli­si, misu­ra­no com­ples­si­va­men­te cir­ca 2 metri e sono inven­ta­ria­te con il nume­ro AFS331131. Si trat­ta di un ret­tan­go­lo oriz­zon­ta­le, in cam­po bian­co, sor­mon­ta­to da un festo­ne a tema vege­ta­le. All’interno sono dipin­te in sequen­za quat­tro imma­gi­ni, ognu­na del­le qua­li raf­fi­gu­ra un gio­co infan­ti­le. Esse sono, nell’ordine: il plau­strum, gli astra­ga­li, la mosca­cie­ca, il tri­gon.

 

 

  1. — Il plau­strum

 

La ter­za imma­gi­ne, chia­ma­ta Il gio­co del plau­strum,  raf­fi­gu­ra un gio­va­ne sve­sti­to, con le sole puden­da coper­te da un pan­no. La sce­na sareb­be di per sé poco signi­fi­ca­ti­va, se non fos­se per il curio­so ogget­to di alta tec­no­lo­gia che il ragaz­zo con­du­ce in cor­sa: un plau­strum, cioè un car­ro in minia­tu­ra, sor­pren­den­te­men­te simi­le ad un moder­no mono­pat­ti­no. Pare che si trat­ti dell’unica testi­mo­nian­za visi­va di un mono­pat­ti­no per­ve­nu­ta­ci dall’antichità.

Il plau­strum è descrit­to in vari testi dell’antichità: a quat­tro, una o tre ruo­te. I più comu­ni sono quel­li a quat­tro ruo­te, vere e pro­prie minia­tu­re dei car­ri più gran­di, trai­na­ti da ani­ma­li di pic­co­la taglia, lega­ti con un lac­cio di cuo­io: in gene­re cani o capret­te, ma non man­ca­no testi­mo­nian­ze fan­ta­sio­se di car­ret­ti volan­ti trai­na­ti da oche, colom­bi e feni­cot­te­ri, o rac­con­ti di car­ri trai­na­ti da ser­vi o, a tur­no, da altri com­pa­gni di gio­chi. Con un plau­strum i monel­li fan­no scor­ri­ban­de ad alta velo­ci­tà, e non sem­pre la cor­sa fini­sce in manie­ra tran­quil­la: spes­so le bestio­le si divin­co­la­va­no dal lac­cio, o qual­che ami­co buon­tem­po­ne lascia anda­re il com­pa­gno di gio­chi pro­prio in pros­si­mi­tà di una disce­sa.

C’è poi un altro tipo di car­ro a ruo­ta uni­ca, che con­si­ste in un asse di legno o un sem­pli­ce basto­ne (che fun­ge da timo­ne), con all’estremità una for­cel­la nel­la qua­le è mon­ta­ta una sola ruo­ta. I bam­bi­ni costrui­sco­no i car­ri mono­ruo­ta in casa. Sta­re in equi­li­brio sul basto­ne mono­ruo­ta non deve esse­re un’impresa faci­le, ma pare che que­sto gio­co abbia godu­to di una cer­ta popo­la­ri­tà.

Infi­ne la ter­za tipo­lo­gia è una varian­te del­la secon­da, in cui al timo­ne vie­ne aggiun­to anche un tela­io oriz­zon­ta­le di base, sor­ret­to da altre due rotel­le poste­rio­ri. Su que­sto sple­cia­le plau­strum a tre ruo­te la tra­zio­ne non è data da un ani­ma­le, ma dal suo stes­so con­du­cen­te, che con una gam­ba si tie­ne in equi­li­brio sul tela­io, e con l’altra sospin­ge la sua cor­sa. Si trat­ta di un ogget­to straor­di­na­ria­men­te moder­no, che potrem­mo tran­quil­la­men­te tro­va­re in ven­di­ta in un mer­ca­ti­no arti­gia­na­le di oggi.

 

 

  1. — Gli astra­ga­li

 

La quar­ta imma­gi­ne, chia­ma­ta Il gio­co degli astra­ga­li, raf­fi­gu­ra un grup­pet­to di quat­tro ragaz­zi­ni sedu­ti per ter­ra, con lo sguar­do rivol­to ver­so un quin­to, all’impiedi, nell’atto di lan­cia­re in aria dei pic­co­lis­si­mi ogget­ti. Essi sono sta­ti rico­no­sciu­ti dagli stu­dio­si come astra­ga­li, sor­ta di suc­ce­da­neo pove­ro (e dif­fu­sis­si­mo) dei moder­ni dadi.

L’astragalo è un ossi­ci­no del tar­so poste­rio­re dei capri­ni, situa­to tra cal­ca­gno e bici­pi­te, dal­la for­ma cubi­ca. A dif­fe­ren­za dei dadi ognu­no di que­sti ossi­ci­ni cubi­ci ha sole quat­tro fac­ce uti­li, in quan­to le altre due sono di for­ma arro­ton­da­ta e non stan­no in equi­li­brio. Le quat­tro fac­ce uti­li sono a loro vol­ta diver­se fra di loro: la fac­cia del cane è per­fet­ta­men­te piat­ta e cor­ri­spon­de all’1 dei dadi moder­ni; la fac­cia del cavo è con­ca­va e cor­ri­spon­de al 3; la fac­cia del dor­so è con­ves­sa e vale 4; infi­ne l’ultima, la fac­cia di Vene­re, è anch’essa per­fet­ta­men­te piat­ta: è la più desi­de­ra­ta e vale ben 6 pun­ti. La som­ma del­le fac­ce oppo­ste dà sem­pre 7; man­ca­no il 2 e il 5.

Se con gli astra­ga­li gli adul­ti pra­ti­ca­no il gio­co d’azzardo, vin­cen­do o per­den­do del­le for­tu­ne, ai più gio­va­ni è con­sen­ti­to un inno­cen­te gio­co di ini­zia­zio­ne, chia­ma­to gio­co del­le tre pro­ve. Il gio­co è una sequen­za di tre eser­ci­zi di destrez­za, di livel­lo via via cre­scen­te: vin­ce il pri­mo che le por­ta a ter­mi­ne tut­te e tre sen­za erro­ri. La pri­ma pro­va con­si­ste in eser­ci­zi di lan­cio. Si trat­ta di tira­re in aria con la mano sini­stra cin­que astra­ga­li, facen­do­ne cade­re alme­no uno sul dor­so del­la mano destra. È pos­si­bi­le recu­pe­ra­re da ter­ra gli ossi­ci­ni cadu­ti, effet­tuan­do lan­ci di recu­pe­ro, duran­te i qua­li sono richie­se posi­zio­ni acro­ba­ti­che com­ples­se, tut­te minu­zio­sa­men­te descrit­te da testi dell’antichità. Nel­la secon­da pro­va gli astra­ga­li sono pog­gia­ti su un pia­no (gene­ral­men­te per ter­ra), e l’abilità con­si­ste nel mani­po­lar­ne quat­tro, com­po­nen­do diver­se sequen­ze (ad esem­pio la pri­ma è dor­so-cavo-cane-Vene­re), nel bre­ve tem­po del lan­cio in aria del quin­to astra­ga­lo. Si arri­va così alla ter­za e più dif­fi­ci­le pro­va: effet­tua­re dei veri e pro­pri eser­ci­zi gin­ni­ci – chia­ma­ti raf­fi­ca, cer­chio e poz­zo – anch’essi nel bre­ve tem­po di un vol­teg­gio in aria di un quin­to astra­ga­lo.

Secon­do un’altra inter­pre­ta­zio­ne, però, gli ogget­ti scu­ri nell’affresco non sono astra­ga­li, ma le popo­la­ris­si­me noci, uti­liz­za­te dai gio­va­ni del­la Roma impe­ria­le per un’infinità di gio­chi: pro­ve di destrez­za come negli astra­ga­li, per­cor­si simi­li alle moder­ne biglie, oppu­re una sor­ta di ante­na­to del gio­co del bow­ling, tiran­do una noce con­tro una bar­rie­ra (cap­pa) di altre noci. Cono­scia­mo i gio­chi con le noci attra­ver­so il poe­ta Ovi­dio, che dedi­ca un’intera ope­ra all’età dei gio­chi, chia­man­do­la emble­ma­ti­ca­men­te Nuces (Le Noci). Il gio­co pre­fe­ri­to del gio­va­ne poe­ta è il Ludus castel­la­rum (il gio­co del­le tor­ri). Si trat­ta di com­por­re del­le tor­ri dispo­nen­do a trian­go­lo tre noci con sopra pog­gia­ta una quar­ta, fino a com­por­re un’intera cin­tu­ra di tor­ri, che simu­la­no un castel­lo da asse­dia­re: l’avversario, lan­cian­do ripe­tu­ta­men­te un’altra noce come fos­se un arie­te, deve espu­gna­re il castel­lo, abbat­ten­do­ne una ad una tut­te le tor­ri. L’utilizzo del­le noci è insom­ma così popo­la­re e mul­ti­for­me che esi­ste addi­rit­tu­ra una fra­se comu­ne, «relin­que­re nuces» (smet­te­re di gio­ca­re alle noci), per indi­ca­re il pas­sag­gio dall’età dei gio­chi all’adolescenza.

 

 

  1. — La mosca­cie­ca

 

La quin­ta imma­gi­ne, chia­ma­ta Il gio­co del­la mosca­cie­ca, mostra tre gio­va­ni in tuni­ca cor­ta. Uno di essi ha gli occhi coper­ti da una mano, men­tre l’altra è pro­te­sa ver­so gli altri due gio­ca­to­ri, che cer­ca di affer­ra­re.

Il nome lati­no del gio­co è musca ebur­nea, che let­te­ral­men­te signi­fi­ca mosca di bron­zo e fa rife­ri­men­to alla sgra­de­vo­lis­si­ma mosca caval­li­na, dall’addome iri­de­scen­te e capa­ce di riflet­te­re i colo­ri, pro­prio come le super­fi­ci a spec­chio del bron­zo. Il gio­co simu­la la cac­cia a que­sto ani­ma­le: un gio­ca­to­re è il cac­cia­to­re men­tre gli altri sono mosche caval­li­ne da acchiap­pa­re.

A dif­fe­ren­za del­la ver­sio­ne moder­na del gio­co, che si pra­ti­ca a viso ben­da­to, al cac­cia­to­re dell’antichità è sem­pli­ce­men­te richie­sto di met­ter­si una mano davan­ti agli occhi, con­fi­dan­do nel­la sua one­stà. Il rego­la­men­to ci è tra­man­da­to da uno scrit­to di Pol­lio­ne. Il cac­cia­to­re si copre il viso e i com­pa­gni lo fan­no gira­re più vol­te su se stes­so, fino a far­gli per­de­re l’orientamento. Men­tre ruo­ta reci­ta una fila­stroc­ca, che in ita­lia­no suo­na così: «Acchiap­po la mosca di bron­zo». I com­pa­gni gli rispon­do­no «La cer­chi, la tro­vi, ma non l’acchiappi», in modo che il cac­cia­to­re, attra­ver­so il sen­so dell’udito, pos­sa indi­vi­duar­ne la posi­zio­ne, lan­cian­do­si subi­to dopo in un gof­fo inse­gui­men­to tra sber­lef­fi gros­so­la­ni. Rac­con­ta Pol­lio­ne che è con­sen­ti­to sfer­ra­re qual­che col­pet­to, dolo­ro­si cal­ci sul sede­re o, per­si­no scu­di­scia­te con fru­sti­ni di cuo­io. Fin­ché, fatal­men­te, qual­che ardi­men­to­so si avvi­ci­na trop­po al cac­cia­to­re, e la mosca vie­ne pre­sa.

Come per il gio­co pre­ce­den­te esi­sto­no altre let­tu­re. Potreb­be trat­tar­si di un gio­co simi­le, chia­ma­to «mui­da», ante­na­to del­la moder­na acchiap­pa­rel­la.

Oppu­re, se leg­gia­mo nei movi­men­ti del­le brac­cia il gesto sce­ni­co di un ora­to­re, potreb­be anche trat­tar­si di un gio­co mol­to diver­so – raf­fi­na­to e for­se per­si­no noio­so per i tem­pi d’oggi -, chia­ma­to «iudi­ces» (gio­co dei giu­di­ci). Elio Spar­zia­no rife­ri­sce che que­sto gio­co poco rumo­ro­so è l’unico con­sen­ti­to duran­te le ceri­mo­nie uffi­cia­li, le pro­ces­sio­ni e i con­te­sti alto­lo­ca­ti. Si trat­ta di un gio­co di imi­ta­zio­ne degli adul­ti, in cui i pic­co­li a tur­no inter­pre­ta­no i ruo­li di giu­di­ce, impu­ta­to, avvo­ca­ti e testi­mo­ni in un imma­gi­na­rio pro­ces­so, rac­con­tan­do con com­po­stez­za del­le sto­rie inven­ta­te e incre­di­bi­li, ren­den­do­le vero­si­mi­li: il giu­di­ce ha il deli­ca­to ruo­lo di sma­sche­ra­re l’impostore o pre­mia­re le capa­ci­tà di affa­bu­la­zio­ne.

 

 

  1. — Il tri­gon

 

La sesta imma­gi­ne, chia­ma­ta Il gio­co del­la pal­la, raf­fi­gu­ra tre ragaz­zi­ni in tuni­che vario­pin­te posi­zio­na­ti ai ver­ti­ci di un trian­go­lo, con il brac­cio destro alza­to a col­pi­re una pal­la flut­tuan­te nell’aria. In que­sta sce­na è sta­to rico­no­sciu­to il gio­co spor­ti­vo del tri­gon, che è una spe­cia­li­tà a tre gio­ca­to­ri, simi­le alla moder­na pal­la­vo­lo, del comu­ne gio­co del­lo sphæ­ri­ste­rium (il gio­co del­la pal­la).

La pal­la usa­ta per i gio­chi aerei è la pila tri­go­na­lis; è una pal­la dura, rea­liz­za­ta con un sac­co di pel­le con­cia­ta, imbot­ti­to di sab­bia o sas­so­li­ni. Carat­te­ri­sti­ca del gio­co è l’obiettivo comu­ne e col­la­bo­ra­ti­vo di man­te­ne­re la sfe­ra sospe­sa in aria il più a lun­go pos­si­bi­le, fin­ché, com­piu­ta una deter­mi­na­ta sequen­za di pal­leg­gi, uno dei gio­ca­to­ri può por­vi ter­mi­ne con un lan­cio in schiac­cia­ta. Il tri­gon è anco­ra oggi pra­ti­ca­to nel­le scuo­le ita­lia­ne, con il nome del­lo schiac­cia­set­te.

Il tri­gon era un gio­co leg­ge­ro, pra­ti­ca­to dai ragaz­zi più gio­va­ni o dal­le ragaz­ze. Ai maschi, in gene­re più gran­di di età, era inve­ce assai gra­di­to un altro gio­co con la pal­la, ben più inva­si­vo: il pul­ve­ru­len­tus. Il pol­ve­ru­len­tus (let­te­ral­men­te: gio­co che gene­ra nuvo­le di pol­ve­re) si gio­ca in gran­di spa­zi ster­ra­ti con una pal­la dura, l’harpastum (simi­le alla pila tri­go­na­lis ma più pic­co­la), con un rego­la­men­to ibri­do tra il cal­cio e il rug­by, in cui biso­gna con­ten­der­si il pos­ses­so di una pal­la e sca­gliar­la infi­ne nel set­to­re avver­sa­rio. Agli infan­ti è riser­va­ta una pal­la più gran­de e leg­ge­ra, la paga­ni­ca, riem­pi­ta del­le piu­me di ani­ma­li da cor­ti­le. Esi­ste infi­ne un quar­to tipo di pal­la, gon­fia­ta di aria, il fol­lis, con cui gio­ca­no adul­ti e per­si­no anzia­ni, soprat­tut­to all’interno del­le ter­me. Con il fol­lis si pra­ti­ca il lude­re expul­sim (oggi: pal­la respin­ta o pal­la pri­gio­nie­ra). Ma il fol­lis è un lus­so dav­ve­ro per pochi: nel­la Tom­ba dei Cam­pi Eli­si per rap­pre­sen­ta­re la feli­ci­tà del para­di­so basta una pila tri­go­na­lis.

Con il tri­gon si chiu­de la sequen­za dei gio­chi bea­ti. Va det­to che nel­la Roma impe­ria­le vi sono alme­no altri tre gio­chi, popo­la­ris­si­mi, che, seb­be­ne non com­pa­ia­no nel­la tom­ba por­tuen­se, meri­ta­no comun­que di esse­re cita­ti: i gal­li, la mor­ra, i bel­la­to­res. Plu­tar­co rac­con­ta del­le guer­re tra gal­li. Ogni monel­lo ha il suo gal­let­to da com­bat­ti­men­to, sul qua­le scom­met­te in com­bat­ti­men­ti dal gran­de pathos. Essi pos­so­no con­clu­der­si con la mor­te del gal­let­to, e il padron­ci­no pian­ge sono­ra­men­te quan­do il suo gal­let­to ha la peg­gio. Mol­to dif­fu­so è anche il gio­co del­la mor­ra, che con­si­ste nell’aprire repen­ti­na­men­te la mano mostran­do un cer­to nume­ro di dita (da 0 a 5), cer­can­do di indo­vi­na­re la som­ma­to­ria dei tiri di tut­ti i gio­ca­to­ri. Nel­le fami­glie più ric­che sono infi­ne pre­sen­ti del­le scac­chie­re, di varie for­me e dimen­sio­ni, alle qua­li si gio­ca con moda­li­tà di com­ples­si­tà cre­scen­te: come nel moder­no gio­co del filet­to; in manie­ra simi­le alla dama (gio­co del­le dodi­ci linee) o agli scac­chi (Latrun­cu­li o Bel­la­to­res). Per i Roma­ni, insom­ma, gio­ca­re era l’anticipazione in ter­ra del­la bea­ti­tu­di­ne del para­di­so.

 

 

  1. — Il ban­chet­to dei giu­sti

 

La set­ti­ma sce­na, chia­ma­ta Il ban­chet­to dei giu­sti, tor­na ad evo­ca­re l’immagine dei geni­to­ri. Ad essi – pro­prio come i figli – spet­ta di gode­re nei Cam­pi Eli­si del pro­prio tem­po miglio­re. Il para­di­so paga­no è una dimen­sio­ne sen­za tem­po, in cui ognu­no vive nell’età che gli ha dato la mag­gior feli­ci­tà, dilet­tan­do­si con le atti­vi­tà più gra­di­te. E se per i figli il tem­po miglio­re è quel­lo dei gio­chi inno­cen­ti, per Publio Elio e la sua ama­ta il tem­po miglio­re è l’età dei vent’anni, subi­to dopo il matri­mo­nio: li ritro­via­mo ritrat­ti in un momen­to di ban­chet­to, nell’atto di distri­bui­re agli altri com­men­sa­li le poste ini­zia­li per il gio­co d’azzardo.

La sce­na (posta al di sot­to del lucer­na­rio di destra) raf­fi­gu­ra i due coniu­gi sdra­ia­ti su un ele­gan­te tri­cli­nio con spal­lie­ra. La moglie ha accan­to a sé la ser­va pre­di­let­ta, e le impar­ti­sce con auto­re­vo­lez­za alcu­ni ordi­ni, pun­tan­do l’indice ver­so un tavo­li­no a tre pie­di sul qua­le sono pog­gia­ti tre piat­tel­li vuo­ti.

La con­sue­tu­di­ne vuo­le che sia­no i padro­ni di casa ad offri­re le poste ini­zia­li dei gio­chi con­vi­via­li, depo­nen­do­le su piat­tel­li. Chi duran­te i gio­chi esau­ri­rà le poste potrà sce­glie­re se riti­rar­si dal gio­co, oppu­re pro­se­gui­re met­ten­do sul tavo­lo dena­ri pro­pri.

Il gio­co d’azzardo con gli astra­ga­li si pra­ti­ca con una logi­ca abba­stan­za simi­le al mon­der­no gio­co del poker. Ogni gio­ca­to­re lan­cia quat­tro astra­ga­li e ad ogni fac­cia cor­ri­spon­de un pun­teg­gio da 1 a 6. I pun­teg­gi di nor­ma si som­ma­no, attri­buen­do la vit­to­ria a chi ottie­ne il pun­teg­gio mag­gio­re, ma la mas­si­ma ambi­zio­ne del gio­ca­to­re di astra­ga­li non è fare som­ma­to­ria, ben­sì di rea­liz­za­re una del­le 35 com­bi­na­zio­ni spe­cia­li – un po’come la dop­pia cop­pia, il full, il poker, la sca­la rea­le di oggi -, ordi­na­te secon­do una spe­cia­le gerar­chia, che il gio­ca­to­re pro­vet­to cono­sce a memo­ria. Cono­scia­mo que­ste com­bi­na­zio­ni attra­ver­so il più cele­bre gio­ca­to­re dell’antichità, l’Imperatore Otta­via­no Augu­sto, che scri­ve­va al figlio adot­ti­vo Tibe­rio lun­ghi reso­con­ti del­le sue pro­dez­ze al gio­co, con let­te­re ora giu­bi­lan­ti, ora mestis­si­me.

Ad esem­pio, la com­bi­na­zio­ne più sven­tu­ra­ta è l’1 – 1-1 – 1, ovve­ro quan­do tut­ti e quat­tro gli astra­ga­li mostra­no la fac­cia del cane. Que­sta com­bi­na­zio­ne è chia­ma­ta «Anu­bis» o col­po del cane e chi la fa deve cor­ri­spon­de­re agli altri gio­ca­to­ri una ver­ti­gi­no­sa pena­le. Un altro lan­cio ben sven­tu­ra­to è il «Sex» o col­po del sei, com­po­sto dal­la com­bi­na­zio­ne di tre cani e un cavo (1−1−1−3). Testi­mo­nia Augu­sto in una let­te­ra: «Caro Tibe­rio […], get­ta­ti gli astra­ga­li, chi face­va cane o sei dove­va met­te­re per posta sul tavo­lo tan­ti dena­rii quan­ti era­no i pun­ti degli astra­ga­li degli altri gio­ca­to­ri. Vin­ce­va tut­te le poste chi face­va Vene­re».

Il «Venus» o col­po di Vene­re è la com­bi­na­zio­ne più feli­ce, carat­te­riz­za­ta da quat­tro fac­ce tut­te diver­se l’una dall’altra. Chi fa Venus allar­ga le brac­cia e arraf­fa tut­te le poste sul tavo­lo. Del Venus, sogno proi­bi­to di ogni gio­ca­to­re, par­la un cele­bre epi­gram­ma di Mar­zia­le, il qua­le aven­do dona­to ad un ami­co quat­tro astra­ga­li d’avorio, così gli scri­ve: «Aspet­ta a rin­gra­ziar­mi: fal­lo sol­tan­to quan­do nes­su­no degli astra­ga­li ti pre­sen­te­rà un vol­to ugua­le».

Va det­to infi­ne che nel gio­co, duran­te il ban­chet­to con­vi­via­le, è richie­sto un cer­to sti­le, carat­te­riz­za­to dal­la magna­ni­mi­tà. Ad esem­pio, alla fine del ban­chet­to, è buo­na nor­ma che colo­ro i qua­li han­no vin­to resti­tui­sca­no al padro­ne di casa le poste ini­zia­li. E se, duran­te il gio­co, un gio­ca­to­re ha una for­tu­na così sfac­cia­ta da lascia­re tut­ti gli altri sen­za altri dena­ri per pro­se­gui­re, ha qua­si l’obbligo di dona­re agli altri nuo­ve poste per pro­se­gui­re il gio­co, rice­ven­do­ne in cam­bio una gran­de ammi­ra­zio­ne. Augu­sto ci lascia una pre­zio­sa testi­mo­nian­za del­la con­ce­zio­ne roma­na del fair play: «Caro Tibe­rio, alla fine ho per­so 20.000 sester­zi. Ma sia chia­ro: solo per­ché come al soli­to sono sta­to gene­ro­so. Se solo aves­si richie­sto indie­tro ai com­men­sa­li le poste ini­zia­li, quel­le che ho con­do­na­to loro quan­do ho vin­to, e quel­le che ho aggiun­to via via per ali­men­ta­re il gio­co, alla fine di sester­zi ne avrei avu­ti in mano 50.000. Pre­fe­ri­sco così! La mia gene­ro­si­tà mi farà fini­re diret­ta­men­te in para­di­so! ».

 

 

  1. — Gli altri temi fune­ra­ri

 

Con il Ban­chet­to dei giu­sti ter­mi­na­no le imma­gi­ni bio­gra­fi­che, ma la deco­ra­zio­ne pit­to­ri­ca è tutt’altro che con­clu­sa. Seguo­no altre tre gran­di imma­gi­ni, anch’esse di ele­va­tis­si­ma qua­li­tà pit­to­ri­ca, che attin­go­no all’iconografia fune­ra­ria tra­di­zio­na­le, e, pur non aggiun­gen­do ele­men­ti nuo­vi alla nostra cono­scen­za dei Cam­pi Eli­si, meri­ta­no comun­que di esse­re descrit­te.

Nel­la pare­te di sini­stra, al di sopra del colom­ba­rio, è pre­sen­te un’ottava sce­na, chia­ma­ta Cop­pia di pavo­ni affron­ta­ti che bevo­no alla fon­te del­la vita. Si trat­ta di una com­po­si­zio­ne offer­to­ria­le con al cen­tro una gran­de cop­pa col­ma di vino (che raf­fi­gu­ra sim­bo­li­ca­men­te la fon­te del­la vita), alla qua­le si abbe­ve­ra­no due pavo­ni dal­le lun­ghis­si­me e vario­pin­te code (sim­bo­lo dell’immortalità dell’anima).

Nel­la pare­te di destra, come spes­so avvie­ne nei sepol­cri fami­lia­ri, si tro­va un’immagine esat­ta­men­te spe­cu­la­re, la nona, chia­ma­ta Lot­ta tra due capro­ni. Essa raf­fi­gu­ra due mon­to­ni sel­va­ti­ci dal pela­me mai tosa­to e con un super­bo pal­co di cor­na. Accan­to ad essi sono raf­fi­gu­ra­ti un cra­te­re (un vaso bas­so e aper­to) e uno scu­do.

Il sof­fit­to è l’unica par­te dan­neg­gia­ta del­la tom­ba, ma nel­le par­ti di into­na­co non cadu­te è pos­si­bi­le distin­gue­re moti­vi geo­me­tri­ci e lar­ghe fasce pur­pu­ree. Sono per­fet­ta­men­te con­ser­va­ti i quat­tro spi­go­li, nei qua­li tro­va­no posto quat­tro meda­glio­ni cir­co­la­ri con figu­re fem­mi­ni­li a mez­zo busto, i qua­li raf­fi­gu­ra­no insie­me la deci­ma e ulti­ma imma­gi­ne del sepol­cro, chia­ma­ta I geni del­le quat­tro sta­gio­ni. Su di essi la stu­dio­sa Fel­let­ti-Maj ha scrit­to: «L’avvicendarsi del­le sta­gio­ni, l’addormentarsi e rina­sce­re del­le for­ze del­la natu­ra, è espres­so sim­bo­li­ca­men­te nell’arte per mez­zo di que­sti genii, che ven­go­no così ad assu­me­re un signi­fi­ca­to di resur­re­zio­ne».

Com­ple­ta­no la deco­ra­zio­ne pit­to­ri­ca nume­ro­se imma­gi­net­te di offer­te voti­ve situa­te soprat­tut­to nel­la pare­te fron­ta­le (due broc­che da acqua, una cop­pa, un cali­ce da vino, pic­co­li vola­ti­li e fio­ri) e un cesta col­ma di frut­ta nel­la pare­te d’ingresso: i melo­gra­ni, le pere, i ramet­ti ver­di, così come gli intar­si in vimi­ni del­la cesta, sono raf­fi­gu­ra­ti con impres­sio­nan­te rea­li­smo.

La tom­ba è sta­ta sco­per­ta nel 1951, insie­me all’altra tom­ba chia­ma­ta Tom­ba degli stuc­chi. L’Istituto Cen­tra­le per il Restau­ro ha cura­to il taglio dal costo­ne tufa­ceo che la con­te­ne­va e il tra­spor­to al Museo Nazio­na­le Roma­no, dove è oggi visi­ta­bi­le. La tom­ba è sta­ta restau­ra­ta nel 2008.

 

 

  1. — La Tom­ba dei Geni dan­zan­ti

 

La Tom­ba dei Geni dan­zan­ti è un pic­co­lo sepol­cro a came­ra, deco­ra­to a stuc­co con una tren­ti­na di figu­ret­te mito­lo­gi­che diver­se, tut­te nell’atto di cor­re­re e dan­za­re.

La vol­ta è orga­niz­za­ta secon­do un ori­gi­na­le impian­to geo­me­tri­co, nel qua­le si inse­ri­sco­no, in meda­glio­ni cir­co­la­ri, le rap­pre­sen­ta­zio­ni di divi­ni­tà mino­ri: il genio ala­to, il sati­ro, la nin­fa in nudi­tà, la nin­fa con le vesti mos­se dal ven­to, i cupi­di­ni (put­ti ala­ti) alla gui­da di una biga, i dio­scu­ri al galop­po dei loro destrie­ri, i genii a caval­lo di un arie­te, e infi­ne la tigre, il capro­ne, il gri­fo­ne. La pare­te fron­ta­le pre­sen­ta due cupi­di­ni in volo che sor­reg­go­no un festo­ne vege­ta­le. Il sepol­cro è data­to tra IIIII sec. d.C.; è sca­va­to nel tufo e pre­sen­ta nic­chie per le urne cine­ra­rie e fos­se per l’inumazione. È sta­to sco­per­to nel 1951, inta­glia­to e tra­spor­ta­to al Museo Nazio­na­le Roma­no.

 

 

  1. — La dan­za del­la vita

 

Il sepol­cro pre­sen­ta sia cre­ma­zio­ni che inu­ma­zio­ni ma non tra­smet­te infor­ma­zio­ni diret­te sugli occu­pan­ti. L’osservazione ci per­met­te di imma­gi­na­re un pic­co­lo nucleo fami­lia­re (lo atte­sta­no le ridot­te dimen­sio­ni: appe­na cin­que metri qua­dri), di con­di­zio­ni eco­no­mi­che agia­te (lo atte­sta la pre­sen­za di costo­se deco­ra­zio­ni), col­pi­to da un lut­to in qual­che misu­ra pre­vi­sto e facil­men­te ela­bo­ra­to, avve­nu­to tra la metà del II sec. d.C. e gli ini­zi del III. Quest’ultimo ele­men­to si desu­me dal­la moda­li­tà di svol­gi­men­to del­le ope­re fune­ra­rie. Esse sono sta­te pro­ba­bil­men­te cura­te da alme­no un paio di pros­si­mi con­giun­ti, desi­de­ro­si di archi­via­re la pra­ti­ca in manie­ra digni­to­sa ma sbri­ga­ti­va, con una cer­ta orga­niz­za­zio­ne e sud­di­vi­sio­ne dei com­pi­ti. La par­te di lavo­ri rela­ti­va alla pare­te fron­ta­le e alla vol­ta è adem­piu­ta con gran­de soler­zia, men­tre le pare­ti restan­ti sono solo pre­pa­ra­te per le deco­ra­zio­ni ma sono rima­ste spo­glie. Pos­sia­mo imma­gi­na­re che il con­giun­to inca­ri­ca­to di que­sta par­te del lavo­ro – e que­sto può acca­de­re in ogni buo­na fami­glia -, abbia incon­tra­to qual­che dif­fi­col­tà, riman­dan­do­ne l’adempimento a tem­pi miglio­ri.

La vol­ta è strut­tu­ra­ta secon­do un impian­to geo­me­tri­co estre­ma­men­te inge­gno­so, basa­to sull’intersezione di cer­chi e qua­dra­ti, che per­met­te l’inserimento alter­na­to, come in una scac­chie­ra, di una tren­ti­na di deco­ra­zio­ni modu­la­ri giu­stap­po­ste di ugua­le dimen­sio­ne. Cia­scun meda­glio­ne è fine­men­te deco­ra­to in stuc­co color bian­co-avo­rio. La metà di essi ripor­ta un chi­ché, cioè una deco­ra­zio­ne ripe­ti­ti­va com­po­sta da un fio­rel­li­no al cen­tro di un qua­dra­to dai lati con­ca­vi, a sua vol­ta iscrit­to in un cer­chio con alle estre­mi­tà un giglio sti­liz­za­to. L’altra metà dei meda­glio­ni ripor­ta inve­ce dei moti­vi figu­ra­ti­vi, l’uno diver­so dall’altro, tut­ti acco­mu­na­ti dal tema del­la dan­za del­la vita, con il mes­sag­gio con­so­la­to­rio del per­pe­tuo rin­no­var­si del­le for­me e del­le ener­gie vita­li. È sta­to osser­va­to che – per un par­ti­co­la­re gio­co del­la geo­me­tria – le quat­tro con­ca­vi­tà dei qua­dra­ti, poste per­pen­di­co­lar­men­te tra di loro, for­ma­no a loro vol­ta degli altri cer­chi. Il più noto e accu­ra­to tra i meda­glio­ni è il genio ala­to dan­zan­te (una figu­ret­ta dal mor­bi­do pan­neg­gio in movi­men­to, e dai lun­ghi capel­li). Insie­me al genio ala­to dan­za­no una serie di altre divi­ni­tà: un sati­ro, una nin­fa in nudi­tà, un’altra nin­fa (o comun­que una figu­ra fem­mi­ni­le non meglio iden­ti­fi­ca­ta) dal­le deli­ca­te vesti mos­se dal ven­to. Vi sono inol­tre tut­ta una serie di per­so­nag­gi in cor­sa: i cupi­di­ni (put­ti ala­ti) alla gui­da di una biga, i dio­scu­ri al galop­po dei rispet­ti­vi caval­li, dei genii che caval­ca­no un arie­te. E infi­ne tre ani­ma­li dell’iconografia tra­di­zio­na­le, eso­ti­ca o imma­gi­na­ria: il capro­ne, la tigre, il gri­fo­ne.

Il tema del­la dan­za del­la vita pro­se­gue anche sul­la pare­te fron­ta­le, dove sono rap­pre­sen­ta­ti altri due cupi­di­ni, anch’essi in stuc­co, che sosten­go­no in volo due festo­ni vege­ta­li. In pic­co­lo, sot­to di essi, è raf­fi­gu­ra­ta una sirin­ga, sor­ta di flau­to a can­ne tipi­co del mon­do rura­le.

La tom­ba è sta­ta rin­ve­nu­ta nel 1951, a poca distan­za dal­la Tom­ba dei Cam­pi Eli­si e, come que­sta, è sta­ta inta­glia­ta, tra­spor­ta­ta al Museo Nazio­na­le Roma­no e restau­ra­ta nel 2008.

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