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Non sempre all’origine di un insediamento umano c’è una pianificazione, una scelta. A volte capita che un banale incrocio tra due strade, con il suo continuo flusso di umanità in transito, porti con sé alcuni manufatti destinati all’accoglienza ­– una locanda per viaggiatori, un piccolo impianto termale ritemprarsi dalle fatiche e attendere con comodità ai commerci –, fino a costituire nel tempo una piccola ma funzionale e tenace comunità. È il caso della cittadella di Pozzo Pantaleo, che dal I sec. d.C. sarà in grado di sopravvivere fino alle soglie del Medioevo.

La cittadella venne individuata nel 1983, su un terreno di proprietà della società Italiana Petroli, delimitata dalla moderna via Portuense, il viadotto di via Quirino Majorana (via di Pozzo Pantale), via della Magliana Antica e, alle spalle, il tracciato della ferrovia. Ancora oggi del resto quest’area è una porzione di un trafficato incrocio urbano, crocevia degli spostamenti tra i quartieri Portuense e Marconi lungo l’asse nord-sud e, perpendicolarmente, tra la Magliana e Monteverde lungo l’asse est-ovest. Smog a parte, che è purtroppo una tipicità tutta moderna, questo incrocio non doveva in passato essere nell’aspetto molto diverso da oggi, con continui litigiosi ingorghi e talvolta snervanti attese.

Le antiche direttrici del traffico in fondo erano le stesse di oggi: quella nord-sud che dal Trans Tiberim portava al mare (e viceversa), e una direttrice locale est-ovest, che dalle pendici del Mons Aureus (l’odierno Monteverde) raggiungeva il fondovalle e il Tevere alla Magliana. Quello che è diverso è solo il nome delle arterie stradali: una era la Via Campana, dal tracciato simile ma non sempre sovrapponibile alla odierna via della Magliana; l’altra era la Via Portuensis, il cui tracciato invece replica la via Portuense attuale.

La storia di queste due strade dell’antichità merita di essere raccontata. Cominciamo con la più antica di esse: la Via Campana. Già nel X sec. a.C. esisteva una percorrenza consuetudinaria – non ancora una strada! –, che portava le popolazioni pre-romane (Italici ed Etruschi) a raggiungere l’entroterra partendo dal mare (e viceversa), camminando lungo la riva destra del Tevere. Allo stesso modo questo percorso, che via via venne battuto fino a diventare un sentiero, permetteva anche a numerosi stranieri (soprattutto commercianti fenici e greci) di raggiungere l’abitato arcaico di Roma. All’Isola Tiberina c’era un guado naturale, cioè un punto di facile attraversamento sul Tevere: e sulla sponda opposta si apriva il grande mercato del Foro Boario, dominato dai Sette colli su cui in seguito sorgerà Roma. Il Foro Boario era una sorta di Babele pre-romana, in cui si incontravano popoli, lingue e le mercanzie più disparate.

Tra tutte le mercanzie ve ne era una più importante di tutte. Il punto di partenza della Via Campana non era infatti direttamente la spiaggia marina, ma gli stagni costieri, di poco arretrati rispetto alla linea di costa. Si trattava di bassi acquitrini, su cui gli Etruschi per primi avevano messo a regime una rudimentale ma fiorente attività di estrazione del sale: gli stagni erano organizzati in grandi vasche quadrate, che venivano allagate e lasciate a evaporare al sole. Al termine rimaneva depositato sui fondali il sale, il prezioso «oro bianco» dell’antichità. Era un bene così apprezzato e ricercato da tutti i popoli dell’Italia centrale che il sale finì per diventare una sorta di moneta, facilmente accettata in cambio di altre mercanzie. Tra le popolazioni dell’Italia centrale i Romani seppero comprendere maggioramente il valore, al punto che il bellicoso re Anco Marzio nel VII sec. a.C. non esitò a muovere guerra agli Etruschi, per impadronirsi delle Saline. È da questo momento che le saline costiere prendono il nome di «Campus Salinarum», che in italiano possiamo tradurre come Campo Salino, e il sentiero che porta il sale a Roma prese il nome di «Via Campana». Inevitabilmente in questa fase il sentiero viene attrezzato, trasformandosi in una strada.

Facciamo ora un balzo in avanti nel tempo, e arriviamo alla prima metà del I sec. d.C. Roma è ormai una metropoli, e la Via Campana è insufficiente a sostenere l’ingente traffico mercantile dal mare a Roma. Si mette così in cantiere una sorta di «raddoppio» della Via Campana, cioè non una nuova strada, ma un rifacimento e allargamento della strada esistente, alla quale in alcuni tratti vengono affiancate scorciatoie e semplificazioni di tragitto. In questa fase la Via Campana cambia anche nome, e diventa Via Portuensis, nome originato dalla nuova destinazione – Portus –, il nuovo porto commerciale alla foce del Tevere voluto dall’Imperatore Claudio, e poi accresciuto da Traiano.

Via Campana e Via Portuensis costituivano dunque un’unica strada, cioè un’unica direttrice funzionale, che solo in alcune tratti si sdoppiava attraverso diramazioni. Per la precisione, le due strade procedevano unite nel tratto iniziale, dall’Isola Tiberina a Pozzo Pantaleo, affiancando la riva destra del Tevere. Quindi a Pozzo Pantaleo, dove c’era una biforcazione, i due tracciati momentaneamente si separavano: la Via Portuensis passava «a monte» diretta al mare, con un tracciato veloce e rettilineo; la Via Campana passava invece «a valle», sempre diretta al mare ma assecondando i sinuosi e lenti meandri del Tevere. Le due strade si ritrovavano in località Ponte Galeria e da lì al mare procedevano nuovamente unite.

Il punto di biforcazione di Pozzo Pantaleo è stato indagato, con una fortunata campagna di scavi, tra il luglio e l’agosto 1983, nel terreno della Italiana Petroli, per lavori di realizzazione di una centrale operativa per la società idrica Acea. L’Acea svolse i lavori di scavo, consistiti in saggi esplorativi sotto la supervisione della Soprintendenza archeologica di Roma.

L’indagine ha restituito un tratto di Via Campana, lungo 50 m e largo 5,20 m, orientato sull’asse Nordovest-Sudest. La campagna ha permesso di farci un’idea complessiva di come fosse, nell’aspetto, la Via Campana dopo i rifacimenti del I sec. La strada si presenta lastricata di «basali», cioè grandi pietre poligonali di lava leucitica, che i Romani impiegavano per lastricare le strade consolari, come ad esempio la Via Appia. La strada ha conservato per un buon tratto anche la «crepidine», cioè dei blocchi che contornavano la strada e avevano la funzione di marciapiede.

Il Bullettino della Commissione archeologica comunale si è interrogato sulla funzione del tratto di strada (n. 89 del 1984 e n. 92 del 1987), identificandola come parte «della via Campana, poco dopo il bivio dalla via Portuense». Non sono mancate tuttavia interpretazioni divergenti: spesso ricorre la congettura che possa non trattarsi né della Via Portuensis né della Via Campana, ma di un «diverticolo» di collegamento tra le due. Il Bullettino riporta inoltre che durante la campagna del 1983, oltre alla strada, vennero anche individuati «degli ambienti in opera reticolata con pavimento in mattoni ancora in corso di studio» relativi ad una locanda e «un sepolcro in opera laterizia» relativi alla Necropoli di Pozzo Pantaleo.

L’esito fortunato dei sondaggi del 1983 induce la Soprintendenza a programmare nello stesso sito altre due campagne di scavo estensivo: una si svolgerà nel 1985 e l’altra nel 1988. La campagna del 1985 porterà a indagare la locanda e ambienti della necropoli; la successiva del 1988 porterà a scoprire i resti di un impianto termale.

Dopo un’interruzione di molti anni, le indagini sulla Via Campana sono riprese nel 2010. Si andava allora realizzando un parcheggio interrato su via della Magliana antica, su una porzione di terreno direttamente in linea con il tratto di Via Campana individuato nel 1983. L’opera avrebbe sicuramente intercettato la prosecuzione della Via Campana, tuttavia emerse che quel tratto era stato sbancato in precedenza e non vi era più alcun resto della Via Campana. Anche la realizzazione di un vicino parco giochi su via della Magliana antica non restituì alcun ritrovamento. Gli scavi sul punto di diramazione sono ripresi nel 2017. Essi hanno rimesso in luce un tratto dell’altra strada, la Via Portuensis, con andamento perpendicolare al tratto della Via Campana. Purtroppo, essendo questo nuovo tratto ravvicinato e quasi sovrapponibile alla via Portuense moderna, è stato studiato per alcuni mesi e quindi reinterrato.