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Santa Passera è una santa che non esiste sul calendario: rientra tra le schiere dei 159 «santi immaginari» che nel 1969 papa Paolo VI andò a depennare dall’anno liturgico, in quanto «privi di storicità». Pur amati, venerati e invocati per secoli, questi santi, quasi tutti di origine medievale, non erano però mai realmente esistiti, e la Chiesa con un ritardo di qualche secolo era corsa ai ripari. Eppure la storicità di Santa Passera è una questione affatto banale, che apre suggestioni profonde con cui andiamo ora a confrontarci. Lo facciamo raccontando una storia insolita della chiesina della Magliana a lei dedicata, ripercorrendo passo passo il culto dei due santi veri, cui la chiesina era originariamente intitolata: Sancta Praxedes (Santa Prassede, martire romana) e Sanctus Abbas Kyrus (San Ciro, martire orientale).

Il nome Santa Passera infatti, lungi dall’essere una fantasia popolare, è semplicemente la crasi linguistica (cioè una semplificazione) dei nomi medievali di questi due santi: Sanctus Abbas Kyrus divenne Sant’Appaciro, mentre Sancta Praxedes divenne Santa Passère, finché il popolino della Magliana li fuse in un nome solo: Santa Pacìra, Pàcera e infine Pàssera. Santa Passera insomma, più che una santa immaginaria, è santa due volte, perché di santi veri ne contiene almeno due.

La nostra storia incomincia a metà del XIII sec., al risveglio dal lungo sonno altomedievale. Alla metà del Duecento la chiesina sulla riva del Tevere viene investita da alcune trasformazioni edilizie. Doveva esserci stato un incremento demografico, e la cappellina – che allora era a pianta quadrata, molto più piccola di oggi – non bastava più, al punto che si decise di allargarla. Si intervenne sulla c.d. chiesa superiore, cioè il piano più alto dei tre livelli su cui si articola la millenaria chiesina, anche perché i due livelli sottostanti erano finiti interrati a causa delle piene del Tevere. Della chiesa superiore viene conservata la facciata, rivolta verso il fiume, e le due pareti laterali. Le due pareti laterali però vengono anche prolungate, fin quasi a raddoppiarne la lunghezza e modificando la pianta della chiesa, da quadrata a rettangolare a navata unica. Sulla parete di fondo viene realizzata ex novo una curva ad abside, che avvolge il piano rialzato del presbiterio, cioè lo spazio dove il sacerdote celebra le funzioni. L’abside prendeva luce da una graziosa finestra bifora, ancora oggi presente sebbene nel tempo sia stata chiusa con delle tamponature. Inoltre, tutte le pareti perimetrali vengono innalzate, realizzando a copertura un nuovo soffitto a capriate lignee a doppia falda. Viene infine sistemata, sulla parete di destra, la porta che dà accesso ai locali della sacrestia e, dal piano sottostante la sacrestia, vengono sistemati anche gli accessi alla chiesa inferiore e alla cripta, entrambi sotterranei.

In questo secolo S. Passera, pur essendo una chiesina extra-urbana, conosce ancora una discreta notorietà come meta di pellegrinaggio: basti pensare che è in questa epoca che il monaco Gualtiero trascrive la leggenda, risalente a ben 8 secoli prima, della traslazione nella chiesina delle reliquie di due martiri orientali, Ciro e Giovanni, avvenuta nell’anno 407 d.C.

La chiesina a metà del Duecento, doveva essere conosciuta quindi con ben quattro intitolazioni, quanti cioè erano i santi titolari a quel tempo: c’erano Santa Prassede e sua sorella Santa Pudenziana, che erano le due sante titolari originarie, il cui culto affonda indietro fino al III sec. d.C.; e c’erano poi i nuovi San Ciro con il suo discepolo Giovanni, le cui reliquie giacevano lì in realtà dall’anno 407, ma che dalla metà del Duecento conobbero una rinnovata popolarità. Siamo anche autorizzati a pensare che, tra i quattro, Pudenziana e Giovanni avessero un ruolo secondario, in quanto erano rispettivamente la sorella e il discepolo di due santi molto noti. Già da allora insomma possiamo ipotizzare che la chiesina venisse ricordata non con tutti e quattro i nomi, ma semplicemente nel nome di Prassede e Ciro, assai conosciuti.

In quello scorcio di metà Duecento si interviene anche sui due livelli sotterranei. Sui due piani ipogei in realtà non si può fare gran che dal punto di vista strutturale, ma essi vengono abbelliti con alcune decorazioni pittoriche. Nella chiesa inferiore vengono realizzate delle figure a fresco, di cui rimangono oggi alcune tracce di pittura svanita, di difficile lettura a causa dell’umidità e dell’ingiuria del tempo. Alcune figure con indosso un copricapo allungato (una mitra) potrebbero essere lette come vescovi orientali, mentre in una figura barbuta potrebbe riconoscersi San Ciro martire.

Anche nel livello più basso, quello della cripta, vengono realizzate delle pitture. Gli interventi si concentrano sulla controparete realizzata in antico per proteggere le spoglie dei martiri Ciro e Giovanni.  Su di essa vengono realizzate a fresco le immagini di tre dei quattro santi titolari – Prassede, Ciro e Giovanni –, insieme con una Vergine con Bambino. Dalla mancanza di Pudenziana possiamo supporre che a metà del Duecento il suo culto si fosse ormai notevolmente affievolito. Oppure possiamo ipotizzare che la Vergine con Bambino sia stato un sovradipinto sopra l’originaria figura di Santa Pudenziana. Anche questa ipotesi ci porta a pensare che il culto di Pudenziana fosse, tra i quattro, quello più debole. Purtroppo non potremo mai sciogliere questo dubbio, perché nel 1969 mani sacrileghe rubarono questa parte di affreschi.

Terminati i lavori nella chiesa superiore, a quel punto ci si diede da fare per abbellirla, realizzando, ad opera di committenti diversi, vari cicli di decorazioni pittoriche. Questa fase dura a più riprese almeno fino alla metà del Trecento. L’analisi delle figure affrescate ci dà modo di leggere quali fossero, nel Trecento, i santi oggetto di devozione nella chiesina.

Un primo ordine di affreschi insiste nella curva dell’abside, subito alle spalle del presbiterio. Si tratta di una sequenza di 7 figure, che compone il ciclo di Cristo benedicente tra i martiri e gli altri santi.

Sul lato sinistro della curva absidale compaiono due figure di santi, riconosciuti come Sant’Antonio da Padova e San Giacomo. Sant’Antonio è un santo contemporaneo, riconoscible per il saio e il taglio dei capelli con tonsura e, in mano, la regola. Secondo un’altra interpretazione Sant’Antonio potrebbe essere in realtà un San Francesco: anche l’iconografica di questo santo ha come attributi saio, tonsura e regola. San Giacomo è invece uno degli apostoli, ma la presenza del santo dei viandanti è anch’essa un elemento di contemporaneità, attestando la chiesa come meta di pellegrinaggio. Alla base delle due figure sono presenti, in minor dimensione, due figurette di un uomo e una donna in abiti del tempo: con molta probabilità si tratta dei generosi committenti degli affreschi.

La sezione centrale della curva sviluppa due grandi figure: a sinistra la Vergine in trono, che sostiene in braccio il Bambino; a destra compare l’Arcangelo Michele, con ai piedi una figuretta oggi di difficile interpretazione a causa dei numerosi restauri: potrebbe trattarsi di un altro generoso committente.

Infine sul lato destro della curva sono presenti tre figure: San Ciro e San Giovanni martiri, con in mano l’attributo della borsa medica, ad indicare la loro qualifica di santi taumaturghi; in mezzo tra i due compare la figura del Redentore benedicente: con una mano tiene il libro della legge e con l’altra benedice.

La conca absidale contiene un secondo ordine di pitture (ordine superiore), che compongo il ciclo di Cristo tra gli apostoli. In esso sono presenti cinque figure, tra le quali è posizionata centralmente quella del Cristo salvatore, circondato da due palme. Con una mano è raffigurato nell’atto di benedire il suo popolo, mentre con l’altra mostra il rotolo della Legge, strumento di redenzione. Al suo fianco sono presenti quattro figure-cardine del cristianesimo: alla sua destra San Giovanni evangelista e San Pietro apostolo; a sinistra San Paolo apostolo e San Giovanni Battista.

Infine, nella parete piana che circonda l’abside, è presente un terzo ciclo di affreschi: Cristo tra gli apostoli. La decorazione prende le mosse da un Angus Dei, l’agnello di Dio incorniciato in un medaglione. Ai suoi lati si dispongono quattro candelieri e le allegorie dei quattro apostoli, rappresentati attraverso i loro simboli. Infine, ai lati dell’arco, sono di nuovo raffigurati i quattro santi titolari della chiesa: in alto Abbaciro e Giovanni; in basso ai lati dell’abside le sante Prassede e Pudenziana.

L’ipotesi ragionevole che fa lo studioso Maurizio Vacca è che questi affreschi non fossero i primi realizzati nell’abside, ma le pitture, almeno alla metà del Duecento, dovevano essere in parte diverse. Ci autorizza a pensare questo la tamponatura, cioè il riempimento della bifora, centrale nell’abside, in cui fu successivamente dipinta la Vergine in trono.

Nel 1317 avviene una piccola e insieme grande trasformazione, nella chiesina dei santi Abbaciro e Prassede: in una pergamena di quell’anno, infatti i nomi dei due martiri compaiono per la prima volta fusi in un nome solo: «S. Pacera». Santa Pàcera è una figura femminile, che cela almeno nel nome (un trisillabo sdrucciolo con la lettera p iniziale) la corruzione del latino Pràxedes e la reminiscenza del nome [Ab]bacirus, corrotto in Pacìro.

Ad appena quattro anni di distanza, un altro documento datato al 1321, ci dice qualcosa in più: «in loco quid vulgariter dicitur S. Pacera». L’avverbio vulgariter (volgarmente) ci dà testimonianza del fatto che alle gerarchie ecclesiastiche fosse perfettamente noto che i due santi titolari erano ancora Abbaciro e Prassede, ma a livello popolare questa nozione si era già perduta e il popolino aveva preso ormai a celebrarne uno solo, che nel suo nome li racchiudeva entrambi. Santa Pàcera, ovviamente, nel calendario liturgico non esiste.

Lo studioso Vacca ha voluto approfondire i passaggi di questa trasformazione linguistica. Un altro documento del 1325 ci comunica che ormai la chiesina è chiamata semplicemente S. Pacera (senza più specificare il vulgariter); Ancora mezzo secolo dopo, nel 1376, compare una variante maschile – S. Passere –, per tornare di lì in poi al nome di Pacera e successivamente Passera.

Il 1435 è un altro anno importante nella vita della chiesina sulle rive del Tevere: essa infatti passa di mano, diventando proprietà della chiesa di S. Maria in Via Lata, i cui canonici erano legati al culto di Abbaciro. Da questo momento in poi Prassede passa, anche se momentaneamente, in secondo piano. La festa annuale della chiesia in questo periodo si celebra al 31 gennaio, dies natalis (giorno del martirio e quindi di rinascita) di Abbaciro e Giovanni.

Ma la supremazia di Abbaciro su Prassede su un fatto relativamente breve, perché già agli inizi del Cinquecento, nella chiesina la festa annuale si torna a festeggiare nel giorno di Santa Prassede. Nel Cinquecento la chiesina tra l’altro subisce un paio di restauri: il primo nel 1521, sotto il pontificato di Papa Leone Medici, e poi ancora a fine secolo, nel 1582.

La chiesina torna a suscitare interesse nell’anno 1608, ma la ragione non è certo né devozionale né artistica. In quell’anno viene fatto un buco nella controparete della cripta, e viene indagato lo spazio retrostante, alla ricerca delle reliquie di Abbaciro e Giovanni. Il motivo è estremamente pratico: si cercavano reliquie di antichi martiri, per utilizzarle per consacrare nuove chiese a Roma. Documenti dell’epoca, tuttavia, ci testimoniano che quella ricerca fu infruttuosa.

Grazie agli studi di Maurizio Vacca sappiamo che interventi di restauro nella chiesina si verificarono negli anni 1645, 1659 e 1699. In particolare, nel restauro di metà Seicento, gli affreschi della Vergine in trono e di Michele Arcangelo subiscono pesanti rimaneggiamenti, che andarono a coprire la composizione originaria. Fortunatamente, prima di eseguire i restauri venne incaricato un disegnatore di nome Antonio Eclissi, di riprodurre lo stato degli affreschi in quel periodo. Questi disegni si trovano oggi in Inghilterra, nella Royal Library di Windsor (nella collezione di Cassiano dal Pozzo): essi vennero riscoperti in tempi recenti e fecero da guida nell’ultima recente serie di restauri per togliere le sovrapitture e riportare gli affreschi al disegno originario.

Questo fortunato evento ci offre la possibilità di fare una digressione, e andare a raccontare la storia dell’affresco dell’Arcangelo Michele, da chiamarsi più propriamente Michele contro il Drago. L’affresco risale alla metà del Duecento e si trova in una posizione centrale nella curva dell’abside di Santa Passera. La scena raffigura mediante l’allegoria il terribile combattimento tra angeli e demoni narrato nell’Apocalisse di San Giovanni. Vale la pena rileggere quei versetti (vv. 12, 7-8), per calarci in quella vicenda, in cui Satana è chiamato «il Drago»:

Scoppiò quindi una guerra nel cielo: Michele e i suoi angeli combattevano contro il Drago. Il Drago combatteva insieme con i suoi angeli. Ma non prevalsero e non ci fu più posto per essi in cielo.

La rappresentazione, dicevamo, è allegorica: il solo Michele sta a simboleggiare per intero se stesso e le schiere angeliche, mentre la figura del Drago morente ai suoi piedi rappresenta Lucifero e le sue turbe di angeli ribelli, sconfitte. Di Michele sono ancora ben visibili i duri lineamenti di guerriero, le vesti, parte delle ali e la lancia con cui ha trafitto la rossa figura del Drago, agonizzante ai suoi piedi.

Si ritiene che il Drago sia stato aggiunto in un secondo momento (non compare nel disegno n. 8936 conservato a Windsor: al suo posto vi è una figuretta di orante inginocchiato). La memoria vuole che tale raffigurazione del Demonio sia stata così realistica e terrificante che, con i restauri di metà Seicento fu necessario coprire tutto l’affresco con un sovradipinto, trasformando l’Arcangelo Michele in Santa Prassede che lava i corpi dei martiri: scompaiono le ali di Michele; l’attributo del globo crociato nella mano sinistra diventa una spugna; il Drago è coperto da un recipiente per lavare i corpi sanguinolenti dei martiri. L’immagine dell’angelo guerriero e del suo sconfitto antagonista è tornata alla luce durante un restauro del 1934.

Ma andiamo avanti col racconto della storia della chiesina: nel 1706 c’è un secondo scavo nella controparete della cripta, per una nuova ricerca delle reliquie di Abbaciro e Giovanni. Neppure questa volta le reliquie vengono trovate. Tuttavia di questo scavo ci rimane una interessante documentazione, dalla quale apprendiamo che all’epoca sulla controparete sono ancora ben visibili le decorazioni pittoriche della Vergine con Bambino e di Prassede, Ciro e Giovanni.

È probabilmente in questo periodo che, forse a seguito di una piena del Tevere, la cripta si interra, e il fango dev’essere stato così tanto che non viene più portato via. La situazione rimarrà tale fino all’anno 1904, anno in cui la cripta sarà riportata alla luce.