A partire dal X secolo a.C. si affacciano sul territorio altre culture progredite: quella dai caratteri villanoviani sulla riva destra del Tevere e, sul versante opposto, quella proto-latina originaria dei Colli Albani. Sono due culture molto diverse: nella prima sgomita e si fa largo un nuovo attore sociale, il mercante; nella seconda domina, per il momento, ancora il rozzo pastore-guerriero.

Entrambe le culture sanno forgiare il ferro.

Rispetto al bronzo, questo metallo può essere affilato in lame incredibilmente taglienti e durature e può essere portato in fusione con il carbone e temprato in acqua fredda, fino a ottenere rudimentali leghe d’acciaio. Ne nascono micidiali spade da guerra e anche il vomere, una lama che perfeziona l’aratro.

Nel frattempo, due centri proto-urbani – Caisra (Cerveteri) e Tarchuna (Tarquinia) – cominciano a scambiare i metalli con i naviganti del Mediterraneo: greci e cartaginesi. Ne ricevono in cambio gioielli, tessuti e ceramica fine. Quando gli uomini si scambiano oggetti, però, inevitabilmente si scambiano anche un po’ delle loro culture. Attraverso i vasi decorati, ad esempio, cominciano ad arrivare nel Lazio gli echi lontani di storie di eroi, miti e divinità.

Ma c’è dell’altro. In quello scorcio di I millennio a.C. si conclude il passaggio da un regime alimentare carnivoro a un’alimentazione soprattutto vegetariana. Nella società contemporanea i due regimi alimentari sono considerati equivalenti, purché opportunamente bilanciati. Ma allora un’alimentazione composta di soli vegetali comporta carenze di sali minerali, che devono essere compensate, arricchendo l’alimentazione con il sale marino. E il sale ha un luogo di raccolta privilegiato: gli stagni costieri nel tratto finale del Tevere, dove i cristalli si generano spontaneamente, per evaporazione.

Il sale ha anche altre qualità: addizionato ai cibi, li rende più sapidi; la salatura ne facilita la conservazione; il sale, infine, è considerato un disinfettante e persino un elemento sacro. Basti pensare, più avanti nel tempo, a una delle più remote ricette della cucina romana, la mola salsa: una miscela di farro, acqua e sale offerta in dono alle divinità durante i sacrifici.

Per questi motivi, sin dal IX secolo a.C. le paludi saline – sino ad allora inospitali e solitarie – cominciano ad avere una certa frequentazione, da parte degli eredi della cultura villanoviana, che acquistano ormai una nuova coscienza di sé, fino a riconoscersi in un popolo. Questi nuovi abitatori chiamano se stessi con il nome di Rasna (Rasenna): sono gli Etruschi.

Gli Etruschi emergono dalle nebbie del tempo, con i loro netti tratti distintivi. Estraggono dalle miniere, coltivano e raccolgono dalla terra, sono grandi accumulatori. Puntano dritti ai porti naturali, gli approdi fluviali e gli snodi delle rotte terrestri, per scambiare quanto hanno ammassato. Alla guerra preferiscono le alleanze: stringono patti con i più lontani popoli del Mediterraneo e, da buoni vicini, seducono i recalcitranti popoli italici con il fascino irresistibile dei commerci.

Prendono forma i primi centri urbani, ciascuno dei quali è una città-stato autonoma, con a capo un re: il lucumone. Insieme formano già una confederazione statale.

È in una di queste città-stato, Veio, che dobbiamo ora spostarci, perché Veio nella storia della Magliana ricopre un ruolo speciale.

Veio è un altopiano a picco sul torrente Cremera, affluente di destra del Tevere. Sorge dopo il 940 a.C. e il suo aspetto iniziale non è diverso dai villaggi dell’Età del bronzo: capanne ellittiche e poco altro. Veio ha uno strategico avamposto militare sul monte Gianicolo, da cui controlla l’intera riva destra del Tevere, fino alla foce.