Nel maggio 1983 viene arrestato Lucioli er Sorcio. Il fatto è solo apparentemente marginale. A Regina Cœli il Sorcio vive male. Comincia a confidarsi con gli inquirenti, si libera la coscienza. Il Sorcio non ha un grande peso nella banda ma ne sa abbastanza per diventare il primo “pentito” della Magliana.

Il Sorcio scoperchia il vaso di Pandora. Compila verbali dirompenti: spiega come gira la droga a Roma, fa nomi di sodali e fiancheggiatori, potenti, clan e mafie alleate. Scatta un megablitz di polizia. Vengono arrestate 64 persone.

Intanto, in un’altra Roma, si consuma un fatto che occuperà le cronache per anni. Emanuela Orlandi è un’adolescente come tante. Viso pulito, lunghi capelli scu ri raccolti con una fascia. La sua è una famiglia solida e numerosa; suo padre è un commesso in V ticano. Il 22 giugno 1983 Emanuela ha quindici anni ed esce dalla scuola di musica di piazza Sant’Apollinare. Chiama la sorella da un telefono a gettoni e le racconta una novità: uno sconosciuto le ha proposto un lavoro come presentatrice di cosmetici. “Vieni a casa e parlane con mamma”, ta glia corto la sorella. Ma Emanuela a casa non torna. La sua sparizione diventerà un mistero italiano.

Passano gli anni e sul caso spunta l’ombra della banda. Siamo nel 2005, il boss Renatino è ormai morto da tempo. Una voce anonima chiama il programma televisivo Chi l’ha visto? e rivela: “Per trovare la soluzione del caso Orlandi” bisogna scoprire “chi c’è sepolto a Sant’Apollinare”. I giornalisti accorrono: scoprono che nella basilica è stato tumulato proprio lui, Renatino.

La pentita Sabrina Minardi, vicina a De Pedis, dice che Emanuela l’ha rapita lui, su incarico del controverso arcivescovo Paul Marcinkus (1922-2006), capo dello Ior, Istituto per le opere di religione. Queste affermazioni non troveranno mai riscontri. La tomba di Renatino viene aperta: il corpo di Emanuela là dentro non c’è; c’è invece quello di De Pedis, in elegantissimo abito blu.

Intanto alla Magliana viene realizzata una grande infrastruttura, il viadotto della Magliana (ponte dello Sheraton): 1,7 chilometri di sopraelevata tra ponte della Magliana e via Cristoforo Colombo.

Il 12 settembre 1984, sul viadotto, avviene una tragedia: il bus 293 casca di Muoiono sul colpo l’autista e quattro passeggeri. La Repubblica raccoglie le prime informazioni. L’autista Luciano di Pietro è un 36enne esperto e guida un Inbus 210 nuovo. “Niente brusche scosse, nessuna frenata premonitrice. Il 293 scivola lentamente a destra”. Poi alle 16:24 lo sfondamento del guardrail e il salto nel vuoto. Lo schianto avviene dieci metri più in basso, sulla golena del Tevere, con a bordo 38 passeggeri. Un ortolano è tra i primi soccorritori: “Ho sentito un grande tonfo. Poi le urla. Li ho portati fuori in condizioni inimmagi nabili”. Vengono identificati i corpi di due pensionati ma tra le vittime ci sono anche due giovanissimi, senza documenti.

Alla Magliana lo strazio è corale. Nelle famiglie si conta chi non è rincasato, in un disperato contrappello. Le madri si incamminano a piedi e riconoscono i due 14enni di viale Vicopisano. Andrea e Domenico, amici per la pelle, non saranno mai dimenticati.

Giugno 1986. Arriva a sentenza il processo originato dalle dichiarazioni di Lu cioli er Sorcio. È una prima sentenza, importante ma monca, perché le 37 con danne riguardano delitti specifici e non esiste un’associazione criminale chiama ta “banda della Magliana” a fare da cornice.

Invece quella cornice c’è. E ne ha preso le redini, almeno per quanto riguarda il narcotraffico, Claudio Sicilia il Vesuviano. La polizia si mette sulle sue tracce, finché il Vesuviano viene catturato. A sorpresa, in carcere, il boss si pente.

Subito dopo c’è un altro arresto importante: quello di Maurizio Abbatino. Cri spino però non si pente affatto; è ancora forte, gode di complicità e sostegni. Beneficia di una carcerazione attenuata, alla clinica privata Villa Gina all’Eur.

Ormai a piede libero è rimasto soltanto Renatino De Pedis. È lui adesso che comanda. Il testaccino decide che la guerra sotterranea con l’amico-rivale Crispino può uscire allo scoperto. Crispino comincia a temere per la sua vita: a Villa Gina non è più al sicuro. La sua evasione sarà clamorosa, poco prima del Natale 1986: lega le lenzuola, si cala dalla finestra e si dilegua. Non si avranno sue notizie per anni.

Nel marzo 1987 vengono emessi altri 91 ordini di cattura, sulle dichiarazioni del pentito Sicilia. Poi però succede l’incredibile: gli ordini vengono revocati, a seguito di un terribile sospetto. Sicilia potrebbe aver raccontato frottole agli inquirenti, per punire i suoi avversari interni. È tutto da rifare.