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Dove oggi sorge la chiesina di Santa Passera in epoca romana sorgeva una necropoli, parte della più ampia Necropoli Portuense. La necropoli è delimitata a ovest dalla Via Campana (oggi via della Magliana) e a est dalla riva del Tevere, ed è estesa più o meno dall’attuale piazza Meucci fino alla Torre del Giudizio. La necropoli è molto fitta e ha caratteri spesso caotici: ci sono tombe piccole e piccolissime, nervosamente addossate le une alle altre, e ci sono anche tombe più grandi, a due piani sopra o sotto terra.

Una di queste tombe più grandi, dopo la metà del II sec. d.C., si trasforma in un oratorio paleocristiano, cioè un luogo di ritrovo e preghiera della primitiva comunità cristiana della Magliana. L’oratorio ha pianta quadrata e si sviluppa su due livelli sovrapposti: al piano inferiore c’è la preesistente camera sepolcrale romana, inutilizzata, che ha quindi la funzione di semplice basamento; al piano superiore l’antica aula per l’agape (la sala per i banchetti in onore dei defunti) diventa ora un’aula per la celebrazione dell’eucarestia. L’oratorio è sin dall’origine intitolato a due sorelle romane, entrambe martirizzate pochi anni prima: Pràxedes e Potentiana, Prassede e Pudenziana. Le scarne notizie sulle origini dell’oratorio paleocristiano purtroppo si limitano a questo.

Nuove notizie ci portano avanti di un secolo e mezzo, nell’anno 407. Il 407 è una data da prendere con le molle, perché è contenuta in un racconto agiografico (una vita di santi) trascritto dal monaco Gualtiero ben otto secoli più tardi, nel XIII sec. Il monaco Gualtiero riferisce che in quell’anno, all’oratorio delle sante Prassede e Pudenziana si affianca un secondo luogo di culto. Si tratta di una cripta, quindi un ambiente ipogeo, nella quale vengono messe a riposo le spoglie mortali di altri due martiri cristiani: Abbas Kyros e Johannes, Abate Ciro e il suo discepolo Giovanni.

Le spoglie di Abate Ciro e Giovanni, prima di arrivare alla Magliana, hanno fatto un lungo viaggio. I due avevano conosciuto il martirio in Egitto nell’anno 303, e in vita erano stati medici del corpo, ma soprattutto dell’anima. Andavano in giro portando con sé il «panarion», la borsa del dottore, che all’interno conteneva la «panacea», il farmaco miracoloso in grado di guarire ogni male. Dopo il martirio, Abate Ciro e il suo discepolo diventano i «santi taumaturghi» per eccellenza: erano cioè ritenuti capaci di fare miracoli a profusione ed erano specializzati nelle guarigioni miracolose, non solo da malanni fisici ma soprattutto da malesseri interiori o  inspiegabili. Le loro spoglie erano finite alla Magliana perché i due medici erano originari di Alessandria d’Egitto, e proprio alla Magliana si trovava il piccolo insediamento rivierasco di Vicus Alexandri, una postazione commerciale e portuale abitata da coloni greci, originari di quella stessa città. Le spoglie dei martiri alessandrini insomma, dopo aver attraversato il mare, si erano finalmente riunite con la loro comunità.

Esattamente come l’oratorio di Prassede e Pudenziana, anche la cripta di Abate Ciro e Giovanni nasce dal reimpiego di una preesistente tomba romana: quello che cambia però sono le dimensioni. Se alle martiri romane era toccata la tomba più ampia del circondario, le spoglie dei martiri alessandrini erano state collocate in un minuscolo stanzino ipogeo, che si restringe ancora di più quando, per proteggere le sante reliquie, viene realizzata all’interno dell’ipogeo una controparete in muratura. Questa differenza di spazi è all’origine di due modalità di fruizione assai diverse: nella cripta di Abate Ciro non si celebravano adunanze eucaristiche, come avveniva nell’oratorio di Prassede, ma la tomba dei martiri alessandrini era semplicemente la mèta di un viaggio, il punto di arrivo di un pellegrinaggio. I pellegrini, una volta raggiunta a piedi la tomba, si raccoglievano in preghiera sopra di essa, chiedendo l’intercessione dei due santi taumaturghi, che si sapeva essere rapida e portentosa. I due culti dunque – Prassede nell’oratorio, Abate Ciro nella cripta – sono dunque sin dall’origine assai diversi.

Tra l’oratorio di Prassede e la cripta di Abate Ciro passava in linea d’aria meno di un metro di distanza, con in mezzo uno dei tanti viottoli di servizio dell’antica necropoli. Inoltre Prassede si trovava in alto, nell’aula superiore della prima tomba, mentre Abate Ciro era sotto terra, nella seconda. L’ipotesi che si fa è che, almeno in questo scorcio di V sec. tra i due culti sia esistito un rapporto di buon vicinato. Erano cioè due culti completamente autonomi, sebbene celebrati a distanza ravvicinata. Tra l’altro i due culti si rivolgevano a due diverse comunità di fedeli: la comunità di lingua latina prediligeva senz’altro le due martiri romane, mentre la comunità di origine greca era devota soprattutto ai martiri orientali. Infine il primo (Prassede e Pudenziana) era un culto marcatamente locale, legato alla comunità cristiana delle origini; il secondo invece presentava caratteri esotici e miracolistici e attirava pellegrini a frotte, provenienti dai luoghi più disparati.

A ben vedere il solo elemento in comune tra i due culti è la forza del loro radicamento, che finisce per garantire sopravvivenza e autonomia a entrambi. Se Abate Ciro, il santo dei miracoli, gode di una popoloarità via via crescente, Prassede e Pudenziana potevano contare invece su un culto consolidato, e da maggior tempo. Le due sante sorelle erano infatti considerate un pilastro della comunità cristiana di Roma: esse avevano ricoperto entrambe la carica di diaconesse, cioè sacerdoti-donne, e avevano dedicato la loro intera vita ad amministrare il sacramento del battesimo, creando centinaia di nuovi cristiani. Molti cristiani di Roma si consideravano loro figli nella fede.

La domanda spontanea, a questo punto, è se, nella primitiva comunità cristiana di Roma, le sacerdoti-donna fossero un fatto eccezionale oppure relativamente diffuso. La vicenda di Prassede e Pudenziana sembra descriverci il sacerdozio femminile come un fatto normale. Le diaconesse a Roma potevano anche diventare capo di comunità, come effettivamente lo fu Pudenziana. E, quando questa fu arrestata e uccisa, il ruolo di guida venne preso dalla sorella Prassede. Della presenza di diaconesse a Roma abbiamo tra l’altro anche un testimone illustre, sia pur indiretto e involontario. Si tratta dell’apostolo San Paolo, che concludendo la Lettera ai Romani (16, 1), fa un lungo elenco dei capi delle comunità cristiane allora presenti nell’Urbe: un terzo dei nomi citati da S. Paolo sono nomi femminili. Fino all’inizio del IV sec. infatti la Chiesa avrà un numero limitato di regole interne, e più di tutto valeva la consuetudine: là dove in epoca pagana il sacerdozio femminile era ammesso (ad esempio a Roma), si continuò a fare altrettanto anche nella prima comunità cristiana.

Sul finire del V sec., tuttavia, le cose cambiano, perché sulla questione del sacerdozio femminile era maturata una disputa dottrinale piuttosto spinosa. Era una delle tante accese dispute dottrinali del tempo, e questa non era sicuramente tra le più importanti; comunque nell’anno 494 Papa Gelasio interviene sulla questione del sacerdozio femminile, vietandolo espressamente, da allora e per sempre. È così ancora oggi. Le argomentazioni di Papa Gelasio, rilette oggi, potrebbero persino farci sorridere, ma vale la pena ricordarle. Poiché né la Bibbia né i Vangeli dicono nulla riguardo il sacerdozio femminile, Papa Gelasio si risolve che la risposta va cercata «attraverso l’esempio» delle Sacre scritture: se, quando Cristo conferì ai 12 apostoli il mandato di continuare la sua missione terrena, scelse 12 uomini e nessuna donna, questa doveva essere l’inequivocabile volontà divina. Una donna che, da allora in poi, avesse scelto la via del sacerdozio, sarebbe stata quindi necessariamente un’eretica o peggio ancora: una strega.

Lo zelo di Papa Gelasio contro le diaconesse – e si badi bene, a quel tempo Papa Gelasio aveva a che fare con tantissime altre eresie: arianesimo, manicheismo, monofisismo e nestorianesimo, tanto per citare le maggiori – si limitò a fissare una regola sul sacerdozio valida per l’avvenire, ma non andò a bollare retroattivamente col marchio ereticale le tante eroiche donne che avevano fondato e retto le prime comunità cristiane di Roma. Papa Gelasio sapeva bene che, il più delle volte, esse lo avevano fatto al prezzo della loro stessa vita.

Il culto delle due sante sacerdotesse Prassede e Pudenziana risultò quindi da allora in qualche misura compresso o non più apertamente incoraggiato, ma non venne comunque proibito. D’altronde, di fronte alle folte schiere di eretici che a quel tempo flagellavano la Chiesa,  la difformità di genere delle due sacerdotesse appariva un peccato veniale.

Piuttosto, le ragioni della concomitante ascesa del culto di Abate Ciro, molto banalmente, vanno ricercate nella speranza di salvezza connessa alle sue doti taumaturgiche, di cui Roma, ormai impoverita e resa insicura dall’imminente fine dell’Impero d’Occidente, cominciava ad avere strenuamente bisogno. All’inizio del VII sec. Roma, di motivi per votarsi ad Appaciro e ai suoi interventi salvifici ne aveva davvero parecchi: l’Urbe cominciava a sentire il fiato sul collo delle invasioni barbariche, come ci narra con dovizia di particolari lo storiografo Procopio di Cesarea nel suo de Bello Gothico.

C’è addirittura un episodio che sembra sfiorare proprio la Magliana, non lontano dalla nostra chiesina. Procopio narra che sotto il pontificato di Papa Gregorio (590-604, il celebre San Gregorio Magno) si era cercato, come meglio si poteva, di mettere i tesori dell’Urbe al riparo dal rischio di razzìe, allestendo una sorta di arca galleggiante carica di tesori, che Papa Gregorio teneva ormeggiata sulle rive del Tevere, pronta a partire verso il mare alle prime avvisaglie di pericolo. E non si trattava di tesoretti di poco conto: secondo una tradizione cara alla comunità ebraica di Roma pare che addirittura, a bordo del barcone, vi fosse la Menorah, il sacro candelabro a sette bracci giunto a Roma nel 70 d.C., oggi perduto (e che vediamo raffigurato nel bassorilievo dell’arco di Tito accanto al Colosseo).

Non è chiaro però cosa successe a questo barcone: quello che si sa è che quando i barbari arrivarono e le cose si misero male, il barcone effettivamente si mise in viaggio lungo il Tevere. Pare però che al mare questo barcone non sia mai arrivato. A un certo punto del tragitto fece naufragio (o forse fu affondato deliberatamente), più o meno all’altezza della Magliana. Il suo carico di tesori rimase da allora, e per sempre, custodito dalle acque del Tevere. Un illustre cercatore di tesori dei nostri tempi, l’archeologo subaqueo Claudio Mocchegiani-Carpano, sin dal 1986 ha esplorato a più riprese l’alveo del fiume Tevere di fronte a Santa Passera. Purtroppo però, davanti alla chiesina, non fu rinvenuto nulla di significativo.

Un’altra suggestione ci porta più avanti nel tempo – e siamo ormai alle soglie del IX sec. –, quando a Roma si perde l’uso del latino e si afferma progressivamente un nuovo modo di parlare: il volgare romano. A dispetto dell’attributo «romano» questa nuova parlata non ha ancora nulla del romanesco del Belli (che si strutturerà solo nell’Ottocento) ma ha invece un fortissimo influsso napoletano. La caratteristica fonetica dei dialetti campano-meridionali è il rotacismo della lettera d, che muta in r. Ad esempio la parola «Madonna» scivola (si corrompe) in Maronna.  Ci sono poi altri scivolamenti di lettere, che da sonore diventano sorde: k decade in c dolce, b scivola in p, x in una doppia s. Cadono anche le consonanti al termine di parola, si semplificano i diagrammi (più consonanti insieme) e, all’interno delle parole talvolta si sposta l’accento tonico (le parole sdrucciole diventano piane). Sta nascendo insomma una nuova lingua. Il risultato è che nella parlata alto-medievale della Magliana i nomi dei sue santi Abbas Kyros e Pràxedes cominciano a deformarsi pesantemente:

  • Abbas Kyros diventa così Sant’Appaciro (b=p, k=c, caduta consonanti finali);
  • e Pràxedes diventa Santa Passère (d=r, semplificazione del diagramma pr, spostamento dell’accento tonico).

Degli altri due santi comprimari (Pudenziana e Giovanni) si affievolisce progressivamente la memoria, e i due luoghi di culto ravvicinati sulle rive del Tevere cominciano ad essere identificati con un lemma unitario, che suona quasi come uno scioglilingua: santappacìre-santapassère.

Contemporaneamente, sempre a cavallo tra l’VIII e il IX sec., avviene anche un altro fatto importante: l’oratorio di Santa Passère e la vicina cripta di Sant’Appaciro si fondono in un unico corpo architettonico. Comprendere come i due edifici ravvicinati si siano uniti in uno solo non è cosa facile, e richiede anzi un certo sforzo di fantasia. Prima di tutto occorre ricostruire l’orografia del luogo, che non era perfettamente in piano. All’epoca il Tevere non aveva argini, e dobbiamo anzi immaginarci una scarpata tra la Via Campana (via della Magliana) e la riva fluviale, su cui si «aggrappano» i vari corpi edilizi. Su questo terreno scosceso e limaccioso, alcuni ambienti si erano nel tempo ritrovati ricoperti dal fango, diventando ipogei. Anzi a ben vedere, tra VIII e IX sec. l’unico edificio ormai completamente fuori terra è l’oratorio di Santa Passère, che peraltro poggiava su un sepolcro romano, che all’epoca doveva essere stato invaso dal fango e completamente interrato. Sembrerebbe darci prova dell’interramento il fatto che l’antico ingresso del sepolcro, rivolto verso la Via Campana, era stato tamponato in muratura e chiuso già in antico. Infine, ad una quota ancora più bassa, c’era la minuscola tomba di Appaciro, interrata anch’essa.

A un certo punto però dev’essere successo che anche il fronte rivolto al Tevere si ritrova sommerso dal fango, compromettendo l’accesso all’oratorio di Passère e rendendo impossibile il pellegrinaggio alla tomba di Appaciro. È a quel punto che si rende necessario mettere le mani sulle due strutture, liberandole dal fango e mettendole in sicurezza idraulica. Non potendo modellare il terreno per liberare gli antichi ingressi – per la consapevolezza che la prossima piena fluviale li avrebbe coperti di nuovo –, si decide così di realizzare una nuova struttura edilizia, un avancorpo sopraelevato, collocato sopra la cripta di Appaciro e davanti la tomba romana alla base dell’Oratorio di Passère.

Il nuovo avancorpo in elevazione, nella sua semplicità, ha una struttura davvero ingegnosa che assolve insieme a tre funzioni diverse: protegge le strutture dalle ondate di piena del Tevere facendo da argine; recupera il sepolcro romano, ora svuotato dal fango; e raccorda infine i due luoghi di culto (oratorio e cripta) con il sepolcro romano, facendo delle tre strutture un solo corpo edilizio.

Inoltre, il nuovo avancorpo dota il complesso religioso di un nuovo ingresso, non più dalla Via Campana ma dal fronte opposto sulla riva del Tevere. L’avancorpo è circondato da due rampe di scale simmetriche, che permettono di salirci sopra dalla quota più bassa. Dalle rampe si accede al solaio dell’avancorpo, da cui si accede poi all’oratorio, passando per il solaio calpestabile, che viene così ad assumere anche la funzione di sagrato. A questo punto le tre strutture sono unite: l’oratorio di Santa Prassère diventa chiesa superiore; la tomba romana diventa chiesa inferiore; e la tomba di Appaciro diventa la cripta. La chiesina di Santa Passera era nata, anche se l’intitolazione a S. Passera non esiste ancora.