Ci avviciniamo al Forte Portuense da un vialetto moderno, al civico 545 della via Portuense. Una passerella in acciaio e cemento sostituisce l’originario ponte levatoio in legno. Ne rimangono oggi i pilastri, mentre le parti in legno (la parte fissa chiamata “dormiente” quella sollevabile chiamata “levatoio”) sono oggi perdute.

L’ingresso, chiamato anche “Garitta monumentale”, è costituito da due elementi architettonici: l’impalcato a prova di bomba (un telaio in calcestruzzo e riporti di terra, solidale con la roccia di tufo che si trova dietro), e il portone corazzato vero e proprio, in ferro.

L’impalcato presenta elementi decorativi: le lesene, l’architrave, i rivestimenti bugnati. La particolarità però è che essi hanno una mera funzione estetica e nessuno di essi è strutturale. La ricercatice Francesca Ritucci, autrice di una documentata tesi di laurea su Forte Portuense, giustifica la cosa così: “Quello che vediamo è un lungo muro di cinta sempre uguale a se stesso fino al momento in cui, in prossimità delle porte, il progettista sente l’esigenza di una nobilitazione, il bisogno di collegarsi alla Storia, abbandonando la mera funzione cui è relegato un muro. Ed è nel portone d’ingresso che si nota l’incredibile scollamento tra due memorie e due modi di progettare: è qui che l’architetto ricorre al lessico avuto in eredità dal Rinascimento, riprendendolo al punto in cui lo hanno lasciato i Sangallo e Leonardo”.

All’interno dell’impalcato è montata la porta corazzata in ferro, restaurata nei primi Anni Duemila. Le condizioni del portone erano in effetti da tempo assai precarie. Ritucci ha trovato una pagina del Tempo che ne parla già dal 1961: “Un misero resto di garitta espone al vento e alla pioggia un superstite scheletro di ferro, con qualche brandello di cemento ancora aggrappato di qua e di là”.

Nel 2006 il portale è stato anche “riarmato”: sono state cioè rimontate sull’architrave le insegne militari del forte, ritrovate nel magazzino, con il nodo sabauda e il motto “FERT” (“Fortitudo Eius Rhodum Tenuit”, la forza di Casa Savoia difese i Cavalieri crociati). È stato correttamente osservato che la presenza di insegne di armatura, secondo le consuetudini militari, indica che il forte è ancora in attività: si tratta insomma di un falso storico.

Varcata la porta corazzata ci ritroviamo in un androne a pianta rettangolare, con volta a botte, affiancato da quattro ambienti funzionali: la stanza dell’ufficiale di guardia, la stanza del corpo di guardia, l’ascensore delle polveri (provenienti dalla polveriera al piano inferiore) e infine il piccolo deposito di polveri per la difesa di prossimità. I due ambienti vicini all’ingresso sono dotati di feritoie: sono in grado di sparare in tiro frontale, in caso di attacco da distanza ravvicinata.

Ci ritroviamo quindi ad un crociccio voltato, un incrocio tagliato in lungo dalla “Grande galleria anulare”, che è una strada carrabile interamente sotterranea con volte a botte che percorre l’intero perimetro del Forte. Svoltiamo a sinistra e entriamo nella galleria, alla luce delle torce elettriche. Se qualcuno dovesse perdersi, in questi ambienti sotterranei, è sufficiente continuare a camminare lungo la galleria anulare: prima o poi ritornerà all’ingresso.

Percorriamo un primo tratto della galleria anulare, alla luce di torce elettriche. Intersechiamo i vani scale che ci conducono, due piani sopra, ai piani di batteria. E intersechiamo anche il curioso ambiente delle latrine di terza classe: si tratta di un ambiente comunitario, destinato alla truppa, dotato di una fossa settica ma privo di un impianto fognante.

Una volta percorso un quarto della galleria ci ritroviamo, improvvisamente, avvolti dalla luce naturale, che irrompe diretta dalla piazza interna, chiamata “piazza d’armi”.

La piazza d’armi prende il nome dalla sua funzione: le esercitazioni militari e le adunanze. Chiamata anche “spianata”, spiazzo interno o cortile, misura circa mezzo ettaro e ha l’aspetto di una “conca allungata”, con la caratteristica di trovarsi incassata a cielo aperto, 8 metri al di sotto del piano di campagna.

Vale la pena ricordare che abili accorgimenti costruttivi riescono a portare la luce naturale in gran parte degli ambienti (e i cunicoli di aereazione assicurano ovunque il ricircolo dell’aria) ma il forte è comunque un’opera ipogea, che vive in ambienti sotterranei.

Il forte non è un’opera di costruzione ma di scavo, traforo e modellamento. La differenza tra un forte e un “castrum” (un castello) è che per costruire un castello si sceglie un’altura prominente e vi si “costruiscno” sopra mura, torrioni e tutti gli spazi per la vita della comunità e della guarnigione; per un forte invece il procedimento è inverso e bisogna “scavare”: l’altura prominente viene modellata, spianata, traforata, affinché da fuori nulla sia visibile della macchina da guerra che dorme nella pancia della terra. In un castello ci sono “tanti muri”: in un forte invece i fianchi in tufo sono solo dei paramenti di copertua, oltre i quali si trova la solida roccia della collina. Le mura di un forte sono in grado di resistere a un intenso cannoneggiamento.

Dalla piazza d’armi lanciamo dunque lo sguardo verso il cielo, 8 metri più in alto, e immaginiamo lì la sommità della collina, oggi non più esistente perché spianata dal lavoro del corpo zappatori del Genio. Questa altura ha in origine il nome di Collina degli Irlandesi, in memoria del Collegio Irlandese, che viene distrutto per far posto al forte. La collina è il punto orografico più alto del quartiere Portuense: senza i palazzoni moderni del Portuense si godrebbe oggi di un panorama eccezionale: la visuale interseca a valle la via Portuense, controlla a vista sull’altro versante la valle del Tevere alla Magliana, vede a 3,5 km di distanza il Bastione di Porta Portese, e infine traguarda sulla destra il fianco sinistro del vicino Forte Bravetta.

Facciamo adesso silenzio. La piazza, incassata nella solida roccia, presenta un’acustica straordinaria: nessun rumore dalla via Portuense raggiunge la piazza, né il rumore degli spettacoli che spesso si realizzano in piazza d’armi in estate disturbano le notti del quartiere. Non c’è più nessun legame con la città al di fuori.

In effetti, all’interno di un forte militare non c’è bisogno di relazionarsi con l’esterno, o individuare i punti cardinali, perché in un forte i punti di riferimento sono soltanto due: il “fronte di fuoco” è l’asse da dove può arrivare un attacco nemico (è detto anche “fronte marino”, perché si immagina che il nemico arrivi dal mare). Le mura del fronte di fuoco sono possenti e pensate per resistere al cannoneggiamento più intenso.

Il “fronte di gola” (o “fronte di città”) è il fronte opposto, da cui non ci attende l’arrivo dei nemici ma dei rinforzi. È caratterizzato da strutture meno robuste che presentano persino qualche concessione estetica.

Per questo i due lati della piazza sono così diversi fra di loro: la scarpa rivolta al fronte di fuoco è inclinata e inerbita, fatta di terra viva per assorbire i colpi delle artiglierie nemiche; il lato che guarda la città è caratterizzato invece da ordinati prospetti verticali in muratura.

Le serie di arcate presentano elementi decorativi di grande compostezza, con marcapiani in travertino, laterizi fini di colore ocra e rosso, e le gronde in ghisa (i “doccioni”) per il drenaggio delle acque verso una cisterna sotterranea, il cui ingresso è ancora oggi visibile. Poco distante, in galleria, è anche presente un pozzo con rubinetteria collegato alla cisterna.

Vi è, su tutta la piazza, un impianto di illuminazione elettrica in rame a doppio binario, con elementi di raccordo in porcellana, per l’addestramento dei fanti anche in orario notturno. La piazza è parzialmente coperta con un pavé in sampietrino.