Il 29 ottobre 1971 incominciano le occupazioni degli alloggi sfitti. La prima occupazione – 750 appartamenti su via Pescaglia, presi d’assalto in una sola notte – è solo dimostrativa e si risolve con uno sgombero pacifico. Nicoletta Campanella, sociologa e impiegata comunale presso la delegazione della Magliana, annota l’assurdità della situazione: “Ci sono case senza inquilini e inquilini senza case”.

Si susseguono però altre occupazioni: grandi, piccole, invisibili e persino plateali. Come quella del 6 novembre, quando il Comitato di lotta prende possesso di alcuni negozi sfitti su viale Vicopisano. Fuori viene affissa una storica insegna: Comitato di quartiere. Quell’insegna, con alcune modifiche, è lì ancora oggi.

Nella stessa notte anche il prete, Don Lutte, occupa un locale su via Vaiano e vi crea un doposcuola, il Centro di cultura proletaria. Da lì, uno a uno, inizia a strappare i bambini alla strada. Inizia anche a stampare un giornalino di quartiere: “Sotto l’argine”. Il Canzoniere occupa un locale su via Pieve Fosciana e ne fa il primo teatro della Magliana.

A dicembre l’intero quartiere si ritrova occupato. A occupare sono gli stessi inquilini autoriduttori, che si impadroniscono delle case in cui vivono. All’unisono smettono di pagare il canone decurtato del 50% e iniziano a inviare alle immobiliari la sola quota simbolica di 2500 lire vano-mese, la stessa delle case comunali.

Il fatto è grosso. A Roma non è mai avvenuta l’occupazione simultanea di un intero quartiere. La Magliana è sfuggita di mano, ha cominciato a governarsi da sola.

Le immobiliari però non stanno a guardare. Mandano agli inquilini ingiunzioni di pagamento e ottengono dal tribunale l’emissione di precetti. Il Canzoniere racconta: “Guarda un po’, dice il padrone, questa gentaglia cos’ha combinato! Gli ufficiali e gli avvocati convocherò! Lettere allora arrivano e poi gli sfratti…”.

Una delle società, la Malta, ottiene le prime ordinanze di sfratto, a inizio 1972. Gli ufficiali giudiziari si presentano alla Magliana per eseguirli e, come da consuetudine, accordano il primo rinvio. Non c’è un minuto da perdere.

Il 14 febbraio il comitato di quartiere organizza una grande manifestazione, con i pullman presi a noleggio. Tutta la Magliana si sposta sotto l’ufficio del pretore, scandendo questo slogan: Al-la Ma-glia-na non si sfrat-ta! È una manifestazione minacciosa, livida.

Quando l’ufficiale giudiziario ritorna al fabbricato Malta trova ad attenderlo un picchetto anti-sfratto: una folla immobile, silenziosa, con le braccia conserte. È un assembramento solo apparentemente pacifico: in realtà è straordinariamente aggressivo. Gli inquilini si frappongono fisicamente tra l’ufficiale e le famiglie sotto sfratto, sbarrandogli il passo. L’ufficiale, sentendosi in pericolo, scappa via.

Al comitato di quartiere viene montato un tabellone di legno, con affisse le date dei picchettaggi: meticolosamente disposti in caselle ci sono centinaia di cognomi di capifamiglia sotto sfratto, con rispettivi indirizzi e orari di esecuzione. Il quartiere partecipa in massa: all’ora convenuta i residenti scendono in strada e si fanno trovare davanti l’ingresso degli stabili, silenziosi e ostili. Ogni volta l’ufficiale giudiziario annota la presenza di facinorosi e fa retrofront.

La Magliana diventa una città dentro la città. Richiama i primi curiosi, intellettuali e artisti. Uno dei primi ad arrivare, ospite del Canzoniere, è il drammaturgo Dario Fo (1926-2016, premio Nobel nel 1997) con la sua compagnia teatrale La Comune. Allestisce spettacoli pubblici sul viale Vicopisano.

L’ufficiale giudiziario torna ancora, siamo al maggio 1972, questa volta scortato dagli agenti di polizia del Reparto Celere. Tutto il quartiere – preavvisato da radioamatori sulla Citizens’ band a 27 Mhz – si riversa in strada. Su via della Magliana si forma un blocco stradale, chiassoso e disordinato. La Celere sembra ripiegare, vanno via.

Poi gli agenti, non si sa come, ricompaiono sotto lo stabile Porta Medaglia. Davanti al portone si crea un estemporaneo picchetto, che sbarra il passo alla Celere. Nel frattempo, sulle scale condominiali vengono srotolate bobine di filo spinato, mentre alcuni compagni fabbri sigillano gli appartamenti con sbarre di acciaio elettrosaldato. A quel punto la Celere ripiega per davvero.

La scena si ripete identica a luglio, nel caseggiato Malta. Sono sette mesi ormai che masse minacciose di proletari sbarrano il passo alle forze dell’ordine. La Magliana comincia a crearsi la sinistra nomea di un “porto franco” dove la polizia non entra.

Inevitabilmente, si crea anche il terreno fertile per la malavita. Si registrano due elementari livelli di organizzazione: cani sciolti e batterie. I primi sono piccoli delinquenti che agiscono in proprio: si aggirano famelici per la città cercando case da razziare, auto da scassinare, uno sprovveduto da rapinare. Se capita, smerciano anche piccoli quantitativi di eroina. Le batterie fanno le stesse cose, ma in gruppetti di quattro o più, sotto la guida di un capo-batteria.

Siamo nell’estate 1972, appena fuori dalla Magliana, nella vicina viale Marconi. Avviene una rapina ai danni di un rappresentante: la polizia dopo un inseguimento rocambolesco riesce a bloccarne l’esecutore, un cane sciolto. Si chiama Maurizio Abbatino: è un ragazzino maggiorenne da una manciata di giorni, magro allampanato e dalla folta capigliatura irsuta. Per queste caratteristiche è soprannominato Crispino. Il padre è un uomo molto conosciuto tra gli autoriduttori della Magliana. È un imbianchino laborioso, di comprovata fede comunista. Ai poliziotti spiega che suo figlio è un adolescente inquieto, al quale in casa non fa mancare nulla. La bravata non si ripeterà più. Al ritorno nel quartiere però l’uomo è assalito dai pensieri. Poco dopo lascerà il lavoro, si rinchiuderà dentro casa. Comincerà a stare male.

A distanza di alcuni giorni, con una dinamica simile, la polizia segnala per furto un coetaneo di Crispino, di nome Edoardo Toscano. I ragazzini della Magliana sembrano ora contagiati da un virus: tutti insieme cominciano a delinquere, con una rabbia irrefrenabile e improvvisa.

Un terzo giovane abita a cento metri da casa Abbatino ed è ancora minorenne: è Enrico De Pedis detto Renatino. Renatino è diverso: alla Magliana si vede poco e ci torna soltanto per dormire. Renatino ha fatto il salto, è entrato in batteria con quelli dell’Alberone, sull’Appia. Veste con abiti ricercati e sogna azioni eclatanti, ardimentose. Le realizzerà di lì a breve.