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Nel 1885 all’Istituto agrario di carità Vigna Pia sono in corso gli sterri per la costruzione del nuovo padiglione del Convitto, voluto da Papa Leone XIII. La parte più impegnativa dei lavori si concentra poco distante, nel consolidamento della ripida scarpata che affaccia sulle attuali piazza Meucci e via della Magliana Antica, rese franose dalla presenza di aspre latomìe di tufo e profondi trafori in galleria, residui di un’antica attività estrattiva. Da subito i cavatori si imbattono in resti di strutture funerarie romane e intercettano persino, a valle, il tracciato della antica Via Campana. Il Bullettino della Commissione archeologica comunale del 1877 ci dà un quadro della situazione, che alterna paesaggi lunari, cumuli di detriti e antiche memorie:

Sull’una e l’altra sponda della strada, profondamente incassata nel terreno di scarico, avanzi di antiche cave di tufa. Si veggono avanzi di sepolcri d’ogni maniera: colombari, ipogei ed arcosolii, cassettoni a capanna, sarcofagi fittili etc. Sono stati ritrovati pure alcuni selcioni della Via Campana, che dal bivio della Portuense conduceva al Luco degli Arvali […]. Aprendosi una strada di accesso alla cava di tufo, si è rinvenuto e distrutto un colombario, le cui pareti laterali presentavano arcosolii.

Il colombario è uno stanzone rettangolare, ipogeo, che presenta sulle pareti e sulla volta flebili decorazioni pittoriche, quasi completamente svanite. È una struttura funeraria collettiva – in fondo non diversa dalle odierne cappelle del cimitero romano di Prima Porta –, che allinea ordinatamente delle serie di nicchiette destinate ad accogliere le ceneri dei defunti di ceto medio-basso. Il colombario è databile alla metà del II sec. d.C. Da una serie di elementi del contesto è possibile azzardare l’appartenenza ad una comunità di lingua greca, forse con legami culturali con la Sicilia. Fin qui nulla di eccezionale; ma la sorpresa arriva dopo la pulitura del pavimento, che rivela una scena musiva a colori, di pregiatissima fattura.

La scena musiva raffigura il rapimento della ninfa Proserpina, figlia della dea Cerere. Il suo culto era giunto a Roma dalla Grecia più di quattro secoli prima, ma Proserpina, nella Roma imperiale, godeva di una rinnovata popolarità, grazie agli scritti di Strabone prima, e poi le Metamorfosi di Ovidio. La vicenda di Proserpina è ambientata durante l’Età dell’oro, un «tempo prima del tempo» in cui regna l’eterna primavera e i campi sono perennemente in fiore. È qui che Proserpina e altre ninfe fanno il malaugurato incontro con il dio infernale Plutone. Da lì in poi infatti l’immagine idilliaca degenera nella più cruda violenza: Plutone si invaghisce di Proserpina e all’istante la rapisce per condurla sé nel mondo degli Inferi. La scena centrale del mosaico raffigura proprio questo momento del racconto: Plutone è ritratto come un uomo maturo e vigoroso, barbuto e dalla folta capigliatura, che con un braccio tiene saldamente le briglie dei cavalli del suo cocchio, e con l’altro afferra al volo la ninfa. La raffigurazione musiva di Proserpina è purtroppo lacunosa, perché fu danneggiata durante le operazioni di strappo del mosaico. Dal Bullettino apprendiamo che Proserpina ha le braccia tese in richiesta d’aiuto, mentre più in là ci sono altre ninfe. Una si accovaccia a terra per mettere in salvo se stessa, mentre un’altra, la coraggiosa Ciane, farà di tutto per soccorrere Proserpina, purtroppo senza riuscirvi. I quattro cavalli neri del dio infernale sono lanciati al galoppo, e sono raffigurati con forme flessuose. Il mosaico ci ricorda persino i loro nomi, in caratteri greci: Æthon, Alastor, Nycteus e Orphnaeus. Li precede e li guida con una briglia il dio Mercurio, con le ali ai piedi. Plutone dunque scompare, e porta con sé Proserpina nelle viscere terrestri, prendendola in sposa ed elevandola al rango di dea e regina dell’Ade. Ma tutto questo ha un prezzo: la sua libertà.

E la storia non finisce qui. La madre della ninfa, la dea Cerere, non è né contenta né rassegnata: è anzi furibonda. Racconta Strabone che dopo 9 giorni trascorsi nella più cupa disperazione, Cerere passa all’azione e pone in essere la sua tremenda divina vendetta. Arriva così la prima piaga: Cerere devasta la Terra intera con tre mesi consecutivi di siccità e carestia (Φθινόπωρον, Phthinoporon: l’autunno). Non basta e arriva la seconda piaga: altri tre mesi di freddo mortale (Χειμών, Keimon: l’inverno). Anche questa parte del racconto è narrata per immagini, nella parte inferiore della cornice che circonda il mosaico: la carestia autunnale è rappresentata come un giovane uomo dal capo cinto da pampini d’uva; mentre il gelo invernale è raffigurato da un vecchio avvolto in una pesante palandrana e col capo cinto di una corona di canne.

Fortunatamente, i due flagelli di Cerere portanto Plutone a ragionare e ad accettare un patto, di cui si pone a garante Giove, il capo degli dèi: Proserpina tornerà in superficie dalla madre per sei mesi l’anno, ma negli altri sei farà ritorno dallo sposo nelle profondità infernali, e così in un eterno alternarsi di cicli di luce e tenebre. Cerere, solo in parte soddisfatta dall’accordo, reagisce con risoluta fermezza: farà risvegliare e fiorire la terra solo nei sei mesi in cui le è concesso di vedere Proserpina, mentre la flagellerà in tutti gli altri. Di questa parte del racconto rimane la raffigurazione della parte superiore della cornice: il risveglio primaverile (Είαρ, Eiar) è raffigurato come un’adolescente dai capelli raccolti in una coroncina di germogli campestri; mentre è purtroppo mancante la raffigurazione della maturazione estiva (Θέρος, Theros), che possiamo solo immaginare, nelle sembianze di una donna adulta, forse col capo cinto di spighe.

Il tema complessivo della raffigurazione musiva è dunque il ciclico alternarsi delle stagioni, che richiama per allegoria l’alternarsi delle stagioni della vita. Il significato del mosaico è consolatorio, perché la morte (l’inverno) non è la fine di tutto, è solo la fase che precede un nuovo ciclo vitale. Così è la vita nel mondo romano: si sale, si scende, si risale, in perpetua alternanza.

Sull’entusiamo dei ritrovamenti del 1885 si indagano anche alcuni settori contigui al colombario. Nel frattempo intanto i lavori del nuovo Padiglione del Convitto vengono completati (1889). I frammenti ritrovati in questa fase, elenca il Bullettino, sono numerosi:

Piccola ara marmorea scorniciata con dedica a Silvano di M. Aurelius Asclepiade (CIL, VI, 31004); lastra marmorea frammentata appartenente a tavola lusoria; vari frammenti marmorei: antefissa con aquila, capitello di pilastrino con pròtome di Bacco barbato, capitello corinzio composito, metà di bacino di fontana, due busti ritratti (uno molto logoro); numerosi frammenti fittili.

Questi piccoli pezzi vengono tutti agevolmente rivenduti – era in fondo questo lo scopo dello scavo –, ma rimane in sospeso il problema di come estrarre dal colombario il grande e prezioso mosaico di Proserpina senza romperlo. Non è possibile tagliare la scena musiva a pezzi, perché essa perderebbe di valore, e si decide di estrarre il mosaico con la pericolosa tecnica dello «strappo». Questa operazione purtroppo finisce male, e danneggia il mosaico nella sua parte più preziosa: la raffigurazione di Proserpina e la resistenza di Ciane.

Il ritrovamento nel 1885 del mosaico di Proserpina fu l’episodio senz’altro più significativo di un intero decennio– compreso tra il 1882 e il 1891 – particolarmente generoso di ritrovamenti. Vi furono ritrovamenti anche nelle proprietà vicine, e precisamente nei toponimi Vigna Jacobini, Polveriera di Monteverde e Cava Moroni. Ne conosciamo oggi i dettagli grazie agli studi rigorosi condotti nel 2002 da Paolo Imperatori.

Prima di iniziare il loro racconto, tuttavia, c’è una premessa necessaria da fare. È impossibile purtroppo abbinare la topografia ottocentesca con i luoghi di oggi: di mezzo vi fu infatti, il 23 aprile 1891, la terribile esplosione della Polveriera di Monteverde, che cambiò l’orografia di questi luoghi, generando una rovinosa frana, che portò via con sé i siti necropolari. Gli studi di Paolo Imperatori, comunque, ci permettono di ricostruire con una certa esattezza la topografia di quello scorcio di fine Ottocento.

Dal cancello n. 31 della Via Portuense (oggi scomparso) si accedeva a un terreno di proprietà di un vignajuolo di nome Antonio Jacobini. Nella sua vigna, tra il 1882 e il 1887, vennero scavati vari sepolcri, tra cui il principale era il colombario di Trebio Primo. Vigna Jacobini aveva inoltre una percorrenza interna, chiamata nuova strada verso le cave di tufo, che portava al costone roccioso affacciato su via della Magliana antica: possiamo supporre che i ritrovamenti siano avvenuti a ridosso di questa strada. Il primo ritrovamento nella vigna risale al 1882. Le Notizie degli scavi dell’Accademia dei Lincei riferiscono che per prima affiorò una cella sepolcrale quadrata di m 4,95 di lato, con pareti in laterizio intonacate con stucco bianco. La cella venne rinvenuta completamente spoglia, per cui i rozzi scavatori in cerca di tesori cominciarono a devastare il pavimento fino alle fondamenta, alla ricerca dei corredi funerari dei defunti inumati: sotto il pavimento in effetti trovarono «quattro sarcofagi di marmo e molte suppellettili, di arte scadente ma di eccellente conservazione». Fu insomma un magro bottino.

Un altro piccolo ritrovamento avvenne nel 1886. Ne parla il Bullettino comunale: «Vigna Jacobini, iscrizione sepolcrale scorniciata pertinente ad un colombario». La parola scorniciata sta ad indicare che l’epigrafe che conteneva il nome del defunto era racchiusa in una cornice con modanatura. Poco dopo di epigrafi ne affiorano altre, secondo quanto ci riferiscono le Notizie dell’Accademia dei Lincei del 1887. Le escavazioni nella Vigna Jacobini in quegli anni procedono infatti alacremente: «Proseguendo gli scavi, seguitano a scoprirsi resti di muri in laterizio e in opera reticolata appartenenti alle tombe che fiancheggiavano la Via Campana; diverse epigrafi sepolcrali». In quello stesso anno 1887 il Bullettino comunale riporta nella vigna la notizia ancora di altri ritrovamenti:

È stato scoperto il pavimento di uno dei due sepolcri che fiancheggiavano la Via Campana, di grossi blocchi squadrati di travertino cm 80 × 70, a 2 metri sotto il livello dell’attuale via. Successivamente i lastroni furono scavati per altre sepolture.

Accanto ai due sepolcri emerge poi un colombario, datato alla Prima età imperiale, e, addossato a questo, un altro piccolo colombario, che viene ritrovato «intatto, con oggetti ancora al loro posto», tra cui 5 iscrizioni sepolcrali. La soglia d’ingresso riporta iscritto il nome L. Trebius Primus (CIL, VI, 27601). Tra due nicchie è stata trovata una lastra marmorea «con un bel rilievo con Licurgo nudo con clamide e spada nell’atto di difendersi da due menadi; la maniera è quella del II sec.».

Altri ritrovamenti avvennero nella proprietà con accesso dal cancello n. 44 della via Portuense. Di questo terreno non si conosce il proprietario e si sa che il terreno non era coltivato ma adibito a cava e confinante con la Polveriera di Monte Verde. In questo terreno vennero rinvenute «sepolture doppie e multiple», di una tipologia fino ad allora sconosciuta. Riporta il Bullettino comunale del 1888:

Esaminato un nuovo tipo di sepoltura: avelli scavati a casse rettangolari, disposte alcune verticalmente, altre trasversalmente, lunghe da 1,50 m a 2,10 m, capaci di due o più persone messe una sull’altra, separate da tegoloni. [Inoltre, nel terreno di scarico, fu] trovato un cippo in travertino, con timpano ed antefisse, alto 1 m, con iscrizione sepolcrale, più un frammento di un’altra.

Il cancello n. 45 dava accesso alla proprietà Moroni, indicata anche come Cava dei fratelli Moroni e confinante anch’essa con la Polveriera. Qui venne rinvenuta una porzione di necropoli rupestre. Le Notizie degli scavi dell’Accademia dei Lincei riportano che nel 1885 venne identificata una «antica cava di tufo compatto e durissimo, con molte gallerie a cielo aperto parallele, larghe dai 3 ai 6 metri», nella quale «furono stabiliti dei sepolcri a cassettone, protetti di embrici a cappuccina».

Confinante con la Cava Moroni doveva infine esistere un terreno intercluso – privo cioè di un suo cancello sulla Portuense –, anch’esso adibito a cava, dal quale emersero altri sepolcri della stessa necropoli rupestre. Le Notizie degli scavi dell’Accademia dei Lincei del 1885 riportano infatti di ritrovamenti avvenuti durante. L’elenco dei ritrovamenti è il seguente: «antichi sepolcri scavati nella roccia, a guisa di sarcofagi; un cippo iscritto; una stele marmorea con epigrafe usata come scalino della rampa di accesso».

La stagione dei ritrovamenti di Vigna Pia ha purtroppo termine in una data precisa: il terribile giovedì 23 aprile 1891, giorno dell’esplosione della Polveriera di Monte Verde. L’esplosione fece franare a valle un intero versante del costone di Vigna Pia. I sepolcri di Vigna Pia scomparvero tutti insieme in quel giorno.

Vale la pena a questo punto raccontare le vicissitudini successive del mosaico di Proserpina rapita da Plutone, dopo il rovinoso distacco dal pavimento che ne aveva distrutto la parte più preziosa: la figura di Proserpina e lo stuolo delle altre ninfe. Il mosaico rotto, di cui rimase la sola raffigurazione di Plutone sul cocchio di cavalli neri, viene ceduto a buon prezzo a un nuovo museo, che si andava allestendo in quegli anni: l’Antiquarium del Celio. L’antiquarium – progettato dall’architetto Sneider su un’idea dell’archeologo Lanciani e inaugurato nel 1894 – in realtà non entrò mai pienamente in servizio come museo, limitandosi a svolgere la più modesta ma pur necessaria funzione di «magazzino archeologico temporaneo»: era insomma un immenso parcheggio, per opere assai importanti ma non così perfette da poter essere esposte in un museo. La cosa durerà fino al 1939. Da qui in poi il mosaico di Proserpina sarà trasferito ai Musei Capitolini ed esposto nel Palazzo dei Conservatori. È solo di recente, nel 2016, che il mosaico di Proserpina (o ciò che ne resta) trova la sua collocazione definitiva nella Sala delle caldaie della Centrale Montemartini.

Il ritrovamento di un nuovo settore della estesa Necropoli Portuense è avvenuto nel luglio 1998, nel terreno del ristorante la Carovana con ingresso da via Riccardo Bianchi. In quel periodo si svolgono alcuni sondaggi di archeologica preventiva, propedeutici alla realizzazione di box auto privati della società Inprogest. Fin dai primi rilievi emerge la presenza di murature della prima età imperiale. I ritrovamenti sono articolati in due settori principali: il sepolcro di Atilia (Area A) e un colombario su più ambienti (Area B). È stata indagata anche un’area intermedia tra le due aree A e B (Area C), rilevatasi però povera di ritrovamenti. Sul costone collinare sovrastante, inoltre, è stato individuato un grottone, residuo di un’antica attività estrattiva. Nel grottone non sono stati fatti ritrovamenti. Tramontata l’idea di realizzare i box auto, nel 2000 nel terreno iniziano gli scavi archeologici veri e propri, che si protraggono per il biennio successivo. La successiva sistemazione pubblica, con la realizzazione di tettoie protettive, si conclude nel 2006.

Il sepolcro familiare (Area A) è dedicato alla defunta Atilia Romana, dal coniuge Atilius Abascantus. Il nome del titolare del sepolcro e del dedicante sono contenuti in un’epigrafie. La defunta è inoltre raffigurata a mezzo busto in un mosaico pavimentale a tessere bianche e nere. L’area del sepolcro familiare ha forma quadrangolare e si appoggia, sul lato nord, direttamente al costone collinare in tufo. L’area è delimitata verso l’esterno da un filare di laterizi e, durante gli scavi, ne è stato rinvenuto anche il cippo terminale. All’esterno del muro è stata individuata, isolata dal resto, una tomba singola con copertura alla cappuccina.

All’interno del sepolcro sono presenti più ambienti, con muri in opera listata nella facciavista da blocchetti di tufo. Nelle pareti interne sono riconoscibili tre arcosoli, rivestiti d’intonaco bianco. Nella parete nord è presente una grande nicchia intonacata, ricavata in una struttura cementizia addossata alla parete tufacea. Nella nicchia gli archeologi hanno rinvenuto due olle cinerarie, risultate vuote. Il pavimento è decorato in mosaico, con tessere bianche e nere di medie dimensioni, con motivi a scacchiera incorniciati da una fascia nera e alcuni elementi figurativi. Nel sepolcro vengono realizzate, in una fase successiva, delle tombe a forma delimitate da muretti.

Il colombario (Area B) presenta dimensioni più che doppie rispetto al sepolcro familiare ed è situato ad una quota inferiore di circa un metro. L’antico piano di campagna, evidentemente, doveva trovarsi in leggero pendìo. Anche il colombario, sul lato nord, si presenta in parte addossato al costone tufaceo. La lettura complessiva dell’edificio è possibile attraverso una lastrina marmorea con epigrafe rubricata (in colore rosso), purtroppo mancante di alcune parti, che dà notizia dei nomi degli impresari che costruirono il sepolcro e della fascia sociale dei destinatari delle sepolture:

ZITHACE ET []GIANVS ET []IGE FECERVNT / [lib]ERTIS LIBERTABUSQUE / [posteris]QUE EORUM

I nomi dei tre impresari erano dunque Zitace, -giano e -ige (gli ultimi due incompleti), mentre il colombario era destinato «ai liberti e alle liberte, e alla loro discendenza».

Gli scavi hanno portato in luce le creste di una serie di cinque ambienti in muratura. Gli ambienti presentano pavimenti in mosaico a tessere bianche e nere, con figure ad elemento vegetale, geometrico o simbolico (come il nodo di Salomone). Le pareti, ad intonaco bianco, presentano fascioni e linee decorative di colore porpora. Le pareti presentano anche decorazioni a motivo floreale (roselline) oppure volatili, animali ultraterreni (ippocampi) e anche raffigurazioni simboliche di carattere dionisiaco (una maschera). È stata evidenziata la presenza di fumo su alcune pitture: queste tracce stanno ad indicare la presenza di una cucina funeraria, collegata alle libagioni in commemorazione dei defunti.

A margine delle due aree principali è stata sommariamente indagata un’area intermedia tra le due (Area C), nella quale sono stati trovati «una serie di setti murari e di lacerti di conglomerato in pozzolana, piuttosto compatti e tenaci». Tali muri, ritenuti di minor rilevanza, sono stati interpretati come «possibili piani di livellamento di una occupazione tarda dell’area funeraria». Sono state formulate due ipotesi: potrebbe trattarsi di un «ricettacolo funerario» (cioè un ambiente funerario marginale, ricavato riempiendo gli spazi intermedi) oppure di una struttura idraulica interpretabile come un «canale di scolo, vista anche la presenza in questo punto di cocciopesto di rivestimento della struttura». Le strutture dell’Area C sono state indagate anche con la finalità di individuare l’eventuale presenza di un tratto della Via Campana o di un suo diverticolo: la strada non è stata trovata e l’area è stata ricoperta di terra.

L’indagine ha infine studiato un vicino ambiente ipogeo del costone tufaceo, relativo alla cava di età repubblicana che insisteva sull’altura di Pozzo Pantaleo. Nella cava si estraeva un tipo particolare di roccia, chiamato tufo rosso lionato, estremamente friabile e ricco di venature, impossibile da tagliare in grandi blocchi e per questo lavorato soprattutto in scaglie e polveri allo stato di pozzolana. La cava aveva in origine l’aspetto di una latomìa (una cava a cielo aperto, in cui gli sbancamenti a gradoni procedono a partire dalla sommità, creando una sorta di cavea) ma sono presenti anche trafori in galleria, di cui oggi rimangono porzioni marginali: il grottone presso via Bianchi (utilizzato all’epoca come cantina) e parte di una galleria a piano inclinato individuata presso il Drugstore.

Del grottone è, con molta probabilità, contenuta una descrizione nella Guida dell’Agro Romano dell’agrimensore Eschinardi (1750), che dice: «A destra si può entrare in una gran grotta, o spelonca, la quale era anticamente un ergastolo da tenervi schiavi». L’Eschinardi ritiene che questa grotta fosse un ergastolum, cioè un ambiente ipogeo nel quale erano reclusi gli schiavi adibiti al lavoro in cava.  Era in effetti una ben miserevole condizione quella delle maestranze della cava, costituite da schiavi e da uomini ridotti in schiavitù a seguito di reati: di giorno erano costretti al lavoro durissimo di cavatori di pietre, in catene e marchiati a fuoco; di notte erano reclusi nell’ergastolo per evitarne la fuga. Ma per gli schiavi di miniera il giorno e la notte non esistevano: lavoravano su turni a ciclo continuo, e nella loro vita – tra i trafori sotterranei e la permanenza nell’ergastolo – non c’era spazio per la luce solare. Al Museo Nazionale Romano sono conservati dei collari in ferro, provenienti dalla Via Portuense, i quali riportano con poche varianti la triste medesima epigrafe: «Se fuggo bastonami. E riportami al padrone».