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La Necropoli Portuense è un esteso ambito funerario di epoca romana, compreso tra i moderni quartieri Portuense, Marconi e Magliana nuova. Se ne conoscono in tutto 7 settori. Al Portuense si trovano la Necropoli di Pozzo Pantaleo, all’altezza di via Quirino Majorana; la Necropoli di via Belluzzo al di sotto dell’edificio conosciuto come Drugstore; la Necropoli della Magliana antica sul costone roccioso dell’Istituto Vigna Pia e infine la Necropoli di Vigna Pia, nel giardino del ristorante la Carovana. Nel quartiere Marconi si trovano la Necropoli di Pietra Papa, presso l’ex Mira Lanza, e la Necropoli di via Ravizza nel quadrante del Nuovo Trastevere. Un ultimo settore si trova sulla riva del Tevere presso la chiesina di Santa Passera: la Necropoli di Turia alla Magliana.

La Necropoli di Pozzo Pantaleo è certamente la porzione più nota della Necropoli Portuense. Si appoggia sul costone collinare dove oggi sorge l’abitato di via Belluzzo (tagliato dalla ferrovia) e degrada fino alla spianata di via di Pozzo Pantaneo.

La collina è utilizzata già in Epoca repubblicana per usi estrattivi assai intensi: vi si ricavava un pregiato materiale da costruzione, il tufo rosso lionato, sia con scavi in galleria, sia con scavi estensivi e a cielo aperto (le c.d. «latomie»), che conferivano al paesaggio dell’epoca un aspetto lunare, che doveva già apparire impressionante ai viaggiatori di allora, per le grandi volumetrie a vista di roccia nuda. All’inizio dell’Epoca imperiale l’attività estrattiva doveva essere in declino, ed è possibile ipotizzare che già allora parte delle gallerie avessero trovato un reimpiego per usi funerari.

Quando tuttavia, alla metà del I sec. d.C., nel fondovalle, viene realizzata la biforcazione della Via Campana, ed entra in esercizio il nuovo tracciato stradale della Via Portuensis, per quel contesto di aspri sbancamenti incomincia inevitabilmente una seconda vita, con funzioni prevalentemente commerciali e legate al continuo transito di viandanti, la sosta e il ristoro. Ma la funzione necropolare tuttavia non viene meno, essa anzi convive con i nuovi manufatti commerciali a servizio della Via Portuensis.

I primi ritrovamenti nell’area risalgono all’anno 1947, quando, a seguito della parziale dismissione della raffineria di carburanti Purfina a ridosso della ferrovia Roma-Pisa, dopo alcuni sterri emergono cinque stele funerarie appartenute a guardie scelte di Nerone (Cippi dei Germani), oggi conservate al Museo nazionale Romano. Poco distante viene inoltre segnalato già allora un settore cimiteriale con fosse e recinti per la deposizione di anfore cinerarie.

Nel 1951 l’area restituisce, per intero, due sepolcri ipogei: si tratta della tomba affrescata dei Campi elisi e della tomba decorata in stucco dei Geni danzanti. Entrambe furono intagliate dalla roccia e trasportate al Museo nazionale Romano, dove sono ancora oggi.

Nel fondovalle, a ridosso di via di Pozzo Pantaleo, gli scavi iniziano nel 1983. L’indagine del 1983 è più che altro un saggio conoscitivo, per comprendere la natura dell’area. L’attenzione si concentra su un tratto della Via Campana che viene portato in superficie, e solo sommariamente viene riconosciuta allora, a margine della via, la presenza di un «sepolcro in opera laterizia».

I successi di questo scavo inducono la Soprintendenza a pianificare un secondo e un terzo scavo, questa volta di carattere sistematico. Lo scavo del 1985 si concentra su un ambiente a doppia camera, contiguo alla Via Campana, che viene riconosciuto come una locanda (una «mansio»). Di questo edificio i muri in elevazione si sono conservati solo per l’altezza di 50 cm. Tuttavia, dalla presenza in uno dei due ambienti di una «forma di quattro piani» induce a ipotizzare che almeno questo secondo ambiente possa aver avuto nel tempo un riutilizzo ad uso funerario.

Il terzo scavo, nel 1988, si concentra su un edificio vicino, che viene riconosciuto come un impianto termale: questo scavo non restituisce resti funerari significativi.

A distanza di otto anni, nel 1996, durante interventi per la posa di cavi dell’alta tensione sulla Via Portuense, gli operai si imbattono in nuove strutture funerarie. La principale di esse, chiamata Tomba di Petronia, presenta un pavimento a mosaico a tessere bianche e nere, con schema decorativo a arabesco, vegetale e animale. L’iscrizione funeraria – studiata da Tomei nel 2006 – è in tessere di pasta vitrea, inserite nell’ordito. Essa porta una dedica con consacrazione agli Dei Mani, le divinità dell’Oltretomba, offerta dai genitori per la defunta figlia Petronia.

Le altre tombe rinvenute nel 1996 sono tutte disposte in fila, lungo l’asse del vicino tratto di Via Campana. Le tecniche costruttive sono le più varie. Si tratta di strutture in elevazione, con murature in mattoni e opus reticulatum; i pavimenti sono spesso in opus spicatum (a listelli alternati, a comporre il disegno di spighe) e talvolta in opus musivum (a mosaico); le decorazioni interne sono su intonaci dipinti a fresco o con stucchi. Gli usi funerari sono misti, con prevalenza dell’incinerazione (si hanno nicchie, talvolta a colombario, ed esternamente si hanno dei recinti per raccogliere in ollette le ceneri dei servi). Le celle sono variamente delimitate da muri in opera mista, reticolata e laterizia, con pareti ornate con stucchi e intonaci dipinti.

Nel 1998 viene studiato un mausoleo circolare. Si ipotizzò allora che questo sepolcro fosse stato riutilizzato in epoca medievale, divenento la cappellina di San Pantaleo, attestata da fonti rinascimentali, che si sapeva doveva trovarsi in zona.