Il 10 giugno del 1940 è un giorno importante. Tutti gli abitanti della borgata sono radunati nel piazzale della scuola, dove è stata posizionata una radio. Ascoltano la voce stentorea del Duce che parla da piazza Venezia: “La parola d’ordine è una sola, categorica e impegnativa per tutti. Essa già trasvola e accende i cuori dalle Alpi all’oceano Indiano! Vincere! E vinceremo!”.

È iniziata la guerra. Gli abitanti plaudono. E sanno già che arriveranno giorni dolorosi, con gli uomini al fronte e le donne, bambini e anziani che dovranno arrangiarsi. Nei cortili si piantano gli “orti di guerra”. Tra i lotti del Trullo si mieterà il grano.

Quattro mesi dopo, 27 ottobre, Mussolini visita la borgata. Per l’occasione una macchina asfaltatrice ha pavimentato le strade. Gli abitanti in camicia nera lo accolgono riconoscenti, con il saluto romano. Il Duce visita alcune case al lotto di via Pitigliano, accompagnato dalle autorità e dal presidente dell’Ifacp, ingegner Alberto Calza-Bini. Lo elogia pubblicamente, per la rapida edificazione della borgata.

Poi però Mussolini porta Calza-Bini in un angolo e gli riversa addosso tutta la sua furibonda ira: i lotti squadrati della Borgata Ciano sono orribili. Sembrano “più caserme che case”, gli dice.

Per contro, le case del Trullo saranno invece molto amate dai residenti. Non sono esteticamente belle, è vero; ma sono solide, asciutte, soleggiate, con cortili e giardini che invitano alla socialità. Il Trullo diventa un piccolo paese, dove tutti si conoscono. È così ancora oggi.

Il Duce lascia la borgata amareggiato. Altri pensieri richiedono la sua attenzione immediata: la guerra, appena cominciata, sta andando subito male. Anzi, malissimo.