Gli anni che precedono e seguono l’Anno Mille sono anni di grande trascuratezza.

Tutto è fermo: secondo le profezie millenaristiche infatti “il Serpente antico” resterà incatenato nelle profondità della Gehenna per mille anni e non più di mille, “compiuti i quali dovrà essere sciolto” (Apocalisse, 20,1-3). Dopo l’Anno Mille Satana, tornato in libertà, radunerà un esercito di creature mostruose, con le quali ingaggerà l’Armageddon, la battaglia finale tra il Bene e il Male.

I campagnoli della Magliana scrutano atterrititi il cielo, nell’attesa di veder sciamare a frotte i diavoli alati. E nessuno nel frattempo si prende più la briga di coltivare i campi, attendere ai commerci, rattoppare le strade. Un’indagine al radiocarbonio, condotta nel 2007 su un tratto della Via Portuense-Campana alla nuova Fiera di Roma, ha messo in luce che intorno all’anno 982 dev’esserci stata una grande esondazione del Tevere: nessuno spalerà via il fango, e da allora la strada rimane sommersa. Nessuno riuscirà più a ritrovarla.

Un documento del 1011 attesta che la strada è percorribile appena fino al sepolcro del Trullo, trasformato in quel periodo nella chiesina campestre del Trullus de Maximis. Oltre questo punto, tutto giace in totale abbandono. Un diploma del 1019, che accorda la tenuta di Campo Merlo al vescovo di Porto, parla di prati incolti senza nemmeno far più cenno alla presenza della chiesina di San Pietro, ormai senza più fedeli che possano raggiungerla. Quando, quattro secoli e mezzo dopo, l’umanista Flabio Biondo riuscirà a ritrovare la chiesina di Campo Merlo, scriverà sconsolato: “Ecclesia Sancti Petri, quæ Via Portuense ad Pontem Meruli dirupta cernitur”. Dirupta: ovvero giace in rovina.

Eppure, trascorsi i primi lustri dopo l’Anno Mille, ci si rende conto che le previsioni dell’Apocalisse potrebbero poi non essere così esatte: l’Armageddon può attendere.

Un atto di concessione dell’anno 1018, con il sigillo di Papa Benedetto VIII, racconta già questo nuovo clima. Al VII miglio si è ricominciato a coltivare i campi e si è costituita una nuova proprietà agricola: il Fundus Manlianus, la tenuta della Magliana.

Si tratta del primo atto ufficiale in cui compare la parola “Magliana”. Questo atto affida la tenuta al vescovo di Porto. La tenuta ha un’estensione notevole: dalle rive del Tevere prosegue nell’entroterra, fino a raggiungere la costa tirrenica presso la torre di Palidoro.

Tuttavia, secondo il grande conoscitore della campagna romana Giuseppe Tomassetti, il nome Magliana avrebbe origini assai più antiche e risalirebbe a un precedente fondo agricolo di età romana, appartenuto allora alla Gens Manlia, che gli avrebbe dato il nome. Molti archeologi oggi dubitano di questa interpretazione, perché manca l’evidenza storica – un’epigrafe, un racconto – che i Manlii abbiano mai messo piede alla Magliana.

L’Anno Mille, comunque, è passato. La vita, alla Magliana e altrove, riprende.