Ai primi del 1942 alle case popolari della borgata Costanzo Ciano arrivano nuovi abitanti. Sono Romani del centro storico, cui i capovolgimenti urbanistici voluti dal regime hanno imposto un forzato trasferimento; ma ci sono anche i baraccati dei borghetti di Santa Passera e della Montagnola.

Verso la metà dell’anno, in uno scantinato al III lotto, viene allestita la chiesa provvisoria. Dice messa un vicecurato, il frate cappuccino don Alfonso Guerra, inviato dalla parrocchia della Madonna di Pompei. Sarà amatissimo nella borgata. A novembre la borgata è collegata alla città con un nuovo autobus, il 227 rosso.

L’inverno è duro. I generi alimentari sono razionati e i pochi negozi aperti sono quasi sempre vuoti. Per il carbone da riscaldamento si fanno file estenuanti, regolate dalle guardie a cavallo. A volte scoppiano liti furibonde.

Il tempo trascorre al bar del I lotto, dove nessuno consuma e tutti aspettano che la tempesta della guerra passi. La radio del bar invita a resistere con italica virilità alle privazioni, alternando gli inviti con le canzonette, svagate solo in apparenza: “È arrivata la bufera, è arrivato il temporale. Senza pepe e senza sale, la minestra non si fa”, canticchia Renato Rascel. Di tanto in tanto i bollettini di guerra annunciano successi sul fronte libico e l’imminente disfatta del nemico. Sono annunci così roboanti da apparire fasulli.

In quegli anni prestano servizio alla Magliana due validi dottori: il medico con dotto Aldo Pardini, di stanza alla condotta medica della borgata rurale Maglia na e il medico itinerante Alfredo Monaco (1910-1988), che il tubercolosario Forlanini ha assegnato al “giro delle campagne”.

La moglie di Alfredo Monaco, Marcella Ficca (1915-2001), in Roma città pri gioniera di Cesare de Simone avrà modo di raccontare la durezza di quei giorni. Nelle campagne ormai si è perso l’uso del denaro e suo marito ha persino rinun ciato a farsi pagare: “Chiede in cambio quello che hanno: farina, uova, carne”.

Per sfamare i due bambini piccoli il dottor Monaco accetta un secondo lavoro, come medico di notte al carcere di Regina Cœli. È un lavoro ben remunerato, che gli dà in uso anche un appartamento dentro il carcere, dove va a vivere. In quegli anni i coniugi Monaco stringono amicizia con due giovani magistrati: Mario Fioretti (31 anni) e Giuliano Vassalli (28 anni). I quattro condividono tra loro un pe

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issimo segreto: sono militanti socialisti e fanno parte della Resistenza.

Dall’estate 1943, intanto, la situazione si complica. Gli americani sono sbarcati in Sicilia e il 25 luglio Mussolini è sfiduciato dal Gran consiglio del fascismo e tratto in arresto. Giuliano Vassalli decide che è il momento giusto per passare all’azione: in agosto ricostituisce in clandestinità il Partito socialista. Raccon ta Marcella Monaco: “Insieme, abbiamo fatto scelte gravi, che capiamo essere pericolose ma imprescindibili. Non potevamo sopportare la soppressione della libertà fatta dal fascismo. Possiamo forse dare un contributo al ripristinarsi della democrazia”. Il gruppo dei quattro si allarga: vi entrano a far parte anche Pietro Nenni, segretario del partito e Sandro Pertini, come vicepresidente.

A fine agosto la situazione militare a Roma precipita. Ci si prepara allo scontro armato. In città il numero dei militari cresce di giorno in giorno. L’immi nenza del disastro è palpabile. A presidiare la Magliana vengono inviati due battaglioni del primo reggimento della XXI divisione Granatieri di S degna.

Il primo battaglione è dislocato tra la stazione ferroviaria e il Genio militare, al chilometro 7 di via della Magliana. Allestiscono un caposaldo difensivo, prece duto da un posto di blocco stradale, fortificato. Nel gergo dei militari la posizio ne è chiamata Caposaldo numero 4.

L’altro battaglione, il 3°, allestisce il Caposaldo numero 5, a presidio del ponte della Magliana. Il 3° battaglione alloggia in un campo militare, allestito ai prati della Borgata Petrelli. Di fronte, sul lato opposto del Tevere, all’innesto tra il ponte della Magliana e la via Ostiense, viene allestito un altro posto di blocco stradale, protetto da un reparto di artiglieria schierato sulla collina della Chiesa dell’Esposizione (oggi chiesa dei Santi Pietro e Paolo).

Poco distante, sulla sponda opposta del fiume, si trovano anche il 2° battaglione “riservisti”, con 800 unità dentro forte Ostiense e un piccolo battaglione di mortaisti, il 21°, nella cittadella dell’E42.

È l’8 settembre 1943. E non è un giorno qualsiasi. Alle ore 19:45 parla alla radio il nuovo capo del governo, generale Pietro Badoglio (1871-1956): “Riconosciuta l’impossibilità di continuare la impari lotta contro la soverchiante potenza avversa ria…”, l’Italia ha chiesto l’armistizio agli eserciti alleati. “La richiesta è stata accol ta”. Poi però Badoglio aggiunge, con parole sibilline, che c’è stato anche un cambio di fronte e che le forze italiane reagiranno ad attacchi da qualsiasi altra provenienza.

Gli “altri” sono le truppe germaniche. All’istante dodicimila soldati tedeschi di stanza all’aeroporto di Pratica di mare si mettono in movimento verso Roma. La guerra entra ora nella sua fase più drammatica.


(aggiornato il 25 Giugno 2021)


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