La ricercatrice Giulia Zitelli-Conti (“Magliana nuova: un cantiere politico nella periferia romana”) ha documentato le fasi della protesta nel quartiere Magliana. Tutto incomincia nella primavera del 1971, quando il comune di Roma compra alcuni caseggiati intorno a via Vaiano, destinati in gran parte ai baraccati del borghetto di Pratorotondo, sulla via Salaria. È una comunità coesa, che si riconosce nella figura carismatica di Don Gerard Lutte, sacerdote e docente di psicologia alla Sapienza.

I nuovi inquilini delle case comunali pagano un canone d’affitto simbolico: 2500 lire vano-mese, che corrispondono – tabelle storiche lira-euro alla mano – a 22 euro di oggi per ciascuna stanza. In pratica, un bilocale di 50 metri quadri costa appena 5000 lire al mese (44 euro di oggi), con bagno e cucina esclusi dal conteggio.

Un alloggio identico, situato appena cento metri più in là, nelle case delle immobiliari al libero mercato, costa invece dieci, quindici, anche venti volte tanto.

La protesta contro questa sperequazione monta improvvisa, a metà maggio 1971. Si forma un capannello di donne dei fabbricati Lisbona e Prato: anche loro vogliono pagare 2500 lire a stanza. Proletari loro, proletari noi: non c’è alcuna differenza. Si dirigono verso l’Ufficio affitti delle due società. Il cammino si ingrossa, fino a diventare un corteo di duemila persone.

All’improvviso parte l’assalto. Gli impiegati fanno appena in tempo a chiudersi dietro le porte blindate. Fuori, la folla è pronta al linciaggio.

La prova di forza va avanti per ore: gli impiegati non saranno rilasciati finché le immobiliari non concederanno fitti più bassi.

Per strada intanto, sotto il portone dell’Ufficio affitti, la Magliana tiene la sua prima assemblea di quartiere. Il quartiere acclama subito i suoi due leader: Piergiorgio Ramundo e Renato Palazzo. Accorrono anche i dirigenti del Partito comunista e del Sindacato inquilini, visibilmente contrariati per quanto sta accadendo. Don Lutte assiste defilato, mentre i militanti extra-parlamentari di Lotta continua plaudono.

L’assemblea elabora la sua proposta, approvata per acclamazione: autoridurre i fitti in tutto il quartiere, come già avviene nelle case Inpdai: da adesso in poi tutta la Magliana pagherà il 30% in meno. Si costituisce il “comitato di lotta”, si nominano i delegati di fabbricato e di scala.

Nel giugno 1971 l’autoriduzione di quartiere inizia. E c’è subito un colpo di scena: la decurtazione dei fitti non è più del 30%, come annunciato, ma del 50%. Una ballata del Canzoniere, Storia della lotta, racconta: “Nel ‘71 a maggio è incominciata una lotta, in un quartiere costruito solo per sfruttar. Gli inquilini già capiscono che il solo mezzo è quello di lottare. Fanno l’autoriduzione, pagando solamente la metà!”.

I costruttori si ritrovano ora con gli incassi dimezzati. E si innesca un’imprevista reazione a catena: i costruttori smettono di pagare con regolarità le rate dei mutui e le banche iniziano a pignorare le case.

Passa l’estate e a settembre gli animi tornano ancora ad accendersi, per la mancanza di scuole. Non c’è né l’asilo né la materna: alla Magliana ci sono 12.000 infanti che passano la giornata rinchiusi in casa, o peggio: vanno a zonzo per strada.

La scuola elementare ha 57 aule, a fronte di 4000 bambini, con una media di 70 alunni per classe. Si ricorre al doppio turno: 35 la mattina, 35 il pomeriggio. Alla media Salvatore Di Giacomo si fa anche il triplo turno, con le serali.

Nel tempo la situazione si rivelerà in tutta la sua crudeltà: l’abbandono scolastico è altissimo, l’analfabetismo giovanile dilaga. La scuola media, per liberare spazio, si fa ferocemente selettiva: ogni anno tra bocciati e rimandati si taglia metà della classe.