Riprendiamo il racconto. 1870, l’Italia è unita. Molte cose di qui a breve cambieranno, anche nelle lande dell’Agro romano.

Nel 1870 il nunzio apostolico monsignor Angelo Bianchi (1817-1897) compra da Giuseppe, figlio della contessa Cini, i 72 ettari del latifondo Pian Due Torri, per impiantarvi una vaccheria. Il monsignore non avrà molto tempo da dedicare alla tenuta, perché gli impegni ecclesiastici lo porteranno prima in Germania e poi in Spagna.

Nel 1871 le “cose difficili” del Risorgimento sono state tutte fatte: le Guerre d’indipendenza hanno unito il Nord, Garibaldi ha sbarcato i Mille al Sud e l’Italia centrale ha votato i Plebisciti di annessione. Pio IX, l’ultimo papa-re, è stato sconfitto a Porta Pia, il 20 settembre 1870. Dal 1° luglio 1871 Roma è capitale.

Una volta che “l’Italia è fatta”, adesso però bisogna cominciare a “fare gli Italiani”: è qui forse che il difficile inizia per davvero. Occorrono scuole per veicolare una lingua nazionale; ferrovie e strade per unificare i mercati; servono anche ospedali, ministeri, tribunali, e anche difese militari. Già, difese militari. Perché non è affatto detto che l’Italia unita durerà per sempre: già una volta, pochi anni prima nel 1849, i francesi sono sbarcati dal mare, hanno espugnato le mura dittadine e hanno rimesso sul trono il Papa-Re. Roma, con le sue mura vecchie di 24 secoli, è un anello difensivo fragilissimo.

Ripercorriamone, con brevità, la storia. Secondo la tradizione le prime fortificazioni risalgono a Romolo, le Mura quadrate del Palatino, che i suoi successori estendono ai Sette colli. Nel 270 d.C. l’imperatore Aureliano edifica la seconda cintura difensiva, lunga 19 km, che peraltro non fermerà né i Vandali né i Goti. Sotto la pressione dei Saraceni i Papi fanno importanti restauri, e Leone IV aggiunge alle mura la Cittadella del Vaticano. La terza cerchia muraria viene progettata nel 1527, su progetto dell’architetto Antonio da Sangallo. Si aggiungono i nuovi tratti bastionati Aventino e Ardeatino, e, successivamente, arriverà anche la Cinta Gianicolense (1633). Ma i francesi prima (1849) e i Bersaglieri poi (1870), dimostrano che questo frammentario sistema di difese è ormai obsoleto, e nulla può contro moderne artiglierie.

E così, appena dieci giorni dopo la proclamazione di Roma capitale, tra l’euforia per il sogno realizzato e la paura che non durerà, si insedia la Commissione per la Difesa generale, con il compito di costituire Roma “in una grande piazza di guerra, munita delle più potenti difese, e sottratta ad ogni qualunque pericolo di bombardamento, capace perciò della più ostinata e durevole resistenza”.

Già dalla riunione dell’11 luglio 1871 i burocrati piemontesi riprendono in mano un progetto francese del 1867, proposto invano a Pio IX, di edificare intorno Roma la quarta cerchia di mura. Questo progetto, con pochi adattamenti, diventerà il Piano generale di difesa di Roma.

Lo storico militare Michele Carcani ne descrive così le caratteristiche: “La Commissione, penetrandosi dell’importanza eccezionale che la conservazione di Roma riveste per l’Italia, e penetrandosi ad un tempo dei manifesti pericoli a cui per la sua vicinanza al mare questa Capitale tròvasi esposta, ha riconosciuto l’assoluta indispensabilità di difendere colla più efficace energia l’accesso a qualunque avversario, [con] lo scopo di coprire e difendere la Capitale da un colpo di mano che un nemico, di noi più potente sul mare, potesse tentare, mediante uno sbarco sopra uno dei tanti punti indifesi e di facile approdo del Litorale Tirreno”.

La quarta cerchia non è una cintura muraria continua, così come lo erano le precedenti tre. Si tratta di una linea poligonale di trincee scavate nel terreno, che a distanze regolari di tre chilometri presenta dei peculiari arroccamenti difensivi e offensivi: i “forti corazzati”.

Il progetto iniziale prevede una cittadella militare a Monte Mario e 21 forti corazzati. I forti sono divisi in due categorie: sette forti sono “di primo ordine”, cioè i più grandi, e sono quelli che proteggono il fronte marino (Monte Mario, Casale Braschi, Boccea, Aurelio, Troiani-Bravetta, Portuense, Appio) e 16 sono “di secondo ordine”, più piccoli, nel versante interno.

Il progetto è curato per l’aspetto architettonico da Luigi Garavaglia, mentre il Ministero della Guerra e la Direzione del Genio militare di Roma curano gli aspetti militari e realizzativi.

Il Piano generale di difesa, dal costo stimato in 42 milioni di lire, si arena subito, di fronte alla freddezza del Parlamento. La Legge per le spese militari del 1871 infatti non stanzia nulla per le difese di Roma.

Nel 1873 viene elaborato il nuovo “Progetto in economia”, che prevede dieci o 12 forti da fare subito e tutto il resto rimandato a tempi migliori. Occorrono soltanto dieci milioni di lire, non più 42. Anche questo progetto, tuttavia, non viene finanziato.

Passano due anni, siamo nel 1875, e anche il Progetto in economia viene accantonato, in favore del “Progetto di fortificazioni mobili”. Si tratta di materiali trasportabili, da montare all’occorreza direttamente sul teatro delle operazioni belliche, non appena avuto notizia di uno sbarco dal mare. Il finanziamento questa volta arriva, con la legge sui “Mezzi per approvvigionarsi di materiale del genio e di artiglieria”, ma il Campo trincerato, in questo gioco al ribasso, in pratica non esiste più. E per beffa neanche il Progetto di fortificazioni mobili viene reso esecutivo.

Dopo cinque anni di infruttuosi dibattiti, è tutto fermo al punto di partenza.

Sarà una improvvisa crisi diplomatica tra Italia e Francia, nel 1876, e il timore che i francesi sbarcheranno per davvero, a sbloccare la situazione e raccimolare i finanziamenti necessari.

Ritorniamo alla Magliana. L’unico evento significativo di questo periodo è la posa del Collettore di destra, un lunghissimo canale di deflusso voluto dal Comune di Roma per la raccolta delle acque reflue, su progetto dell’ingegnere Luigi Ballo (1887). Corrisponde grossomodo all’attuale via della Magliana Nuova, parallela di via della Magliana.

Se Pian Due Torri sonnecchia, nella collina sovrastante si registra invece un certo dinamismo. Dal 1870, nell’area che corrisponde all’attuale zona di Villa Bonelli, è sorta una nuova piccola ma efficiente proprietà fondiaria di undici ettari, in mano al vignaiuolo Giuseppe Balzani.

La tenuta è dotata di una “casa con corte” e tutta la famiglia Balzani è tenacemente impegnata nella viticultura. Nel 1887 la conduzione passerà da Giuseppe ai tre figli, per poi essere riscattata nel 1900 dalla sola figlia Silvia, sposa Trinchieri, cui dal 1902 subentrano il marito e i sei figli.