Di recente però anche i latini si sono affacciati al mercato del Tevere, ponendo un avamposto ben difeso sul colle Palatino, sotto il quale hanno aperto un proprio mercato del bestiame, di fronte all’Isola Tiberina: il Foro Boario. Il Foro Boario ha uno sviluppo rapidissimo, fino a diventare la Manhattan dell’Età del ferro. Brulica di merci, lingue e umanità in transito: da nord arrivano i metalli, da sud tornano indietro i prodotti lavorati, dal mare sbarcano chincaglierie raffinatissime. I rozzi pastori latini scoprono l’arte sofisticata del commercio.

È a quel punto che i latini fanno un passo più in là e scoprono anche i Sette pagi e la Magliana.

Questo incontro, raccontato molti secoli dopo dall’erudito Macrobio nei Saturnalia (I, 10), ha i contorni di una leggenda.

Nel Foro Boario, racconta Macrobio, sorge un tempio dedicato al dio Ercole. Qui troviamo tre personaggi: il custode del tempio, la prostituta sacra Acca e un misterioso viandante. Viandante e custode sono intenti a giocare a dadi. Il custode, quando la fortuna gli volta le spalle, pensa bene di saldare il debito di gioco offrendo all’altro la compagnia di Acca. Ma l’altro – che si scopre essere il dio Ercole – manifesta al custode tutto il suo sdegno e ordina ad Acca di fuggire subito di lì, seguendo il primo che passa.

La delusione di Acca è inimmaginabile quando le viene incontro, anziché l’emissario di un dio, un pastore maleodorante. Il pastore comunica a stento il proprio nome etrusco – Tarun – e a gesti le indica di seguirlo nelle terre incognite della riva destra: oltre il Gianicolo, nei Sette pagi.

Acca lo segue, adempiendo all’ordine di un dio. Non può fare diversamente. Eppure, a dispetto delle maleodoranti premesse, tra la meretrice latina e il pastore etrusco nasce un amore sincero. Ne segue la nascita di ben dodici figli. Acca fa proprie le usanze della riva destra e onora i Lares, gli spiriti degli antenati, benevoli protettori di campagne, incroci e focolare domestico. Acca cambia persino il suo nome e diventa Larentia. E Tarun, in altre versioni della leggenda, si chiama Faustolo.

Un giorno però la morte fa visita ai due coniugi e si porta via l’ultimo dei dodici figli.

Tarun-Faustolo, divorato dal dolore, passeggia solitario, finché non gli capita di assistere a un prodigio: vede una lupa che sta allattando dalle sue mammelle due neonati abbandonati, gemelli. Senza pensarci due volte, li raccoglie e li porta ad Acca-Larentia, che non esita a nutrirli dai suoi seni.

Da quel momento Larentia diventa la “pietosa nutrice”: tocca a lei instradare i due trovatelli verso il loro destino, che non è un destino qualsiasi. Li chiama Romolo e Remo – forse dalla parola etrusca ruma (mammella) – e i gemellini crescono con gli undici fratelli di adozione.

Passano gli anni. Li ritroviamo adulti, forti, pronti a fondare una nuova città. Quel giorno secondo la tradizione è il 21 aprile. Anno 753 a.C.