Lo scultore Arcesilao completa la statua che raffigura Cleopatra nelle vesti della dea Iside. La statua però non è destinata agli Orti di Cesare, ma ad un punto nevralgico dell’Urbe: il grandioso tempio di Venere genitrice. Lo scalpore a Roma è immenso: sia perché, dal seno scoperto, Cleopatra allatta il dio Horus bambinetto (nella realtà: suo figlio Cesarione), sia perché il Tempio di Venere genitrice è il santuario della Gens Iulia, rendendo così palese, a chi abbia ancora dei dubbi, che Cesare considera Cleopatra al pari di una moglie.

Il significato simbolico del gesto è grande: Venere e Iside insieme nello stesso tempio, ovvero Cesare e Cleopatra nella stessa città. Ovvero: due dinastie regali che sommano insieme potere politico e militare.

È davvero troppo: Cicerone, il portavoce della tradizione senatoria, fa sapere a Cesare di non approvare ciò che sta facendo e permette a Cleopatra. Molti dei frequentatori del Palatium di Cleopatra si trasformeranno, di lì a breve, in congiurati.

A Roma in effetti non si parla d’altro che degli Horti e di Cleopatra. Si favoleggia di incontri lussioriosi, cui prendono parte decine di convitati. E Caio Giulio, tutt’altro che geloso o disperato, vi prende parti, intrattenendosi – secondo voci ben informate – “con tutte e con tutti”. Cicerone conia al riguardo una frase famosa, per descrivere gli appetiti di Cesare: “marito di tutte le mogli, e moglie di tutti i mariti”.

Antonio, Bruto e Ottavio, che visitano con regolarità gli Horti, al loro ritorno in città confermano quelle storie, esotiche e incredibili.

Cleopatra è adesso additata da tutti come una lussuriosa, ma è in fondo l’interprete di un’istanza di liberazione dei costumi in larga parte condivisa dalla società romana. Cleopatra insomma, criticata in pubblico, gode in privato di una certa ammirazione. Per molte matrone è un modello di emancipazione.

Un altro degli argomenti preferiti nella Reggia Palatina sono i culti isiaci, che destano diffidenza, e si diffonde la voce che Cleopatra pratichi la magia, che a Roma è considerata un tabù.

Mentre tutti parlano di lui e della sua amante, Cesare è preso da una delle sue riforme più felici, quella del calendario. Promulga il nuovo Calendario giuliano, basato sul ciclo delle stagioni ed elaborato dall’astronomo egiziano Sosigene di Alessandria. Il mese di quintilis (il quinto mese dell’anno) viene ribattezzato “iulius”, luglio, in suo onore.

E non mancano le lettere anonime. Di volta in volta gli scritti accusano Cleopatra di essere una spietata assassina o un’avvelenatrice, o un’intrigante cortigiana disposta a tutto pur di ottenere un maggior potere. L’innamorato Cesare, ovviamente, non dà a queste voci il minimo peso. Nei suoi Horti insomma, il console Caio Giulio può tranquillamente definirsi un uomo felice.

Ma tutto sta inevitabilmente per finire. E, nella primavera del 44 a.C, Caio Giulio è il solo a non accorgersi dei segnali premonitori dell’imminente catastrofe. Uno di essi avviene proprio nel territorio portuense, ed è il suicidio di massa dei cavalli della sua mandria sacra.

Molte cose sono successe, da quando, appena cinque anni prima, Cesare ha gettato il dado della sorte varcando in armi il fiume Rubicone. E da allora la mandria dei cavalli sacri ha stazionato lì, agli Horti, in attesa di essere richiamata in servizio, per una nuova guerra o per tentare con le armi la presa del potere assoluto.

Cicerone racconta questo episodio. Dice che dai primi giorni di marzo del 44 a.C. e fino al 14 del mese, i cavalli sacri cominciano a rifiutare acqua e cibo, abbandonandosi a un pianto ininterrotto e struggente, per lasciarsi infine morire di stenti. Essi conoscono il tragico destino che di lì a breve attende il loro condottiere e hanno deciso di accompagnarlo, così come hanno fatto quando hanno varcato il Rubicone, anche quando Caio Giulio farà l’ultimo attraversamento di un fiume: l’Acheronte infernale.

Ma Cesare nel marzo 44 non può certo sentire i lamenti delle bestie sacre, né preoccuparsi delle lamentele di Cleopatra, che a causa del pianto dei cavalli non riesce a dormire. Vicende politiche complesse lo trattengono alla Reggia palatina, lontano dai possedimenti portuensi. Gli storici si sono variamente interrogati sulle ambizioni di Cesare in quei giorni. Progetta forse il colpo di Stato tanto a lungo pianificato per arrivare a proclamarsi re?

Difficile a dirsi. Nei due anni precedenti Caio Giulio ha fatto incetta, uno dopo l’altro, di onori e poteri: pater Patriæ, console a vita, capo delle finanze, capo degli eserciti, capo della guerra; gli manca solo quell’ultimo titolo, quello di rex, ma dal 14 febbraio ne ha uno molto simile: quello di dictator perpetuus, dittatore a vita.

Nessuno saprà mai se Cesare progettasse davvero, alla fine di quei giorni, di proclamarsi re.

Fatto sta che un gruppo di patrizi di fieri orientamenti repubblicani, capeggiato dal prætor urbanus Marco Giunio Bruto e dal prætor peregrinus Caio Cassio Longino, ritiene la salute pubblica in pericolo, e ordisce la congiura, per assassinare il tiranno. I congiurati intendono restituire nelle mani del Senato tutti quei poteri di cui Caio Giulio ha spogliato la Res publica. La congiura patrizia è, in buona sostanza, una controrivoluzione.

Cicerone, da sempre avversario di ogni congiura, ma che certo non approva quanto Cesare sta facendo, probabilmente è informato dei preparativi di congiura, ma decide di non intervenire: né prendendovi parte, né avvertendo Cesare del pericolo che corre.

Alla fine però qualcuno parla, e fa a Cesare il nome del cospiratore Bruto. E Cesare risponde seccato: “Bruto saprà attendere la fine naturale di questo corpo malaticcio”.

Un’aria grave opprime Roma. Avvengono altri presagi, di cui prende nota il puntuale Cicerone. Sul Campidoglio piove di tutto: acqua, pietre e persino meteoriti, che Cicerone chiama “bolidi di fuoco”. Arriva a Roma la notizia che sulle Alpi c’è stato un terremoto e che altrove i fiumi si fermano e cominciano a scorrere al contrario. Da alcuni pozzi al posto dell’acqua esce sangue.

Sono fantasticherie, ma danno bene l’idea dell’imminenza di un cambiamento di cose: gravi lutti sono in arrivo.. E non solo i cavalli portuensi si mettono a piangere. Pare anche che varie bestie del Campidoglio, di fronte alla sordità di Cesare, abbiano cominciato a parlare, pur di metterlo in campana. Cesare la prende con fatalismo, e decide di mettere in licenza la Guardia Iberica, il suo fidato corpo di guardia personale. Cesare pronuncia parole famose: “Ho vissuto abbastanza, sia in anni che in gloria”.

Il mimo Publilio Siro gli rivolge parole celebri: “Fortuna vitrea est. Tum, cum splendet, frangitur”: la fortuna è come il vetro, più risplende e più è fragile. Un altro personaggio dell’epoca, l’aruspice Spurinna, gli consegna un monito preciso: dice di non uscire di casa alle Idi di marzo, cioè il 15 del mese.

Tutto il giorno prima, il 14, Caio Giulio lo passa nella Reggia Palatina, dormendo la notte con Calpurnia. All’alba Calpurnia racconta al marito di aver avuto un sogno luttuoso. Cesare le risponde con parole passate alla storia: “Non dobbiamo aver paura che della paura. Gli uomini coraggiosi muoiono una volta sola”.

Arriva la mattina fatidica. Sono le Idi di Marzo. Cesare si reca al Senato, che all’epoca ha una sede provvisoria al Campo Marzio, perché il Palazzo senatorio è da poco andato a fuoco. Lungo la via incontra di nuovo Spurinna, al quale dice: “Profeta di sventure! Eccomi ancora qui, sebbene le idi siano arrivate”. L’indovino gli risponde severo: “Sì Cesare, sono arrivate. E non sono ancora finite”.

Al Campo Marzio, ad attenderlo sotto la statua di Pompeo, Cesare trova 60 cospiratori, 23 pugnalate e il tragico appuntamento col destino.


(aggiornato il 31 Agosto 2021)