Nel quartiere-trappola, a cavallo tra 1970 e 1971, si incomincia a protestare. Il sindacato unitario inquilini, l’Unia, invia all’Inpdai dettagliati elenchi di manchevolezze. Poco dopo, gli inquilini Inpdai danno vita a una singolare forma di protesta organizzata: l’autoriduzione del fitto. Cominciano a pagare all’ente proprietario vaglia postali con un canone di locazione decurtato del 30%. È una prima scintilla. La rivolta urbana è dietro l’angolo

La ricercatrice Giulia Zitelli-Conti (Magliana nuova. Un cantiere politico nella periferia romana) ha documentato le proteste nel quartiere. Tutto incomincia nella primavera del 1971, quando il comune di Roma compra alcuni caseg giati intorno a via Vaiano, destinati in gran parte ai baraccati del borghetto di Pratorotondo, sulla Salaria. È una comunità coesa, che si riconosce nella figura carismatica di don Gerard Lutte, sacerdote e docente di psicologia alla Sapienza.

I nuovi inquilini delle case comunali pagano un canone d’affitto quasi simbo lico: 2500 lire-vano-mese, che corrispondono ― tabelle storiche lira-euro alla mano ― a 22 euro di oggi per ciascuna stanza. In pratica, un bilocale di 50 metri quadri costa appena 5000 lire al mese (44 euro di oggi), con bagno e cucina esclusi dal conteggio.

Un alloggio identico, situato appena cento metri più in là, nelle case al libero mercato, costa invece dieci, quindici, anche venti volte tanto.

La protesta contro questa sperequazione monta improvvisa, a metà maggio 1971. Si forma un capannello di donne dei fabbricati Lisbona e Prato: anche loro vogliono pagare 2500 lire a stanza. Proletari loro, proletari noi: non c’è

alcuna

differenza. Si dirigono verso l’Ufficio affitti delle due società. Il cammino si ingrossa, fino a diventare un corteo di duemila persone.

All’improvviso parte l’assalto. Gli impiegati fanno appena in tempo a chiudersi dietro le porte blindate. Fuori la folla è pronta al linciaggio. La prova di forza va avanti per ore: gli impiegati non saranno rilasciati finché le immobiliari non concederanno fitti più bassi

Per strada, sotto il portone dell’Ufficio affitti, la Magliana tiene la sua prima assemblea di quartiere. Il quartiere acclama subito i suoi due leader: Piergiorgio Ramundo e Renato Palazzo. Accorrono anche i dirigenti del Partito comunista e dell’Unione inquilini, visibilmente contrariati per quanto sta accadendo. Don Lutte assiste defilato; i militanti extra-parlamentari di Lotta continua plaudono. L’assemblea elabora la proposta di autoridurre i fitti in tutto il quartiere, come già avviene nelle case Inpdai: tutta la Magliana pagherà il 30% in meno. Si costituisce il “comitato di lotta”, si nominano i delegati di fabbricato e di scala.

Nel giugno 1971 l’autoriduzione di quartiere inizia. E c’è subito un colpo di scena: la decurtazione dei fitti non è del 30% come annunciato ma del 50%. Una lirica del Canzoniere, Storia della lotta, racconta: “Nel ’71 a maggio è cominciata una lotta, in un quartiere costruito solo per sfruttar… Gli inquilini già capiscono che il solo mezzo è quello di lottare: fanno l’autoriduzione, pagando solamente la metà!”.

I costruttori si ritrovano ora con gli incassi dimezzati. Si innesca un’imprevista reazione a catena: smettono di pagare con regolarità le rate dei mutui e le banche iniziano a pignorare le case.

Passa l’estate e a settembre gli animi tornano ad accendersi, per la mancanza di scuole. Non c’è né l’asilo né la materna: alla Magliana ci sono 12.000 infanti che passano la giornata chiusi in casa, o peggio, per strada. La scuola elementare ha 57 aule, a fronte di 4000 bambini, con una media di 70 alunni per classe. Si ricorre al doppio turno: 35 bambini la mattina, 35 il pomeriggio. Alla media Salvatore Di Giacomo si fa anche il triplo turno, con le serali.

Nel tempo la situazione si rivelerà in tutta la sua crudeltà: l’abbandono scola stico è altissimo, l’analfabetismo giovanile dilaga. La scuola media, per li berare spazio, si fa ferocemente selettiva: ogni anno tra bocciati e rimandati si taglia mezza classe.