Proprio mentre risultati commerciali e corsa verso la perfezione sembrano aver trovato il punto di equilibrio, nel settembre 1951 gli azionisti comunicano a Corsi il suo allontanamento dalla fabbrica del Trullo. Per lui è stato realizzato il nuovissimo Laboratorio sperimentale di via Acqui, 9. Le attrezzature sono stupefacenti, è addirittura presente un elaboratore elettronico di calcolo. Insieme a Corsi l’editto di esilio colpisce anche Emilio Palamidessi (nominato direttore del Laboratorio) e il fidato caporeparto del Montaggio Michele Frajègari. Corsi rimane ancora formalmente amministratore delegato ma la direzione finanziaria viene accentrata in via Sicilia, 162, presso la sede della Cisa Viscosa. La Rectafrex srl muta inoltre la ragione sociale in società per azioni. Il messaggio è inequivocabile: in Rectaflex comandano gli azionisti, e Corsi ne è solo il capo carismatico. Uno dopo l’altro però, ottengono di seguire Corsi in via Acqui anche l’ingegner Marini, l’ingegner Franco Sigismondi e il tecnico Angelo Antonelli.

Con i tecnici migliori intorno a sé, e macchinari da fare invidia, Corsi avvia a via Acqui una nuova serie sperimentale, la 20000 preserie. Mette a punto un nuovo otturatore a tendina con ingranaggi in alpacca, per consentire un maggiore scorrimento. Corsi riesce a tarare l’otturatore fino al duemilesimo di secondo. Per fare un paragone, i concorrenti tedeschi non vanno allora oltre il millesimo. Nei primi mesi del 1952 la 20000 diventa una produzione seriale, con il nome di Standard 20000, con tempi al 1300° di secondo: la quinta serie produttiva Rectaflex è l’apparecchio 35 mm più veloce di tutti i tempi.

Nel 1952 lo stabilimento del Trullo è ormai la “fabbrica perfetta” che Corsi ha progettato, in grado di produrre e assemblare autonomamente quasi tutte le componenti. Soltanto i corpi in alluminio, le lentine e i pentaprismi sono appaltati all’esterno. Lo stabilimento è diretto dall’ingegner Angelino Eleuteri e si presenta strutturato in due divisioni: l’Ufficio Tecnico (diretto da Pietro Raucci), erede del Laboratorio sperimentale di Corsi, e l’Ufficio Produzione (Erminio Cappellani), che si occupa della produzione in serie. La Produzione è a sua volta organizzata in 8 reparti: 6 officine meccaniche due officine di controllo-qualità.

Le officine meccaniche sono: Progettazione, Galvanica (caporeparto Attilio Berardi), Fresatura (Aldo Pini; comprende il sottoreparto Attrezzeria), Verniciatura (Antonio Pietrini), Tornitura (Gaetano Judicone; con sottoreparto Aggiustaggio), Montaggio (Roberto Germani; con sottoreparto Precollaudo). I tre reparti Montaggio, Fresatura e Tornitura costituiscono insieme il comparto Meccanica I (capocomparto Egeo Filippini), mentre Meccanica II comprende le altre lavorazioni più delicate. Questo comparto è dotato di macchinari per la rettifica, torni e trapani di precisione, fresatrici e macchine automatiche per le minuterie in acciaio inox. Meritano di essere spese alcune parole su Roberto Germani, a cui si deve la pianificazione del ciclo produttivo dei 6 reparti meccanici su complessive 40 ore: giovanissimo, entrato in azienda appena tre anni prima, è un tecnico di grande valore. Il ciclo inizia dal reparto Galvanica, che vaglia i corpi in alluminio e i pentaprismi. La Fresatura effettua le forature e trasmette i corpi alla Verniciatura dove viene applicata a fuoco la vernice nera opaca. Dalla Verniciatura i corpi tornano in Fresatura, dove i fori vengono imboccolati per le tendine e i ritardatori. Nel frattempo l’Attrezzeria prepara le calottine e la Tornitura e la Galvanica preparano viteria e leveraggi. I corpi preparati finiscono al Montaggio, che fra i reparti è quello dalla struttura di maggior complessità. Al Montaggio lavorano tecnici con diplomi di meccanica fine (orologiai, ottici, strumentisti di precisione, pantografisti). Dal Montaggio dipende il Precollaudo, in cui i fotoreporter Francesco Maesano e Antonio Tozzi provano le macchine (i negativi vengono allegati insieme alla garanzia). L’intero ciclo di montaggio risulta suddiviso in 36 passaggi. Ad ogni passaggio corrisponde una fila di banchi del grande salone luminoso al secondo piano; a capo di ogni fila vi è un montatore specializzato: se un operaio riscontra problemi in un passaggio passa la macchina al montatore esperto.

I reparti del controllo-qualità sono: Collaudo semilavorati (caporeparto Renato Bonci) e Collaudo finale (Amedeo Cimino, aiutante Giulio Fabricatore). Giulio Fabricatore è un insegnante di tecnica fotografica alla Scuola di Polizia, misantropo e austero nel carattere. Ogni giorno, dopo le lezioni, si reca in Rectaflex dove ispeziona ogni macchina con diligenza da poliziotto. Il professor Amedeo Cimino, ingegnere, è un insegnante di matematica. È una figura molto simile a Corsi: fantasioso, creativo. Tra i due esiste una sincera e lunga amicizia. Il ciclo del controllo-qualità dura complessivamente 8 ore.

In questo scenario di successi Corsi riceve un colpo davvero duro: a metà del 1952 la Cisa Viscosa lo esonera di fatto anche dalla direzione commerciale, mettendolo sotto la tutela di Léon Baume, un abile finanziere di origine polacca. Insieme a lui collaborano il dottor Fabbri e Aldo Falcone. Allontanato dalla linea produttiva, e ora da quella commerciale, Corsi ha perduto il comando dell’azienda. È un leone in gabbia, sebbene sia una gabbia dorata.

Alla Campionaria del 1952 la Rectaflex si presenta all’apice produttivo, esponendo la 16000 con nuove ottiche e il modello speciale Rotor. La Rotor nasce dall’amicizia tra Corsi e Federico Patellani, il celebre fotografo delle dive degli Studios di Cinecittà. Quando Patellani rappresenta a Corsi la difficoltà di cambiare ottica, perdendo attimi preziosi per afferrare lo “scatto fuggente”, il progettista Ferrari monta su una 16000 una torretta girevole, che fa ruotare tre obiettivi a gradazioni diverse, abbinata con un’impugnatura a pistola col grilletto per lo scatto. Una foto famosa ritrae Gina Lollobrigida sul set del film Beat the Devil che impugna la Rotor. Nella fiera milanese di quell’anno c’è anche la Gamma, reduce da alcune vicissitudini in tribunale: non può più vendere la telemetrica a più obiettivi e ripiega sulle nuove versioni della Perla a ottica fissa. In quell’anno Corsi va anche alla Photokina tedesca, dove espone la nuova 24500 preserie, prodotta in soli 500 esemplari.

Ottenute le prime prenotazioni, al Trullo va in produzione la quinta serie Rectaflex, il modello 25000. Sul piano tecnico la nuova serie non è molto diversa dalla vecchia: ha una miglior taratura dei tempi veloci, l’innovativo flash Vacu-blitz a bulbo incandescente e una nuova componentistica, tutta milanese: il corpo in alluminio pressofuso prodotto dalla Simi, i pentaprismi e le lentine della Metal-Lux, e le tendine Pirelli in gomma (dopo che la Sara ha dismesso la produzione della viscosa).

All’altro capo del mondo, intanto, infuria la Guerra di Corea (1950-1953). Il Governo americano lancia un appalto internazionale per l’acquisto di apparecchi fotografici 35 mm, destinati ai cronisti di guerra. Il finanziere Baume porta subito l’affare in porto, con una commessa mastodontica da 30.000 apparecchi, da spedire in 20 lotti da 1500 macchine a trimestre. Corsi è furibondo: la Rectaflex non è in grado di produrre così tante macchine e, anche se fosse, la Rectaflex sparirebbe dal mercato civile per cinque anni. Senza contare i termini contrattuali, nei quali il maggior beneficiario è lo stesso Baume: ogni apparecchio è venduto a sole 63.000 lire, da cui va tolta la royaltee di 15.000 lire per Baume. Nel gennaio 1953 la Rectaflex assume tutto il personale Sara e lancia un’ulteriore campagna di assunzioni, arrivando a 300 dipendenti. In primavera il ritmo produttivo raggiunge le 900 macchine/trimestre. Gli azionisti Cisa gongolano e premiano Baume con la promozione a co-amministratore delegato Rectaflex.

Corsi e Baume hanno caratteri profondamente diversi: un sognatore alla ricerca della perfezione il primo; cinico abilissimo mercante il secondo. Corsi deve inchinarsi all’abilità del nuovo arrivato. Si rifugia spesso da Giorgio Cacchi, titolare del celebre emporio Casa del Fotocineamatore, dove si riunisce un cenacolo di artisti del calibro di Mastroianni, Fellini, Charles Boyer. Intanto Corsi crea il secondo modello speciale: la Gold, la reflex d’oro. La Gold è una 25000 con i corpi ricoperti in doratura e decorazioni in pelle di lucertola. La prima Gold viene regalata a Pio XII, che si reca personalmente nello stabilimento di Monte delle capre per riceverla. Papa Pacelli celebra una messa e benedice la fabbrica e gli operai. Ma l’euforia per l’illustre visitatore dura poco. La mancanza del capo carismatico si sente e succedono cose mai accadute prima: tensioni sindacali, conflittualità tra dipendenti, persino sabotaggi. Il nuovo personale, che si dice piazzato clientelarmente dai politici, è composto di fannulloni o incompetenti: le prime macchine prodotte escono difettose e necessitano di lunghi interventi di aggiustaggio. In breve si capisce che i tempi della commessa americana non saranno rispettati.

Corsi intanto ottiene dall’azienda il permesso di realizzare altre Gold e di donarle ai potenti del momento. Una è per il Re Farouk d’Egitto; un’altra è per il presidente Cisa Francesco Maria Oddasso; ve ne sono per il presidente della Repubblica Luigi Einaudi, per il presidente degli Stati Uniti Eisenhower e una per Winston Churchill. Le ultime due sceglie Corsi a chi donarle: una è per l’importatore francese Henry Tieman, suo amico e fedele rivenditore della Rectaflex in Francia; l’ultima Corsi la dona alla Fabbrica Rectaflex, dove viene esposta accanto ad un pannello sinottico con tutti i pezzi che compongono una Rectaflex. Questo dono ha quasi il sapore dell’addio. La fine dell’esperienza Rectaflex è dietro l’angolo.

Arriva la XXXI Fiera Campionaria di Milano, edizione del 1953. La Rectaflex espone la Standard 25.000 insieme alla Rotor. Durante la Fiera Corsi e Baume si intrattengono lungamente con Robert Brockway, distributore americano della Rectaflex e presidente della Director Products. In quell’occasione viene sottoscritto con il distributore americano un accordo per la vendita, sul mercato estero, di una rectaflex a telemetro. Corsi non approva e lo considera quasi un affronto alla sua creatura a visione prismatica ma Baume, allettato dalle prospettive di un facile guadagno, ha rapidamente ragione delle obiezioni.

Il 1953, nel complesso è un anno di crisi per le vendite delle macchine fotografiche di fascia alta: nei vicini stand delle Officine Galileo (microcamera GaMi 16 con telemetro e correttore di parallasse) e San Giorgio (prototipo Janua modello 803 sincronizzata) ci sono macchine di grande qualità ma gli ordini di acquisto languono. Vanno un po’meglio le cose per le macchine di classe economica, con Ferrania, Bencini e Closter che commercializzano apparecchi discretamente sofisticati, ad un quarto del prezzo di una Rectaflex. Vanno bene le cose anche per la Gamma, che l’anno precedente ha interrotto la fabbricazione della telemetrica, e ha saputo riposizionarsi sulla fascia economica del mercato. C’è la Perla A con ottica Stigmar 1:3.5 e il modello Al con ottica Radionar 1:2:8); c’è poi la supereconomica Stella con otturatore Pronto e ottica Kata 1:3:5/50 mm.

C’è un aneddoto curioso legato a quella fiera. Pare che fra i visitatori vi fossero, in incognito, August e Jacques Piccard, pionieri delle esporazioni dei fondali oceanici, e loro stessi costrutturi di sottomarini in grado di resistere alle pressioni delle grandi pronfondità, chiamati batiscafi. Il motivo della loro visita è acquistare una macchina fotografica per il batiscafo Trieste, con cui poco dopo avrebbero esplorato i fondali a largo dell’isola di Ponza. Pare che l’operaio specializzato incaricato del montaggio della macchina nel batiscafo sia stato lo stesso Corsi, ovviamente in incognito. Non si sa quanto vi sia di realtà e quanto di leggenda, fatto sta che, di fronte alle insistenze dell’operaio di accompagnare i Piccard nell’immersioni, Corsi è riconosciuto. è accontentato e tra Corsi e i Piccard nacque una grande e lunga amicizia. Pare dunque che l’estate del 1953 sia stata un’estate magnificamente serena per Corsi – con i Piccard tra i fondali di Ponza, sul batiscafo Trieste –, mentre già da settembre sinistre nubi si addenzano sulla fabbrica di Monte delle Capre.

A settembre 1953 negli stabilimenti Rectaflex sono pronte le prime 3000 macchine per la commessa militare americana, e altrettante sono avviate alla produzione. Si procede con la prima spedizione di 1500 macchine, anche se con un certo ritardo rispetto ai termini contrattuali. Gli Americani sono furibondi, anche perché la guerra è ormai iniziata e anzi si avvia ad una rapida conclusione. Non si sa bene cosa sia avvenuto dall’altro capo del mondo: fonti orali riportano che gli Americani abbiano fatto valere (a buon diritto) una clausola sui tempi di consegna; altre dicono che poi alla fine abbiano pagato ma i soldi siano stati dirottati altrove. La sola certezza è che alla fine i soldi americani, equivalenti a circa 100.000.000 di lire, in Rectaflex non sono mai arrivati. Un breve comunicato annuncia poi il colpo di grazia: con l’elezione del nuovo presidente Eisenhower, la Commissione militare incaricata degli acquisti di guerra è decaduta e con essa è decaduto l’intero appalto, di circa 1.900.000.000 lire.

Viene convocato di corsa un consiglio di amministrazione della Cisa Viscosa: siamo ad inizio marzo 1954. La riunione è turbolenta, e sul banco degli imputati, per aver rallentato la produzione, finiscono Baume e Corsi. Gli amministratori Cisa decidono che l’esperienza Rectaflex è giunta al termine, e che il tutto sarà sancito da un’assemblea straordinaria. Dall’immediato, intanto, la produzione è interrotta e si cercherà di vendere il vendibile. Di quella riunione sopravvivono diversi ricordi. Pare che Baume abbia prudentemente taciuto, mentre invece Corsi, difendendosi come un leone, di fronte alla decisione padronale di interrompere la produzione, abbia minacciato di portare i brevetti in Francia e di continuare a produrre la Rectaflex laggiù. Ma la Direzione ha deciso senza appello.

Vengono licenziati in blocco tutti gli operai addetti alla produzione, salvando, almeno per ora, i soli operai dei reparti Montaggio e Collaudo. Si concorda con i sindacati una buona uscita per gli operai, e le fonti orali riportano che la buona uscita è condizionata al fatto che nulla di quanto avviene debba essere reso noto all’esterno. Fra i giornali economici di quello scorcio di 1954, nessuno fa menzione della vicenda. Anche i negozianti ricevono puntualmente gli ordinativi.

Del resto in magazzino vi sono ancora componenti per realizzare circa 3000 macchine. Léon Baume è incaricato della vendita, al prezzo base di 20.000 lire l’una: il maggior ricavo è il suo, come buona uscita. I listini fieristici di quel periodo riportano paradossalmente che il prezzo di vendita ai dettaglianti non subisce alcuna riduzione.

Non vanno meglio le cose per Corsi: il Laboratorio sperimentale viene ceduto ad una controllata della Viscosa, la Ecom, e lì Corsi dovrà occuparsi di pianificare la ripresa della produzione: la Viscosa non ha minimamente in animo di ricominciare a produrre la Rectaflex; semplicemente, vuole vendere una fabbrica apparentemente ancora in esercizio, mostrando ai possibili compratori dei piani produttivi credibili. Viene anche nominato un nuovo amministratore delegato, il signor Fabbri, che ha anche la funzione di commissario liquidatore.

Ad aprile 1954 arrivano intanto i tradizionali appuntamenti fieristici di Colonia e di Milano. In Germania nulla traspare della crisi Rectaflex, anche se la parte del leone in quella fiera la fa una macchina telemetrica, la nuova Leica modello M3. Se la rectaflex telemetrica concordata con Robert Brockway fosse stata immessa sul mercato solo qualche mese prima, ne sarebbe senz’altro stata una valida concorrente. A Milano la Rectaflex si limita ad anticipare la serie 30.000 insieme alla Rotor, con una gamma completa di ottiche e accessori. In quell’anno si registra il definitivo sorpasso dei prodotti tedeschi rispetto a quelli italiani: la guerra è ormai alle spalle, e i fotoamatori italiani acquistano in base alla qualità e al prezzo, non più sulla base emotiva del ricordo degli orrori del nazismo. Mantengono buone fette di mercato la Closter, con la sua Princess, e la Ferrania, con la Rondine, Falco S e bionica Elioflex II. Si difende bene anche la gamma, con i vari modelli di Perla e Stella.

Per quanto possa sembrare incredibile, in quello scorcio di 1954 l’avvocato Telemaco Corsi, sebbene amareggiato per la consapevolezza della fine del “sogno Rectaflex”, è ancora un inventore vulcanico: come se volesse sparare tutte insieme le ultime cartucce, sapendo che ben presto l’acqua bagnerà le polveri. Corsi insomma è tutt’altro che disposto ad alzare bandiera bianca, e spera fino all’ultimo in un ripensamento della Direzione. Fatto sta che il 1954 sarà ricordato come “l’anno delle meraviglie Rectaflex”, in cui la tecnologia Rectaflex raggiungerà davvero livelli spettacolari.

Corsi lavora contemporaneamente a tre nuovi brevetti: il nuovo pentaprisma, l’esposizione automatica, e un dispositivo speciale chiamato Esaflex. Del nuovo pentaprisma si parla già sul numero dell’ottobre 1954 del Progresso fotografico: l’invenzione viene descritta come un “tetto a doppio spiovente” in grado in impelementare le caratteristiche del prisma di Corsi. Il progetto di una Rectaflex con esposizione automatica nasce da una collaborazione di Corsi con l’ingegner Ferrari. Viene concepito uno speciale “preselettore del diaframma”, unito ad una nuova ottica con esposimetro al selenio chiamata “lettore di luce”, che, tramite un indicatore ad ago, dà la corretta impostazione del diaframma. Infine, l’Esaflex è un apparecchio reflex 6 × 6 monobiettivo ad ottica intercambiabile, dotato sia di visione prismatica che telemetrica. L’apparecchio è studiato per avere il magazzino intercambiabile: è una “macchina omnibus”, in grado di montare qualsiasi accessorio.

Allo stesso tempo Corsi lavora anche al nuovo Modello 30.000. Sa che è l’ultimo che uscirà dagli stabilimenti di Monte delle capre e vuole che sia un modello perfetto: sostituisce i leveraggi di carica e riavvolgimento del film, e sostituisce anche i vecchi pulsanti di scatto e di sgancio dell’ottica, con nuovi pulsanti dalla caratteristica forma a fungo.

Non è finita. Con il reporter Federico Patellani Corsi lavora anche ai Modelli Special. Si tratta di modelli rectaflex speciali, destinati alle applicazioni scientifiche. La Special 24 × 32 prende il nome dalla dimensione ridotta del fotogramma, richiesto per particolari usi scientifici, come la microfotografia (applicando la macchina ad un microscopio) o la fotografia ospedaliera (per riprendere interventi chirurgici). In tutt’altro campo opera invece un altro modello special, la Rectaflex silenziosa. La Silenziosa nasce da un’idea di Patellani ed è pensata per i safari fotografici: viene eliminato il rumoroso rimbalzo dello specchio, che avrebbe messo in fuga le fiere della savana, e il corpo macchina è nichelato in nero opaco, per non riflettere la luce del sole. La prestigiosa rivista naturalistica Life ne acquista diversi esemplari.

Intanto, dalla fabbrica di Monte delle capre cominciano finalmente ad uscire le prime macchine rectaflex a telemetro, pattuite un anno prima con il distributore americano Robert Brockway. Ne escono in realtà due diversi modelli, chiamati Recta e Director-35. La Recta nasce sul corpo della Rectaflex Standard 30.000, su cui viene montato un grosso mirino con un telemetro speciale con il sistema di messa a fuoco a doppia finestra brevettato da Corsi nel 1951. La Director-35 è invece una macchina completamente nuova, le cui caratteristiche sono la doppia tendina metallica rigida (non auto-avvolgente), lo spostamento del ritardatore dei tempi, il caricamento della pellicola frontale, la leva di carica curva e una diversa collocazione del bottone dei tempi veloci.

Nel luglio del 1954 intanto, sulla scia delle esplorazioni scientifiche dei Piccard sul Batiscafo Trieste, gli alpinisti Achille Compagnoni e Lino Lacedelli commissionano alla Rectaflex due macchine da portare con sé nella conquista del monte K2. Il capo del Montaggio, Roberto Germani, prepara due apparecchi in grado di affrontare le rigide temperature himalayane, con l’olio di ingrassaggio sostituito con la polvere di grafite. Pare tuttavia, che le macchine, spedite in India via treno, non siano mai arrivate a destinazione.

E questi sono davvero gli ultimi fuochi. La riserva di componenti giacente in magazzino termina nei primi giorni del 1955. Il capomontaggio Germani si dà da fare in tutte le maniere per montare i pezzi residui fino ad assemblarne qualcosa ma non è proprio più possibile montare alcuna macchina. Alcune memorie orali riferiscono che in questo periodo, per mancanza di lavoro, vengono licenziati gli operai del Settore Montaggio, capireparto compresi. Molti di loro troveranno con facilità un altro impiego: ad esempio Alfredo Ferrari finisce alla Ecom; il meccanico Remo Nannini va ad occuparsi della riparazione delle macchine in garanzia al Servizio Dopo vendita. L’ingegner Cimino si impiega alla Vasca navale. Altri si mettono in proprio. Gli ingegneri Franco Sigismondi e Giorgio Marini fondano la Staer, e assumono il tecnico Angelo Antonelli. Emilio Palamidessi manlio Valenzi e Roberto Germani aprono un’officina di riparazioni di apparecchi fotografici in via Cavour. Molti operai passano alla concorrenza: alcuni finiscono in Gamma, altri in Closter. Lo stabilimento di Monte delle Capre, vuoto di operai e di componenti, a questo punto non viene più nemmeno vigilato adeguatamente. Le memorie orali riportano che in fabbrica regna il disordine, e che molti operai si sentirono moralmente legittimati a portarsi via un pezzo della fabbrica, a titolo di risarcimento. La Proprietà corre ai ripari, ordinando di vendere alla spicciola i pezzi non assemblati, prima che sparissero.

Un aneddoto da più parti confermato racconta che Corsi si sia a questo punto fatto avanti per acquistare in blocco edificio e attrezzature produttive, con l’intenzione di riassumere il personale e iniziare da capo una nuova avventura. La Direzione ben conosce il genio creativo di Corsi, e sa che Corsi, aiutato dalla fortuna, può persino farcela. La Proprietà sa che la crisi Rectaflex non è derivata da una crisi del prodotto, che può anzi considerarsi perfetto ma da strategie commerciali errate. La Direzione risponde a Corsi chiedendogli una somma spropositata, che si dice sia stata di 50 milioni di lire. Pare che Corsi questa somma fosse pronto a pagarla e si sia rivolto alle banche e abbia cercato soci finanziatori. Non trovandone, Corsi deve fare un passo indietro. Una memoria, non si sa quanto attendibile, vuole che proprio mentre Corsi rinunciava, la Proprietà abbia invece dato tutto in custodia a Léon Baume, con il compito di vendere al miglior offerente, a cifre di realizzo. Pare che Baume, ritenendo ben misera la cifra ottenibile da quell’operazione, in quel periodo abbia anche incominciato a lavorare per la concorrenza, diventando importatore in Italia della casa giapponese Konika. Secondo un altro aneddoto, alla fine Baume si accorda con il fotoamatore Giorgio Cacchi, consentendo al suo ragazzo di bottega Tonino Arienzo di svuotare il magazzino degli ultimi ingombranti pezzi. L’aneddoto riferisce di una mesta processione di automobili cariche di materiali, che facevano la spola da Monte delle Capre alla Casa del fotocineamatore. A quanto risulta, l’ultima rectaflex disponibile sul mercato è venduta proprio da Cacchi nell’anno 1960, a un turista accorso a Roma in occasione dei Giochi Olimpici.

A quel punto restano ancora da vendere i muri della fabbrica e i brevetti. Allo scopo viene costituita una nuova società, la Rectaflex International, con Léon Baume azionista, il cui obiettivo dichiarato è riprendere la produzione ma l’obiettivo più pragmatico è quello di tirar su il prezzo rappresentando agli occhi dei compratori una fabbrica ancora in esercizio. Proprio per questo vengono curiosamente acquistati degli spazi pubblicitari nelle riviste di settore, per un prodotto ormai non più in vendita; e alla Campionaria di Milano del 1955 sono presenti numerosi agguerriti procuratori della nuova società, con lo scopo non di vendere macchine fotografiche ma la fabbrica che potrebbe tornare a produrle.

Grazie ai buoni uffici dei procuratori, alla fine del 1955 il compratore sbuca fuori, e viene da lontano. Si tratta della Kamerabau Anstalt, con sede a Vaduz nel piccolo Principato del Liechtenstein, di proprietà del principe Francesco Giuseppe II (1906-1989). Baume invia nel principato alcune macchine 30.000, per invogliare il Principe all’affare. In risposta il Principe invia a Roma il suo uomo di fiducia, l’ingegner Adolf Gasser. Gasser è un uomo onesto e dotato di grande esperienza: proprio per questo la visita negli stabilimenti di Monte delle Capre si risolve in una delusione; il tecnico, di ritorno in Liechtenstein, sconsiglia al Principe l’acquisto dell’intera fabbrica, consigliandone di comprarne i soli brevetti.

Alla fine Baume vince le resistenze del Principe, e l’accordo va in porto negli ultimi mesi del 1956, con una joint venture internationale tra Cisa, Snia e la Contina, altra fabbrica di proprietà del Principe che produce calcolatrici tascabili e cineprese da 8 mm. Viene quindi creata una nuova società, la Établissements Rectaflex International Vaduz, con stabilimento produttivo all’interno della fabbrica Contina, nella cittadina di Mauren: l’ingegner Gasser è a capo della progettazione e della produzione; il direttore di fabbrica è il signor Frick, mentre il Reparto Montaggio è affidato al signor Postner. Da subito però i tecnici del Principato si mettono le mani nei capelli, lamentando la mancanza di documentazione tecnica, e la presenza per ogni pezzo di più versioni indistinte. I tecnici decidono che l’unico modo per uscire dal labirinto è richiamare in servizio, da Roma, Alfredo Ferrari, assunto ufficialmente nel settembre 1957. Poco dopo viene richiamato in servizio anche il meccanico Antonio Fasciani, con l’incarico di formare il personale del reparto Montaggio.

Alla fine del 1957 la linea di montaggio per la produzione in serie risulta ancora lontanissima. Sorgono degli attriti, e si evidenziano limpidamente le differenze di mentalità tra italiani e transalpini: i primi sanno accettare l’imprevisto ed esserne geniali risolutori a colpi di fresatrice; i secondi, ogni volta che un pezzo va fuori tolleranza, vanno su tutte le furie e sono incapaci di risolvere l’imprevisto con prontezza. Considerando che i pezzi fuori tolleranza non sono l’eccezione ma la regola, alla Contina sono tutti seriamente preoccupati. Fasciani propone una soluzione d’emergenza: riportare la produzione a Roma riassumendo le vecchie maestranze del Trullo ma la proposta viene respinta. Un aneddoto vuole che i transalpini, giunti ormai alla disperazione, contro il parere dei soci italiani abbiano richiamano in servizio da Roma proprio l’avvocato Telemaco Corsi, in un ruolo non ufficiale. Corsi, racconta la memoria popolare, pare che abbia detto di sì all’istante, mettendo da parte tutte le amarezze e facendo le valigie il giorno stesso. Pare che lo stesso sia avvenuto per il veterano Roberto Germani.

Il miracolo alla fine riesce: le prime macchine “made in Liechtenstein” vengono montate, e funzionano anche, sebbene si intuisca che nel progetto c’è ancora qualcosa che non gira come dovrebbe. Le macchine modello 40.000 arrivano dunque sino al livello di produzione in preserie. C’è il comando automatico della preselezione del diaframma, e viene montato un nuovo obiettivo. I primi collaudi continuano però a dare una serie interminabili di inconvenienti, e i solerti produttori tedeschi non se la sentono di mettere in produzione una macchina che potrebbe in seguito dare problemi agli acquirenti.

Alla fine, siamo all’inizio del 1958, i problemi tecnici vengono quasi del tutto superati, e viene approvato un piano di produzione in serie, che prevede la realizzazione di 45 macchine al giorno e l’assunzione di nuove maestranze. Arriviamo così al 1959. Il tempo passa, i costi fissi corrono, e la produzione in serie ancora non arriva. Di questo va riconosciuto grande merito ai transalpini, che si rifiutano di mettere sul mercato un prodotto della cui perfezione non sono ancora del tutto convinti. Tra gli azionisti intanto serpeggia un certo disincanto: si fa strada l’idea di essere fuori tempo massimo, anche perché il mercato di quegli anni vede affermarsi macchine giapponesi con tecnologie diverse e costi inferiori, in grado di offrire al fotoamatore scatti ugualmente belli.

È dall’anno 1959 che le informazioni si fanno imprecise. La sola cosa certa è che gli azionisti non credono in un successo. Pare che alla fine di macchine Rectaflex 40.000 si sia riusciti a produrne ben 2500 esemplari, vendibili sul mercato. Pare però anche che, per la disperazione o a seguito di un sabotaggio, questi esemplari siano stati gettati tutti nel fiume Reno, per far capire al Principe che nel Liechtenstein non è possibile produrre “all’italiana”. Così riporta l’aneddoto, senza che vi siano riscontri di alcun tipo.

Fatto sta che la storia si trascina ancora per altri cinque anni, finché la società viene rilevata dalla Hilti, più interessata a impedire che i brevetti cadano nelle mani della concorrenza, che a proseguire la produzione. La produzione in effetti non riprenderà mai più.