Negli Anni Settanta e Ottanta le indagini paleontologiche sul Territorio Portuense proseguono senza sosta. Dalla Cava Rinaldi di Ponte Galeria, in uno strato datato a 517 mila anni fa, emergono i resti fossili di un Palæloxodon dalle zanne dritte, un uro, un castoro (Castor fiber) e una nuova specie di cervo (Elaphus eostephanoceros).

Un’altra indagine, iniziata nel 1970 e conclusa nove anni dopo, indaga l’area di Malagrotta. In località Capanna murata un deposito argilloso datato a 516 mila anni fa restituisce, oltre all’immancabile uro e Palæloxodon, una discreta varietà di cinghiali, ippopotami e caprioli e alcune new entries: il cavallo selvatico (Equus ferus caballus), il rinoceronte delle steppe (Stephanorhinus hemitoechus), il daino di Clacton (Dama clactoniana) e il coniglio selvatico europeo (Oryctolagus cuniculus).

Tutti questi animali preistorici hanno una caratteristica comune: sono miti erbivori al vertice della catena alimentare, privi di nemici nel mondo animale. Non c’è nulla che li impensierisca.

Ma in comune hanno anche una debolezza: nessuno di loro, probabilmente, sa nuotare. La linea di costa e l’impetuoso canyon del Paleo-Tevere costituiscono un limite insormontabile. Non deve essere infrequente dunque vedere questi mammiferi concentrati in grandi branchi, nel cul de sac tra la costa e la riva destra del fiume. Loro non lo sanno, ma si sono cacciati in un bel guaio: una trappola senza vie d’uscita.

È a questo punto infatti che nel nostro territorio arrivano i primi predatori. Le loro tracce, in quest’epoca, sono ancora esigue. Nella Cava Rinaldi ad esempio i paleontologi Capasso-Barbato e Minieri (1987) riconoscono il canino inferiore e un molare di un orso delle caverne (Ursus spelæus), progenitore del moderno orso marsicano: il maschio può pesare una tonnellata e ha una lunghezza di 3 metri. L’Ursus spelæus ha una dieta prevalentemente erbivora ma non disdegna, quando il cibo scarseggia, la predazione di altri mammiferi.

Un altro dente viene ritrovato a Malagrotta. Si tratta di un dente carnassiale, cioè un dente specializzato per la lacerazione delle carni, che è oggetto di disputa tra gli studiosi. Appartiene sicuramente a un canide, ma non si può attribuire con certezza a un lupo preistorico.

Oltre a orsi e lupi, entra in azione un terzo predatore, ed è forse il più temibile di tutti: è piccolo, organizzato e prevalentemente carnivoro. È l’uomo. La stagione della caccia è aperta.

L’archeologo Ernesto Longo ne ha cercato le tracce per nove anni, dal 1970 al 1978, a Malagrotta, in località Capanna Murata. Non è riuscito a trovarne le ossa fossili, ma la sua indagine ha portato comunque ad individuare tracce certe del loro passaggio.

Longo ha raccolto 601 pietre lavorate, ascrivibili all’industria litica acheuleana e appartenute a una primitiva comunità umana.

Non sappiamo con precisione a quale specie essi appartengano: si tratta genericamente di ominidi, scimmie entropomorfe capaci di scheggiare pietre per farne attrezzi da scavo per estrarre radici dal terreno o farne brutali armi da caccia.

I pezzi raccolti da longo sono quasi tutti ricavati da selce e solo in piccola parte su ciottoli. Vi riconosce vanghe da scavo, utensili per il taglio e l’intaglio, raschietti, lame e piccole amigdale bifacciali, pietre a forma di mandorla scheggiate su entrambi i lati e dalla punta acuminatissima. Longo raccoglie anche 5 attrezzi in osso e un’amigdala bifacciale in osso. Anni dopo, nel 2018, lo studioso Marra riuscirà a datare questi manufatti a 516 mila anni fa.

In quegli stessi anni intanto un secondo vulcano, il Vulcano Laziale, entra in attività. Così come il Vulcano Sabatino, anche di questo vulcano rimane oggi la caldera: il lago di Albano. Ma a differenza primo, ormai spento, i geologi ritengono che il Vulcano Laziale oggi non sia ancora del tutto pacificato. Ogni tanto dispensa ancora emissioni gassose e fenomeni di termalismo.

Poco dopo incomincia anche una nuova glaciazione, che durerà a fasi alterne da 455 a 300 mila anni fa.

In questo lungo periodo, durante l’intermezzo temperato dell’11° periodo interglaciale, risale il ritrovamento di predatori evoluti. Si tratta della volpe rossa (Vulpes vulpes) e del primo lupo.

La scoperta del lupo (Canis lupus) è recentissima: risale al febbraio 2022. Si tratta di una specie di transizione, già affine al moderno lupo appenninico. Il suo cranio fossile, in frammenti, è stato trovato sulla via Portuense a Ponte Galeria. I geologi della Sapienza li hanno sottoposti all’esame al radiocarbonio, datandoli a 406.500 anni fa. Si tratta del più antico lupo d’Europa.

Torniamo nel quadrante di Malagrotta, in località Quarto della Vipera, su un pianoro isolato a 67 m sul livello del mare. Qui nel 1982 gli studiosi Pennacchioni e Persiani ritrovano altre industrie litiche, questa volta collocabili in una fase più recente rispetto alle pietre scheggiate di Capanna Murata: siamo nell’Acheuleano superiore.

Altri ritrovamenti sono ancora più recenti e risalgono all’Acheuleano finale. Siamo ancora a Malagrotta, in località Riserva Isolotto.

I ritrovamenti consistono in un’amigdala bifacciale e alcune scaglie di selce lavorata. Trattandosi di ritrovamenti superficiali emersi a seguito di lavori agricoli non è possibile fare una stratigrafia e determinare un’epoca precisa.