Nel Seicento nella tenuta della Magliana dilagano le febbri malariche: i pontefici se ne tengono volentieri alla larga. L’ultimo porporato a mettervi piede pare sia stato, nel 1611, il cardinal Ferdinando Gonzaga, amante delle cacce a cavallo e per questo incurante dei morsi della zanzara anopheles. Nella tenuta accanto, a Pian Due Torri, sembra esserci invece ancora una discreta efficienza agraria: lo testimoniano le taxæ, pagate più o meno regolarmente, dalle due arciconfraternite del Gonfalone e Sancta Sanctorum.

Tutto cambia però, proprio a Pian Due Torri, nell’annus horribilis 1656, l’anno della Peste romana: la tenuta si trasformerà in una immensa fossa comune, dove si stima possano esservi sepolti fino a 15.000 corpi.

Raccontiamo questa storia con ordine. Il primo contagio cittadino si registra il 5 maggio 1656, al rione Ponte: è una bimba “con petecchie e carbone”. Appena fuori città, alle vigne di Monte Mario, nello stesso giorno è segnalata una contadina “con un carbone a una gamba”. L’8 maggio Giuseppe Balestra, chirurgo dell’ospedale Fatebenefratelli dell’Isola Tiberina, incomincia a tenere un diario medico, preoccupato dai sintomi anomali dei ricoverati: sete insaziabile, vomito e diarrea; gangli ingrossati e bubboni; febbre alta, sonno prolungato e improvvisi deliri. I malati hanno “il colore blu del piombo” e necrosi alle estremità: lingua, orecchie, naso, mani e piedi.

È peste, Balestra ne è convinto. Ma sul momento sono in pochi a crederlo. Il popolino, annota Balestra, parla genericamente di un “mal contagioso” e pensa che “le influenze occulte del Cielo” sappiano distinguere i peccatori dagli uomini di fede, colpendo selettivamente i primi e scampando i secondi. “Raccomandarsi a Dio sera e mattina” è ritenuto una buona profilassi e, in caso malaugurato di contagio, un intruglio a base di “rospi secchi in molle di vino o aceto” è considerato un effucace rimedio.

La Congregazione di Sanità intuisce tuttavia che la situazione è seria. A giugno ordina di murare e sigillare a calce le case degli ammalati, e di prelevarli a forza per concentrarli all’Isola Tiberina, trasformata in lazzaretto. Il chirurgo Balestra ne ha lasciato una descrizione terrificante: “luogo d’horrore, ove altro non s’odono che lamenti dei mìseri e stridori dei frenètichi, che posti in croce nei propri letti assordano i sani. Altro non si mira che lacrimevoli spettacoli, fetore e spavento”.

Un cordone sanitario chiude intanto anche i due rioni vicini all’Isola Tiberina: le porte del Ghetto ebraico vengono sbarrate, mentre a Trastevere viene tirato su in fretta e furia un muro vigilato da guardie, tra Santa Cecilia e San Crisogono.

Di fronte alla Magliana, a Tor di Valle, si allestisce lo “spurgo delle suppellettili”, per il lavaggio, nel fosso del Torrino, delle vesti e degli altri oggetti entrati in contatto con i malati. Altri spurghi si trovano al torrente Almone (che sfocia presso l’attuale Gazometro) e alla marrana di Villa Pamphili (che sfocia nell’attuale piazza Meucci).

Tutti i medici romani sono tenuti a prestare al lazzaretto un turno obbligatorio di 15 giorni, a rotazione. Uno dei primi “dottori della peste” cooptati per il lazzaretto si chiama Bernardino Guasconi, detto Il Vasconio. Indossa al naso “un gran spungone” (una maschera di spugna imbevuta d’aceto) ed è solito darsi forza bevendo giacinto e alchermes. I suoi movimenti tra le corsie sono preceduti da un “gran padellone di profumi”. L’armamentario non gli servirà a evitare il contagio e scampare la morte.

I suoi successori unificano spungone e padellone in un unico accessorio – la maschera a becco – e aggiungono occhiali, mantella incerata impermeabile e una bacchetta lunga sei palmi, per mantenere dagli appestati la distanza di sicurezza di un metro e mezzo.

La Congregazione di Sanità adotta ulteriori e drastiche misure. Sono vietati gli assembramenti in strada; i mercati si spostano fuori città; e “paltronieri e mendicanti”, cioè i nullafacenti, accusati di diffondere il morbo, vengono deportati alle Saline di Maccarese.

Roma si ritrova così deserta e silente: nessuno attende più ai commerci e alle manifatture. Arriva anche, scrive Balestra, “una peste più insuperabile, che è la fame”. Chi non è in grado di “sostentarsi con l’uso delle arti e delle braccia” riceve un sussidio di carità dalla Camera Apostolica.

Al tramonto però la città torna ad animarsi. Si raggiungono alla spicciolata le chiese, per la recita del De profundis, seguita mezz’ora dopo da un quarto d’ora di campana a morto. In piena notte è possibile sentire per strada i campanacci che segnalano il passaggio della “carretta”. La carretta è una rudimentale ambulanza per il trasporto dei contagiati, dall’aspetto sinistro: è una sorta di bara con quattro ruote; è trainata da un cavallo e due “sacconi”, galeotti dal volto incappucciato in una “sàraca” di tela verde.

Ad altri galeotti – i “barlanti” – è affidato il lavoro dei becchini. Ogni notte fanno il giro del lazzaretto e trasportano a spalla le salme fino a speciali barche, con cui i barlanti discendono il Tevere.

Arrivano a Pian Due Torri, dove si trova la fossa comune. In questa fossa vengono sepolte la gran parte delle 15.000 vittime mietute dal morbo, su una popolazione complessiva romana sotto i 100.000 abitanti. Quando la fossa non basta più, si ricorre a una seconda fossa, sulla riva opposta di Valco San Paolo.


(aggiornato il 31 Luglio 2021)


È il curatore di questo portale. Fa di tutto un po’: scrive, mette on line e cerca nuove idee.