Dal 1690, con la partenza degli Orsini, la fortezza di Galeria passa più volte di mano: prima i Sanseverino, poi il Collegio Germanico e infine i Manciforte. A questi ultimi si deve un tentativo di rilancio.

A metà Settecento però scoppia un’epidemia, che falcia la popolazione. Non abbiamo cronache di quell’evento, e non conosciamo il nome del morbo. La tradizione popolare ci trasmette la memoria sinistra di un evento repentino e inspiegabile, strettamente localizzato nel borgo senza riguardare le campagne circostanti.

I pochi superstiti decidono di andarsene. L’evacuazione non è affatto ordinata. Pare anzi che tutto sia successo nell’arco di una sola notte, lasciando i tavoli ancora imbanditi, con tutte le suppellettili e i preziosi attrezzi agricoli al loro posto. Nessuno si prenderà cura, nei giorni successivi, di tornare a prenderli.

Un documento ecclesiastico del 1809 ci dice che ci vorrà più di mezzo secolo perché i fuggiaschi trovino il coraggio per tornare. E lo faranno soltanto per pochi giorni, per l’adempimento del voto di dare una degna sepoltura alle cataste dei defunti frettolosamente abbandonate nella chiesa di San Nicola al momento della fuga.

L’epidemia deve aver avuto insomma una virulenza straordinaria e terrorizzante, paragonabile ad un maleficio.

Di questa epoca – che non è più Medioevo ma non è ancora piena modernità – ci rimane il racconto leggendario dell’ultimo abitante del borgo. È un giovanotto alto e di bell’aspetto, con l’animo leggero. Il suo soprannome Senz’Affanni ci comunica una vita priva di preoccupazioni.

Senz’Affanni ha anche una bella fidanzata, che attende di convolare a nozze. Il ragazzone fortunato è solito passare sotto la casa di lei in sella a un cavallo bianco, dedicandole canzoni e strimpellando uno strumento.

Quando l’epidemia sconvolge la vita del borgo, travolge inevitabilmente anche i due innamorati. Lei muore improvvisamente, lui invece ha la sfortuna di sopravviverle.

Incapace di capire cosa stia accadendo, Senz’Affanni rimane lì imbambolato, nel fuggi fuggi generale. Finché l’indomani scopre di essere l’unico rimasto.

La memoria popolare vuole che il fantasma di quel ragazzone innamorato sia rimasto lì, e continui a passeggiare a cavallo tra le stradine deserte, continuando a intonare un canto per la sua amata, divenuto ormai mestissimo.

La memoria popolare ci tramanda anche di un secondo giovanotto innamorato, dalla biografia diversissima: il brigante Spadolino. Il regista Mario Monicelli ne trarrà l’ispirazione per il personaggio di Don Bastiano nel film Il Marchese del Grillo.

Profondamente religioso, Spadolino conosce una donna di origine turca e, intenzionato a sposarla, la converte al cristianesimo. Quando tuttavia l’autorità ecclesiastica vieta le nozze, Spadolino “per la sposa si fe’ brigante”, fuggendo con lei nelle boscaglie. Divenuto capo di una banda composta in gran parte di donne, Spadolino è ricordato come una delle ultime “figure romantiche” del brigantaggio romano.

Braccato dalle truppe napoleoniche, sembra che Spadolino e la sua banda abbiano trovato rifugio proprio nella città morta di Galeria.

Spadolino sarà fucilato il 10 marzo 1812 alla Bocca della Verità. Si racconta che il brigante abbia affrontato la morte con spavalderia, impartendo lui stesso l’ordine di fare fuoco al plotone francese. Di quell’episodio rimane un’incisione ad acquaforte di Bartolomeo Pinelli.

Rimane un ultimo mistero. Sappiamo che gli abitanti in fuga da Galeria hanno fondato il borgo agrario di Santa Maria in Celsano, a meno di un chilometro di distanza. Perché mai dunque, se la causa dell’abbandono è un’epidemia, Santa Maria si trova a un tiro di schioppo dalla zona infetta? Non si conosce la risposta.

L’ultima notizia effettiva sull’antica Galeria risale al 1837. Un documento di quell’anno autorizza gli abitanti di Santa Maria a recarsi alla città morta per lo spoglio di marmi e pietre da costruzione.

Dal 1999 Galeria antica è un’area regionale protetta di 32 ettari.