Parliamo di alcuni ritrovamenti nel circondario dei Porti imperiali.

Siamo nell’estate 2006, la Guardia di Finanza di Fiumicino irrompe nella casa di un trafficante e rinviene reperti freschi, con la terra ancora non dilavata. Sono i soliti “tombaroli”. Lo scavo clandestino viene individuato poco dopo, sul pianoro di un bancone di sabbia e ghiaia nella tenuta agricola di Castel Malnome, a ridosso di Ponte Galeria-paese.

Sul posto arrivano gli archeologi veri, quelli della Soprintendenza, che aprono lo scavo estensivo sotto la direzione di Laura Cianfriglia. Affiora per intero una necropoli romana. È enorme: tremila metri quadrati.

Le sepolture risalgono ad un periodo tra la fine del I secolo d.C. e il II. Vengono individuati 270 scheletri, deposti in fosse terragne con copertura fittile, cioè ricoperti da tegole di coccio, oppure umili tavole di legno. Spesso i corpi sono avvolti in un sudario di lino o fasciati in bende.

Dalle prime analisi emerge il quadro di una necropoli “per poveri”. Soltanto 70 tra i defunti stringono in bocca la “moneta di Caronte”, per pagare al nocchiero infernale il pedaggio verso l’aldilà. I corredi funerari sono rari, presenti in appena una tomba su tre. E comunque si tratta di povere cose: boccaletti in ceramica, lucerne ecc.

Il ritrovamento più prezioso lo indossa lo scheletro di un bambino di 8 anni: è una collana con pendagli in osso e conchiglie, intervallati a pezzi di ambra e un amuleto dedicato alla dea egizia Bes. Una donna ha un paio di orecchini in oro; un’altra porta con sé il suo specchio.

A scavi conclusi il sepolcreto viene interrato e iniziano le ipotesi di studio. Si avanza l’ipotesi che il bancone sabbioso sia il residuo di un’antichissima duna, che si ergeva solitaria, come un isolotto di terraferma negli stagni salini. Qui è possibile che la pietas dei più antichi frequentatori abbia portato occasionali sepolture già in tempo remoto.

Immaginiamo tutt’intorno uno scenario di acque paludose, con zampilli idrotermali e gas sulfurei, alternate a vasche di essiccamento per l’estrazione estensiva del sale. Qua e là si incontrano gli operai delle saline, intenti a raccogliere l’oro bianco in pesanti gerle, che poi trasportano a spalla fino al Tevere, per l’imbarco su chiatte fluviali.

Nell’area le cose cambiano dopo la costruzione dei porti imperiali di Claudio e Traiano, con un processo di profonda trasformazione e popolamento. Arrivano nuovi abitanti: agli operai del sale si aggiungono nuovi uomini di fatica, legati alle operazioni di carico e scarico ai moli. Sono i “saccarii”, cioè facchini portuali in condizione di schiavitù oppure di peregrini, cioè immigrati stranieri in cerca di fortuna.

Questa umanità proletaria del I secolo deve abitare poco distante da Portus, in un insediamento che gli archeologi non hanno ancora trovato, ma non deve trovarsi molto distante dall’odierna tenuta di Malnome. L’antica duna, un po’ per ragioni di antica consuetudine e un po’ per vicinanza e necessità, diventa la loro necropoli.

Il Servizio Antropologico della Soprintendenza, diretto da Paola Catalano, esamina gli scheletri, per confermare attraverso la statistica che si tratti proprio della necropoli dei saccarii. Il 72% dei defunti sono individui maschi, quasi tutti in età da lavoro, cioè sotto i 40 anni. Pochi i bambini, quasi assenti i vecchi. I dati antropometrici evidenziano, impressi nelle ossa, i segni della fatica. Hanno lesioni e schiacciamenti alla colonna vertebrale, dovuti al trasporto di carichi pesanti. E hanno anche fratture lungo gli arti, dovuti ai frequenti incidenti di lavoro: pensiamo a cadute originate dal volume e peso delle gerle, e i conseguenti traumi da schiacciamento. Sì, la duna di Malnome è proprio la necropoli dei saccarii.

In particolare, l’esame radiografico di un cranio rivela aspetti sorprendenti sui caratteri culturali di questa abbrutita comunità di facchini. Ce li comunica il teschio di un uomo tra i 30 e i 35 anni, i cui lineamenti delineano una smorfia enigmatica, con la bocca serrata a denti stretti, e la dentatura mancante dei due incisivi.

L’uomo è affetto da una rarissima malformazione congenita, la signazia. Al giorno d’oggi i casi si possono contare sulle dita di una mano. Il nostro uomo è nato con mandibola e tempia saldate insieme, da entrambi i lati, ed è privo dell’articolazione temporo-mandibolare. Non ha mai potuto parlare, se non a suoni gutturali, né sorridere, neppure masticare o ingerire cibo solido.

La mancanza dei due denti incisivi rivela un gesto di pietà. Qualcuno, fin dall’infanzia, deve avergli strappato via quei due denti, per permettere all’uomo senza sorriso di alimentarsi con cibi semiliquidi, di articolare qualche suono, respirare più comodamente: svolgere insomma una vita minimamente dignitosa.

La comunità ha così assicurato la sopravvivenza ad un individuo che altrimenti sarebbe stato destinato a morte certa, per soffocamento o inedia. Scrive il soprintendente Angelo Bottini: “Gli antichi non hanno simpatia per le anomalie”. Il pater familias può infatti lasciar morire un bambino nato deforme. “Qui, invece, assistiamo a una comunità povera, che si dà da fare per salvare la vita a una persona, strappandogli via addirittura i denti, per permettergli di respirare e mangiare. Questo contraddice la mentalità di quel periodo di sentire le anomalie come un elemento negativo”. Un volontario gesto di anticonformismo, e di umanità.

Le indagini sul circondario di Portus proseguono e ci portano a parlare di altri scavi.

Spostiamoci in località Fosso Pisciarello (a ridosso del ponte dell’A91 sul Rio Galeria) e raccontiamo un’altra indagine svolta a più riprese, a partire dal 1996. È in corso la costruzione del Metanodotto Italgas e viene aperta una trincea esplorativa, profonda 2,30 metri sotto il piano di campagna. La trincea intercetta un tratto di strutture murarie lunghe 14 metri, che alternano grandi mattoni di opus latericium con più piccoli rombi di opus reticolatum. A distanze regolari di 3 metri vi sono dei piloni di sostegno.

Gli studiosi Maria Rosaria Russo e Alessandro La Porta, chiamati ad interpretarle, le riconoscono come parte di un acquedotto, finora sconosciuto.

Può sembrare un’anomalia la presenza di un acquedotto in una zona dove ovunque affiorano sorgive e rigagnoli, che terminano i loro brevissimi corsi in dispersione nel terreno permeabile o laghetti stagionali. Basti pensare, ancora oggi, allo spettacolo dei raduni intorno alle pozze dei grandi stormi migratori del Mediterraneo: aironi cinerini, guardabuoi e garzette, o persino fenicotteri rosa e cicogne.

Tuttavia, queste abbondanti risorse idriche non sono potabili: hanno elevate concentrazioni saline per la presenza di acqua marina infiltrata in falda, e una certa tossicità per la presenza di zolfo e anidride carbonica per i residui di termalismo.

Il saggio imperatore Claudio, quando alla metà del I secolo pianifica il nuovo porto commerciale, lo dota anche di un modesto ma funzionale acquedotto di servizio – con strutture esili, di scarsa elevazione e prive di monumentalità –, ma in grado di assolvere al compito di portare agli impianti portuali un piccolo ma costante afflusso idrico.

Un secondo scavo si svolge nel 1998 e un terzo scavo, estensivo, si svolge nel 2005. Il tratto iniziale di 14 metri viene ampliato, fino a raggiungere i 100 metri. A Nord, oltre l’A91, viene invece portato alla luce un nuovo tratto, lungo 200 metri.

La nuova indagine permette agli archeologi di ipotizzare il tracciato dell’acquedotto. La sorgente deve trovarsi non molto lontano, nel bancone arenario che precede Ponte Galeria, per poi raggiungere in rettilineo, con andamento NE-SO (inclinato di 30° rispetto all’autostrada) la piana alluvionale del Tevere all’attuale Fiera di Roma, e di lì assecondare il corso del fiume fino a Portus.

L’acquedotto ha avuto una vita piuttosto lunga, anche se travagliata. I primi restauri avvengono già al tempo di Traiano, a inizio II secolo, attraverso tamponature di riempimento tra un pilone e l’altro. Al tempo di Adriano (metà del II secolo) c’è un nuovo consolidamento, con la costruzione di robusti contrafforti. Nel III-IV secolo avvengono significativi crolli, cui corrispondono ricostruzioni con grandi laterizi bipedali (mattoni quadrati di due piedi di lato, cioè 59 cm), tenuti fermi da pilastri in conglomerato cementizio. Le fasi finali di utilizzo, nel V secolo, sono attestate dal ritrovamento di due due tombe ad inumazione, rinvenute in una nicchia di un contrafforte.

Un nuovo scavo si è svolto nel 2012, in occasione del posizionamento di un ripetitore Vodafone. La trincea preventiva, profonda 3 metri e mezzo, ha intercettato un terzo tratto di acquedotto.

Da questo scavo sono emerse soprattutto informazioni sui restauri tardo antichi e alcuni rilievi metrici. Le fondazioni, in muratura a sacco con tufo e malta, affondano nel terreno fino a quota 1,89 metri sul livello del mare. Le strutture superficiali iniziano a quota 2,37, mentre le porzioni di alzato conservate non superano l’altezza di 3,18.

A quota 4,20 gli archeologi hanno riconosciuto il deposito argilloso della grande inondazione del XVI secolo, che deve aver portato alla obliterazione, cioè alla perdita di memoria, dell’esistenza dell’Acquedotto Portuense.

Nel 2017 la Soprintendenza di Roma ha elaborato uno studio complessivo sull’Acquedotto, a cura di Carmelina Ariosto. Un’altra porzione di acquedotto è stata riconosciuta alla Nuova Fiera di Roma, in via Diesel, mentre all’incrocio tra via di Ponte Galeria e via della Pisana è stata individuata una conduttura idraulica, forse una diramazione di servizio.


(aggiornato il 23 Agosto 2021)