In che modo il testo dell’HAMLET può diventare un libro segreto, farsi mappa del mondo e interpretare le cose del tempo attuale? Il testo si trasforma in azione scenica ed allora un foglio strappato dal copione diventa la carta d’identità, il permesso di soggiorno, una ricetta medica, l’ultima lettera alla madre, un fuoco nella notte, la tomba sulla sabbia.

HAMLET come traccia, segnale di orientamento fra uomo e dio, fra bene e male, fra terra e mare, fra castello e deserto, fra vendetta e giustizia, fra cristiano e musulmano, fra oriente e occidente, fra pace e guerra, fra locale e straniero, fra Amleto e Ofelia.

Questo laboratorio dedicato poeticamente alla figura dell’AMLETO scespiriano, intende proprio ravvicinare i corpi degli attori in scena, farne strumenti di incontro e di indagine del contemporaneo in un progetto di composizione scenica che attraverso la finzione vuole sperimentare nuove possibilità di salute. Poiché il senso dell’arte, anche quando contraddice, è proprio quello della salus.

Il nostro campo di indagine scenica mette in prova un’idea di teatro poetico, non discorsivo dunque, un teatro che possa formarsi e formare in uno spazio altro – minore ma non minoritario – e che deve rigenerarsi rispetto alle attuali forme di conoscenza e comunicazione.

Ho lavorato col teatro in Libano più volte, in Giordania, in Palestina, in Iran, nelle zone di guerra con le persone che fuggono dalle bombe e dalla fame, mettendo assieme ragazzi, donne, bambini in fuga e attori con lingue e abitudini diverse. Tutti assieme intorno ad un tavolo per mangiare o bere, tutti intorno ad una traccia per fare teatro, in un campo all’aperto in mezzo alle tende o in uno scantinato rifugio antiaereo o ancora in un antico hammam trasformato in una fascinosa sala teatrale.  Per quanto mi riguarda, niente a che vedere col sociale o il pedagogico, io lavoro col teatro per puro divertimento estetico, la finzione che serve a conoscere, qualcosa che possiamo chiamare buona salute, nei teatri ufficiali, nei centri in Italia per i rifugiati, negli stanzoni della periferia romana come nelle tende che ospitano i fuggiaschi nelle zone di guerra. HAMLET allora è un campetto di terra battuta, un pezzo di pane, una tazza di tè, un gioco aperto che ci riguarda tutti, fuggiaschi,stranieri, attori. Ma se uandQuanil teatro diventa una fortezza intellettuale, un testo tomba, un intervento umanitario, allora non funziona. “No – mi dicono sorridendo i giovani africani o i bambini siriani – no Hamlet, please”.

 

No Hamlet please, dedicato a Fatim Jawara; da William Shakespeare. Uno spettacolo di Riccardo Vannuccini, con i richiedenti asilo della Refugee Theatre Company Lamin Njie, Yaya Jallow, Yeli Camara, Lucky Emmanuel, Joseph Eyube, con gli attori della Scuola di Teatro e Perfezionamento Professionale del Teatro di Roma Maria Teresa Campus, Vincenzo D’amato, Stefano Guerrieri, Chiara Lombardo, Caterina Marino e con Eva Grieco, Lars Röhm, Capucine Ferry. Testi da William Shakespeare, Franz Kafka, Ingeborg Bachmann, Walter Benjamin, Colette Thomas, Patrizia Vicinelli. Scene, costumi, luci Yoko Hakiko, colonna sonora Rocco Cucovaz, musiche Simeon Ten Holt, Underground Youth, Warren Ellis, Carla Bruni, Nick Cave.

Orari spettacolo: 7 dicembre ore 21, 8 – 9 – 10 dicembre ore 19, 11 dicembre ore 21. Durata 70’.

Produzione Artestudio nell’ambito del progetto Teatro in Fuga, in collaborazione con Teatro di Roma Refugee Theatre Company Cane Pezzato.

SOURCERiccardo Vannuccini per Teatro di Roma
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Teatro. Teatro. E ancora Teatro. Vivrei di solo teatro.