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Siamo a Vigna Gioacchini, al 4° km della Portuense, cancello n. 161. È il 18 febbraio 1910 e sul posto ci sono gli archeologi della Soprintendenza di Roma che registrano una nuova scoperta, un’antichità romana lunga m 11,40 e larga 8,50:

A circa 300 m dalla via vi è un avanzo di un monumento in muratura, a fine cortina con cordone di travertino, [cui venne] addossato il fabbricato moderno di proprietà del sig. Gioacchini Cesare. [Trovato inoltre] parte di un cippo sepolcrale pagano con solo due righe [e un] angolo di travertino mal conservato, forse appartenente al detto monumento.

L’edificio sino ad allora, oltre che alla Soprintendenza, era sfuggito anche ai due grandi indagatori della Campagna romana – Antonio Nibby e Giuseppe Tomassetti –, perché le sue strutture in opus latericium a mattoni fini erano state inglobate in un casale ottocentesco, Casal Gioacchini, manutenuto dal proprietario con così gran cura da sembrare recente.

Nello stesso giorno gli archeologi visitano anche Casa Dazi, una casetta colonica posta nel terreno accanto, al cancello n. 160. Ma questa seconda ispezione è deludente e rivela solo qualche frammento di marmo: parte di un sarcofago strigilato e una testa di filosofo, di buona fattura ma danneggiata. Fin qui niente di eclatante, e la notizia di ritrovamento finisce archiviata a pag. 2471 dell’Annuario 1910 della Soprintendenza. Il caso è chiuso.

Passa mezzo secolo e arriviamo al 1962, quando al km 4 della Portuense si pianifica l’edificazione intensiva del PDZ59 Colli portuensi Sud. L’urbanizzazione si realizza e travolge le vigne con una colata di cemento: da quel momento in poi del nostro monumento si perdono le tracce.

A darci oggi l’opportunità di riesaminare questo «caso di scomparsa» è la lettura della bella tesi di laurea di Paolo Imperatori, uno studente di topografia antica alla Sapienza, che nel 2003 setacciò l’Archivio di Stato alla ricerca di nuovi documenti. Fra le tante carte, gli passò tra le mani anche il foglio n. 6839 del Fondo Gatti, intitolato «Rapporto del prof. Benedetto Maioletti su importanti avanzi di strutture romane», che nel 2019 abbiamo avuto modo di leggere.

Il Rapporto Maioletti è datato 2 febbraio 1910, cioè due settimane prima che sul posto arrivasse la Soprintendenza per i rilievi ufficiali. Maioletti era dunque uno che aveva le dritte giuste, ma chi sia il Professore non è dato sapere: è sicuramente un erudito conoscitore di antichità romane, che però sul campo sembra operare coi modi sbrigativi di un poliziotto d’altri tempi: incalza in serrati interrogatori i proprietari dei terreni e i loro contadini, e formula ipotesi investigative con grande libertà d’azione, svincolato dalla tradizionale cautela delle soprintendenze. Come la Soprintendenza, stese anche lui un rapporto, un rapporto incredibilmente accurato, al punto di permetterci oggi di riaprire il cold case.

Maioletti era anche un buon disegnatore. Ci ha lasciato una mappa in cui colloca il Cimitero della Parrocchietta e la «gobba» della Portuense e, rispetto alla strada, pone i due casali sul lato sinistro (Casa Dazi più piccola a ciglio-strada e Casal Gioacchini più grande e arretrato), con in mezzo un manufatto che chiama «terrapieno». Maioletti disegna anche una sezione altimetrica del vallone oggi percorso da viale Isacco Newton e mette Casal Gioacchini appena più in alto di Casa Dazi, nel tratto calante della Portuense dopo l’attuale largo la Loggia e prima della brusca discesa per la Parrocchietta. Maioletti aggiunge anche che l’area ricade «entro la zona militare del Forte Portuense»: si tratta di una fascia di terreno volutamente lasciata libera da nuove costruzioni, per permettere alle artiglierie del Forte di battere a fuoco la Portuense in caso di eventi bellici. Questa informazione permette di circoscrivere un’area triangolare compresa tra le linee di tiro e la gobba della Portuense che, sovrapposta alla mappa militare IGM del 1948, permette di riconoscere abbastanza facilmente le sagome dei due casali. Sovrapponendo poi la mappa IGM con l’edificato moderno arriviamo a collocare il monumento presso l’attuale via Santorre di Santarosa, nel punto in cui la strada fa una curva.

Diversamente della Soprintendenza, che non fa ipotesi, Maioletti per il nostro monumento ipotizza un uso funerario, riconoscendo nelle strutture la tipologia costruttiva «consimile [al] tempio al dio Rediculus presso l’Appia e le tombe sulla Via Latina». Questo tipo non comune di tomba – detto «sepolcro a tempietto» – andava in voga nella Roma imperiale tra la metà I sec. d.C. e la metà del II. Era caratterizzato all’esterno dalla forma greca di un tempio prostilo, preceduto cioè da un timpano triangolare sorretto da colonne. All’interno era suddiviso verticalmente in due parti, separate da un solaio: al piano inferiore c’era la camera funeraria; sopra c’era la sala per l’agape, i banchetti in onore dei defunti. Inoltre la forma a tempietto era a volte scelta per i «cenotafi», cioè dei monumenti sepolcrali eretti per ricordare un defunto sepolto altrove: in questi casi la camera funeraria non ospitava il corpo del defunto ma la sua discendenza o il suo entourage, oppure non conteneva nulla, come ricorda la parola greca kenotaphion (da τάφος | taphos e κενός | kenos: tomba vuota). A Roma si conservano oggi molti sepolcri a tempietto, dei quali tra gli esempi più noti si ricordano il c.d. Tempio di Redicolo sull’Appia (Cenotafio di Annia Regilla) e la c.d. Sedia del Diavolo sulla Nomentana. Ma, senza andare così lontano, anche la chiesina di Santa Passera alla Magliana si insedia su un sepolcro pagano dalla forma simile: camera sepolcrale sotto e sala dei banchetti sopra.

La Soprintendenza stimò per il monumento rettangolare della Portuense una superficie di 96 m2 (8,5 × 11,4 m). Maioletti concorda però solo sulla misura del lato corto: quello lungo doveva poteva misurare di più, anche 14 o 16 m compresa la facciata andata persa. Maioletti annota che i tre muri visibili hanno un’elevazione di 6,5 m fuori terra e sono ornati «da una grande gola in pietra da taglio», cioè un cordone di travertino a fare da marcapiano. Maioletti individua anche un grande pilastro centrale (cm 120 × 70) e altri mezzi pilastri addossati al perimetro: questo impianto di norma sorregge delle volte ad arco, che sono andate perdute ma dovevano esserci state.

Nella vicina Casa Dazi Maioletti scopre altri dettagli importanti: un rocchio di colonna scanalata (forse parte della facciata?), lastre di pietra e avanzi di trabeazione. Maioletti vuole vederci chiaro sul motivo di così tanti reperti in casa di Dazi e fa convocare un contadino al suo servizio, per interrogarlo. Messo sotto torchio, il coltivatore rivela l’esistenza di un tunnel che collega i due edifici, dove si conservano altre antichità:

Incalzando di domande il colono, potei penetrare in una galleria sotterranea, che percorsi per parecchi metri, trovandola [infine] ostruita da terrapieno […]. Oltre alle forme varie di costruzione in laterizio e materiale misto di laterizio e pietra tufacea, scorsi nel cervello della volta alcune anfore infrante.

A quel punto Maioletti passa a interrogare Cesare Gioacchini, scoprendo che Gioacchini un tempo era proprietario anche della casetta colonica, che solo di recente aveva venduto a Dazi. Ma finché il proprietario era lui – garantisce Gioacchini – «nessuno mai fece ricerche». Ma Gioacchini mente, e Maioletti lo sa. Il Professore ha modi che sanno essere convincenti, e alla fine Gioacchini cede e ammette: «Piantando viti, tra le due costruzioni, rinvenne alla profondità di m 1,50 non solo il vuoto della galleria, ma avanzi di pavimento a mosaico, che si affrettò a ricoprire». Le maniere di Maioletti non erano insomma molto ortodosse per un archeologo, ma il Professore ci sapeva fare.

L’idea che ci siamo fatti, a oltre un secolo di distanza, è che Maioletti non fosse lì per un interesse scientifico, ma per condurre un’indagine di polizia. Maioletti aveva margini di manovra che la Soprintendenza non aveva: poteva fare interrogatori, mettere le versioni dei testimoni a confronto, elaborare ipotesi sul tipo di reperti rinvenuti e in ultima analisi aveva anche l’autorità per andarli a cercare, fin dentro i nascondigli sottoterra. Il Professore era probabilmente, per dirla con parole di oggi, un agente sotto copertura.

Chiuso l’aspetto poliziesco della vicenda, per archiviare definitivamente il caso rimane solo da capire a chi fosse intitolato il sepolcro. Per Maioletti è abbastanza facile individuare l’altare sepolcrale contenente l’epigrafe «Diis Manibus / Fabiæ Helpidis»: agli dèi dell’Oltretomba, per Fabia Helpis. Peraltro l’altare è frammentario e l’epigrafe è incompleta: Helpis è solo il primo nome, di nomi potevano essercene altri. Helpis è anche un nome straniero, e Maioletti dovette necessariamente fermarsi lì: non aveva probabilmente a disposizione gli indici del CIL (il corpus delle iscrizioni latine da tutte le provincie dell’Impero), o semplicemente lasciò questa ricerca alla Soprintendenza.

Abbiamo provato oggi a cercare Fabia Helpis, con pochi clic sulle banche-dati epigrafiche: il suo nome in effetti ci porta lontano, nella provincia della Gallia Narbonense (Francia meridionale). La sua stele memoriale (CIL XII, 3250 e 3935) si trova al museo di Nîmes:

D(iis) M(anibus) / IIIIII VIRI AVG(usti)  Q(uincti) MAGII ZOSIMI / ET POMPEIÆ ACERRONIÆ UXORIS / ET FABIÆ HELPIDIS / EPITYNCHANVS LIB(ertus) ET HERES — Agli dei dell’Oltretomba, per Quinto Magio Zosimo membro del Collegio dei Giochi augustei, per la moglie Pompeia Acerronia e per Fabia Helpis. Epitìncano, liberto ed erede, pose.

Non conosciamo le relazioni tra Fabia Helpis e gli altri due defunti evocati con lei: il liberto Zosimo che da schiavo si era fatto strada fino a diventare un magistrato e sua moglie Acerronia. Né sappiamo neppure perché Fabia Helpis nominò suo erede lo schiavo Epitìncano, a cui rese la libertà. Scoprirlo richiederebbe un’altra indagine, che ci porterebbe troppo lontano. Tra tutti, il nome di Acerronia è però sicuramente quello che evoca le suggestioni più profonde. Una celebre Acerronia (ma è quasi sicuramente una omonimia) era infatti la governante di Agrippina, morta senza tomba e assassinata in mare da sicari di Nerone: Nerone a quel tempo si stava dando da fare per eliminare la madre Agrippina, e l’eroica Acerronia disse ai sicari che Agrippina era lei, sostituendola nel tragico destino.

Siamo quindi tornati al km 4 della Portuense, alla curva di via Santorre di Santarosa, e del tempietto di Fabia Helpis non rimane oggi nulla di visibile. L’edificazione intensiva deve aver demolito il moderno Casal Gioacchini, tirando giù con esso anche le sue memorie più antiche. Di queste memorie abbiamo potuto recuperare solo una piccola parte, ma forse la più importante: il nome della persona a cui erano intitolate. Il caso adesso può dirsi chiuso.