Abbiamo lasciato il 19enne Peppino Testa l’8 settembre 1943, mentre sale su un camion dei Granatieri di Sardegna. Che fine ha fatto?

I giorni che seguono sono convulsi: già l’indomani Peppino partecipa agli scontri armati di Monterotondo, dove viene arrestato. Riesce a liberarsi, si dà alla macchia. Poco dopo lo ritroviamo a Morrea, il suo paese d’origine.

Morrea è una fortezza medievale, traballante e senz’acqua, arroccata sui monti Ernici. La strada carrabile più vicina, la Statale del Liri, dista sei chilometri. I tedeschi, considerando Morrea disabitata, tralasciano di occuparla.

A Morrea invece ci sono 450 montanari, cui si aggiungono ben presto alcuni militari indiani dell’VIII Armata inglese, evasi dal campo di prigionia di Avezzano. Il parroco don Savino Orsini li accoglie con benevolenza, aiutato dal paesano Ugo Antonio Gemmiti. Poco alla volta arrivano altri militari di ogni nazionalità, tra i quali il sergente dell’Aviazione italiana Pietro Casalvieri. Don Savino è consapevole del rischio cui espone se stesso e i suoi compaesani. Ma sa che Morrea è un’isola, con attorno un’umanità allo sbando incalzata da feroci aguzzini.

Il 22 settembre il prete chiama in canonica Giuseppe Testa, con Gemmiti e Casalvieri. I quattro fanno un giuramento solenne, “per la vita e per la morte”, con cui si impegnano a proteggere i profughi che chiederanno asilo.

Da quel momento Morrea diventa un “territorio libero” e lo rimarrà per 258 giorni, fino al 6 giugno 1944. Nel 2012 la studiosa Nunzia Augeri ha incluso Morrea nel novero delle “repubbliche partigiane”.

Nel territorio libero di Morrea ognuno ha compiti precisi: don Savino presiede il CLN (Comitato di Liberazione nazionale) e gestisce l’arsenale, nascosto in canonica. Testa è il comandante militare, con il grado di capodistaccamento della Brigata partigiana “Marsica”. Gemmiti e Casalvieri si occupano di sfamare e nascondere i fuggitivi nelle case. I montanari di Morrea fanno il resto: nessuno si tira indietro. Il 28 settembre ai quattro si aggiunge il militare Douglas Dutton, come ufficiale di collegamento con le forze anglo-americane attestate oltre la Linea Gustav.

Segue un inverno gelido. Per vettovagliare Morrea don Savino organizza lunghi convogli a piedi verso i paesi vicini, nella fitta coltre di neve. I tedeschi già sospettano.

Tanto più che tra i rifugiati si è annidata una spia, un medico di nome Giovanni. Giovanni è un uomo misterioso, coltissimo, che parla indifferentemente in tedesco, italiano e inglese.

In primavera la situazione precipita. Manca il cibo, il numero dei malati cresce. E il medico Giovanni è sparito. Si scopre che è sceso a valle per denunciare l’intero paese. Giungono voci preoccupanti: “Morrea partigiana, Morrea socialista. Morrea kaputt!”.

Dal pomeriggio del 20 marzo 1944 cinque compagnie tedesche si arrampicano a piedi verso Morrea. All’alba gli spari e i rastrellamenti. Nella piazza del paese ricompare Giovanni, con indosso la camicia nera. Dutton fa appena in tempo a calarsi in un pozzo; gli altri quattro del CLN invece vengono arrestati.

Seguono interrogatori durissimi. Testa ne esce con un braccio spezzato. Don Savino, Gemmiti e Casalvieri alla fine vengono rilasciati, mentre per Testa invece inizia il calvario.

Viene trasferito a Sora (Frosinone), dove subisce 50 giorni di interrogatori. Peppino non parla, tiene duro: sente in lontananza i cannoni della V Armata; sa che lo sfondamento della Linea Gustav è questione di giorni.

E invece per Testa arriva prima la condanna a morte. L’abate Crescenzo Forte porta a Peppino i conforti religiosi. “Se Dio vuole la mia fine, sia fatta la sua volontà”, dice il ragazzino del Trullo. “Voglio andare alla morte da vero cristiano e da vero italiano”. La fucilazione avviene l’11 maggio 1944, al mattino.

Alle 23 di quello stesso giorno le armate anglo-americane rompono la Linea Gustav sul fronte di Cassino. Iniziano a liberare i primi paesi, l’avanzata è inarrestabile.

Gli americani raggiungono Morrea il 6 giugno. Quel giorno don Savino scioglie il CLN e racconta questa storia in un verbale: “Abbiamo assistito 3100 prigionieri alleati e 2700 italiani”, vi si legge. 5800 salvataggi in tutto, compiuti da appena 450 montanari: ogni montanaro ha tratto in salvo dodici sconosciuti. Il borgo di Morrea ne riceverà un encomio militare.

A Morrea arriva anche l’abate Forte, che consegna a Innocenzo Testa le ultime lettere del figlio Peppino. Alla madre Peppino scrive: “Non preoccuparti per me. Io vado con coraggio alla morte”. Ad Agostino Marrucchi, il suo insegnante del Quintino Sella, Peppino scrive: “Caro Professore, il destino ha segnato per me la fine. Io sono sempre forte, come sono forti sempre le mie idee. Spero che il mio sacrificio valga per coloro che hanno lottato e che un giorno possa essere il vanto e la gloria della mia famiglia, del mio paese e degli amici miei. Voi che mi conoscete potete ripetere che il mio carattere si spezza ma non si piega!”. Conclude così:

Muoia tutto, viva la nostra Italia. Gli alleati adesso dilagano: Monti Lepini, Colli Albani, in lontananza si vede già Roma.

Al Trullo nessuno sa ancora del sacrificio di Peppino, ma si percepisce che la guerra ormai è giunta a un punto di svolta. Ricorda Venditti: “Di notte si sente distintamente il cupo rombo del cannone e i continui martellanti bombardamenti”.

La Liberazione è a un passo. L’euforia già profuma l’aria.