La storia della banda della Magliana si conclude il 3 ottobre 1995. È il giorno d’avvio del maxi-processo seguito all’operazione Colosseo. Per contenere i 69 imputati è stato necessario requisire la palestra olimpionica del Foro italico, trasformata in aula bunker. La lista delle accuse è infinita ― omicidi, narcotraffico, estorsioni, rapine, riciclaggio ― ma tra tutte la corte d’assise presieduta dal giudice Francesco Amato è chiamata ad appurarne una particolarmente delicata: il sodalizio della Magliana è una “associazione a delinquere di stampo mafìoso”?

A differenza della mafia siciliana infatti, la banda romana è un fenomeno sostanzialmente anarchico, senza una gerarchia piramidale o una cupola, con assetti interni perennemente contendibili. La banda non assomiglia affatto alla mafia siciliana. Però ha ugualmente conseguito, attraverso altre strade, il controllo violento del territorio. Nella requisitoria del giugno 1996 il pm Andrea De Ga speris chiede quasi cinquecento anni di carcere e sei ergastoli.

La sentenza, 23 luglio, è storica: la mafia romana esiste. I pentiti ottengono condanne attenuate dai benefici di legge: Abbatino dodici anni, Vittorio Carnovale dieci anni, Mancini un anno, Fabiola Moretti dieci mesi. Per gli altri le pene sono pesantissime: ergastolo per Colafigli, due ergastoli per Paradisi, quattro per Per nasetti. Mastropietro e Danesi rispettivamente 30 e 25 anni; Carminati dieci anni, Nicoletti e Piconi sei anni.


(aggiornato il 11 Luglio 2021)


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