Di fattacci la Magliana è piena, sono sotto gli occhi. Le speranze invece, quelle bisogna andarsele a cercare. La parola “fattacci” l’ha inventa uno scrittore che alla Magliana è di casa, Vincenzo Cerami (1940-2013), per indicare i fatti brutti di una Roma maledetta e senza redenzione. Sono storie senza lieto fine, che si sapeva già che finivano così.

Uno di questi fattacci si scopre la mattina del 19 febbraio 1988, in una discarica su via Enrico Cruciani-Alibrandi. Viene ritrovato il corpo semicarbonizzato del pugile dilettante Giancarlo Ricci, 25 anni. Il corpo presenta numerose mutila zioni da taglio e un’apertura della scatola cranica.

Si pensa a un regolamento di conti. Ma Cerami, tra i primi ad arrivare sul posto, lo dice subito: qui la banda non c’entra. La banda non uccide alla Magliana e non ha bisogno di infierire sui corpi. Questo delitto invece trasuda una rabbia furiosa.

Un amico della vittima, l’ultimo che lo abbia visto in vita, dice ai poliziotti che il giorno prima ha accompagnato il pugile in una toletta per cani.

Il capo della squadra mobile Rino Monaco (1942-2018) ci va di persona. Il titolare è lì e sembra quasi che lo stia aspettando. È ansioso di dichiararsi reo confesso. Gli dice subito di non essere pentito e che anzi lo farebbe di nuovo.

Il tolettatore si chiama Pietro De Negri, 31 anni, detto er Canaro, con quella spietata attitudine romana di sintetizzare una vita intera in una parola. È di bassa statura, esile. È sposato, ha una figlia e conduce una vita quasi regolare. Quasi regolare perché De Negri qualche macchia ce l’ha: ha conosciuto il carce re, si è fatto di cocaina. La droga, racconta, gliela fornisce il pugile Ricci. La loro frequentazione è assidua, ma tutt’altro che amichevole. Se non ha i soldi per pagare, il pugile lo massacra di botte. Una volta lo ha malmenato davanti alla figlia; un’altra ha tramortito a calci il suo cane. Er Canaro prosegue il racconto. Rivanga il passato. La rapina che lo ha portato a Regina Cœli l’ha fatta insieme a Ricci. Quando De Negri è stato arrestato, si è cucito la bocca e non ha rivelato il nome del complice. Quando ne è uscito e ha reclamato la sua parte di bottino, il pugile gli ha dato altre botte.

Le vessazioni colmano il vaso: “Mi insultava, mi sfotteva. Mi ha rubato la radio stereofonica e per ridarmela mi ha scucito 200 sacchi”. Ovvero duecentomila lire, 220 euro di oggi. La vendetta, prima di metterla in atto, il Canaro la consu ma con la mente mille e mille volte: una per ogni angheria subita.

Poi arriva il giorno che il Canaro dice basta.

Chiede al pugile di nascondersi dentro una gabbia per cani di grossa taglia, perché sta aspettando l’arrivo di un rappresentante; al momento opportuno ne uscirà e lo rapineranno insieme. Ricci ci casca, entra nella gabbia e subito dopo De Negri fa scivolare il chiavistello.

Il pugile è in trappola. Sono le tre del pomeriggio. Er Canaro alza lo stereo al massimo. La vendetta incomincia.

Getta della benzina sul corpo di Ricci, poi gli lancia addosso dei cerini accesi. Gli assesta alcuni colpi di bastone, fino a stordirlo e renderlo inerme. Lo trascina fuori dalla gabbia, lo lega al tavolo da tolettatura. Afferra le tronchesi e incomincia a mutilarne il corpo. Gli asporta le due dita indici, poi anche i pollici. Cauterizza a fuoco le ferite: non vuole che il dissanguamento faccia finire la vendetta troppo presto. Ricci deve vivere, per vedersi lentamente morire.

È già passata un’ora. Er Canaro taglia il naso della vittima, poi parte delle orecchie per “far rassomigliare la sua faccia a quella di un cane”. “Gli ho tagliato le orecchie come i dobermann”, racconterà delirante. De Negri afferra le dita mutilate, le conficca una ad una negli orifizi della vittima.

Ancora altre amputazioni: lingua e genitali. A colpi di chiave inglese gli fracassa i denti. “L’ho soffocato, mettendogli dentro tutto”. Ma “quell’infame non muore mai. Continua a respirare”.

Ricci è ormai solo minimamente cosciente. De Negri afferra una sega chirurgica e incomincia ad aprirgli la scatola cranica. Quando affiora la materia celebrale, vi versa sopra del detergente da tolettatura. Gli fa “lo shampoo al cervello”, per lavare via dalla sua testa tutto il male che contiene.

Ricci è morto. La tortura è durata sette ore.

Er Canaro getta il cadavere in una discarica, abbandonandolo “tra i rifiuti, dove si merita”. Infine, la purificazione con il fuoco. Il rituale di morte è compiuto.

Nessuno alla Magliana sarà in grado di dimenticare quel delitto, così carico di considerazioni sconvolgenti. Le parti si sono invertite: la vittima si è fatta carnefice, ha restituito al suo aguzzino le sofferenze inferte moltiplicandole per cento. Il quartiere per lo più prende le parti di De Negri. Sui muri compaiono delle scritte: “Viva il Canaro”, “Canaro sei tutti noi”.

I giornali si tuffano sul caso. Riportano dettagli agghiaccianti, intervistano chiunque e semplificano tutto per cliché: De Negri è un uomo mite portato all’esasperazione, Ricci se l’è andata a cercare. Dio ci salvi dall’ira dei calmi. Davide contro Golia. De Negri descrive il suo “diabolico gesto” come un atto necessario. “Adesso l’incubo è finito, ho liberato il quartiere da un infame. Alla Magliana stanno tutti festeggiando”. “Con la coscienza sto a posto”.

Sui giornali compaiono però molte stonature. Terrore quotidiano nel Bronx del la Capitale è il titolo enfatico di Repubblica. Troppo enfatico. La Magliana diventa il Bronx, il quartiere-ghetto di New York. E la vicenda individuale del Canaro diventa inseparabile da quella collettiva del quartiere in cui è avvenuta: il Canaro diventa “il Canaro della Magliana”. Le cronache raccontano gli eccessi del quartiere autogestito: dalle case occupate alla droga, alle guerre di bande. Tutto insieme. La Magliana è un ghetto in cui arde una violenza incendiaria. Circoscrivere la ferocia del Canaro dentro i confini del ghetto diventa così quasi rassicurante, liberatorio: la vicenda disumana del Canaro è figlia di un quartiere disumano, quindi non può replicarsi altrove.

Anche le fasi del processo saranno ricche di cronache. La madre della vittima, la signora Vincenzina, lo dice con forza: questa vicenda è più complessa di come raccontata. Ci sarebbero più persone coinvolte. Poi arriva il colpo di scena: l’esame autoptico rivela che il racconto di De Negri è inventato. Il pugile Ricci, appena messo piede nella bottega, sarebbe stato colpito alla testa con furibondi colpi di martello, cui sarebbe seguita un’emorragia celebrale dal decorso rapido e mortale. Tutto nell’arco di minuti, non sette ore. Le mutilazioni sarebbero state inferte post mortem.

Arriva la perizia psichiatrica: De Negri era incapace di intendere e volere, perché sotto l’effetto della cocaina. Poi però una seconda perizia parla di “incapacità parziale”.

Il processo va a sentenza nel giugno 1990: De Negri è condannato a 24 anni.

Er Canaro ha scontato la pena, beneficiando di alcune riduzioni per condotta carceraria irreprensibile. Dal 2005 è un uomo libero. La moglie lo ha ripreso in casa, la figlia lo ha riconosciuto. Ha cambiato mestiere e non abita più alla Magliana. Un giornalista trova il modo di avvicinarlo. Gli chiede di parlare. Ma l’ex-tolettatore lo blocca: “Il conto con la giustizia l’ho pagato. Adesso dimenticatemi”.

Nel 2018 il regista Matteo Garrone ha raccontato la vicenda in un film pluri-premiato: Dogman.