L’anno 1973 si apre con una notizia dirompente: nella falda idrica sotto il quartiere c’è un focolaio di epatite virale. Lo scrivono nero su bianco i periti incaricati a suo tempo dal pretore Cerminara. I periti dicono di più. L’argine sul Tevere non è sicuro e la Magliana può finire sott’acqua da un momento all’altro, come nella tragedia del Vajont (1963). Anzi, l’intero quartiere non avrebbe neppure dovuto sorgere, perché il suo inserimento nel Piano regolatore è frutto di una contraffazione.

Da queste perizie la procura avvia un’inchiesta, che coinvolge 132 persone, con nomi eccellenti tra costruttori e politici comunali. Le ipotesi di reato sono santissime: epidemia colposa, violazione di norme urbanistiche, abuso d’ufficio, interesse privato in atti d’ufficio.

A marzo si presenta un grande dispiegamento di agenti in tenuta antisommossa. Corre voce che stavolta gli sfratti si faranno per davvero, con le buone o con le cattive. Su via della Magliana si alza una barricata. Viene incendiata una catasta di copertoni. La colonna di fumo, acre e densa, è visibile in tutta la città. The Bronx is burninig: la Magliana brucia, come la periferia degradata di New York. Dietro la barricata ci sono facce risolute, pronte allo scontro. Un at timo prima che la situazione degeneri, la tensione si scioglie: il pretore concede una proroga degli sfratti e convoca le parti per una mediazione.

All’incontro, aprile 1973, il comitato di quartiere espone richieste ad ampio spettro. Alcune sono scontate (come il reinterro e le fogne) e altre prevedibili (la riduzione dei fitti). L’ultima richiesta però lascia tutti allibiti: gli inquilini-lavoratori pagheranno il fitto ridotto, chi non lavora invece pagherà quel che può. Prendere o lasciare. Se le richieste saranno respinte, la Magliana continuerà ad autogestirsi.

I costruttori gridano al ricatto, volano parole grosse. E mettono sul piatto una controproposta: vendere agli inquilini le case in cui vivono, a un prezzo strac ciato. Pochi, dannati e subito, purché lascino uscire i costruttori da quella tana di vipere. La controproposta viene votata nel quartiere, con assemblee scala per scala. Viene respinta.

Si arriva alla notte del 9 settembre, la notte delle occupazioni. Viene preso d’assalto un fabbricato su via Pescaglia. La settimana dopo vengono occupati altri due stabili su via Pieve Fosciana.

Un’occupazione eclatante avviene il 27 gennaio 1974. L’assalto non riguarda un fabbricato ma un terreno edificabile su via Cutigliano, dove sta per sorger    . Il terreno viene requisito dal quartiere, per farne un parco pubblico. È il primo “esproprio proletario” alla Magliana. Viene pian tato un albero, montata un’altalena, disegnato un campo di pallone. Viene steso uno striscione: + verde – cemento.

Le condizioni di vita adesso si fanno più dure. C’è stata la Guerra del Kippur tra Israele e Egitto: il prezzo del petrolio è schizzato alle stelle e a cascata le fabbriche hanno cominciato a licenziare. L’inflazione galoppa ed erode i salari. Il quartiere incomincia una nuova mobilitazione: la lotta al caro-vita. Con lo stesso mec canismo dei fitti inizia l’autoriduzione delle bollette elettriche. Il giusto costo dell’energia è fissato al 18% della tariffa di mercato. Quando si presentano gli operai per i distacchi, vengono cacciati via. L’autoriduzione si estende anche alle bollette dell’acqua e del telefono.

Finché la situazione non sfugge di mano e si passa ad assaltare i supermarket. Gli autoriduttori si assembrano minacciosi davanti alle casse e dichiarano “spe- sa proletaria”, pretendendo una decurtazione del 75%. Per chi non può, la spesa è gratis.

Il morale, nel quartiere autogestito, è alle stelle. Per tutta l’estate 1974 si svol ge una manifestazione musicale, il Controfestival Proletario. Nella Woodstock romana sono di casa Francesco De Gregori, Antonello Venditti e Alan Sorrenti. La notte nessuno chiude occhio e si suona anche di giorno, tra i cortili. In quei giorni il fotografo Tano D’Amico regalerà al quartiere scatti indimenticabili.