Risuonano ora i tamburi di guerra: i Romani si mettono in marcia lungo quei 16 chilometri che separano Roma da Veio. Veio è uguale e opposta a Roma: non c’è spazio per entrambe nella valle del Tevere. La macchina della guerra è avviata e sarà un nuovo re, Anco Marzio, a metterla in azione. La leggenda ora si dirada. Mettiamo un piede nella Storia.

Anco Marzio ha un piano. Strappa ai Veienti la piazzaforte del Gianicolo, isolando le saline; poi avanza segretamente a grandi colpi d’ascia nell’oscurità della Silva Mœsia, il fitto “bosco di mezzo” tra il Gianicolo, la Magliana e il mare. Finché non sbuca dall’altra parte del bosco. I suoi occhi si socchiudono sotto i riflessi abbacinanti degli stagni costieri.

Lancia l’assalto. Sorprende la guarnigione etrusca. Le saline sono sue.

Anco Marzio fa dell’oro bianco la sua nuova moneta: salda i debiti statali con mucchietti di sale, paga persino i soldati con un “salario”. I militari alla foce del Tevere si fanno così numerosi che il loro accampamento diventa una piccola città: è Ostia, la prima colonia di Roma.

Il Tevere si trasforma in una via d’acqua veloce e sicura, mentre la via di terra, lo scomodo tratturo degli Epta pagoi, viene sostituito verso la metà del VII secolo a.C. con una vera strada: la Via Campana, progenitrice dell’odierna via della Magliana, che collega il Campus Salinarum (il Campo Salino, da cui prende il nome) con l’odierna Trastevere, attestandosi di fronte all’Isola Tiberina.

Ma Anco Marzio non si ferma lì. Sul sottile filo tra lucidità e follia lancia una sfida agli dei: scavalca il fiume costruendo il Ponte Sublicio e unisce le due sponde, che gli dei hanno naturalmente diviso. Per scongiurarne la vendetta, il re offre loro il maggiore dei sacrifici: immola vittime umane. Sono centinaia. Il rituale del Ponte Sublicio si consuma: le acque del Tevere si tingono di rosso sangue.


(aggiornato il 28 Agosto 2021)