Ci spostiamo adesso più a nord, fino a raggiungere la via Aurelia. Siamo usciti dai confini moderni del nostro territorio, per indagare quella che nel Paleolitico inferiore è l’ampia foce a delta del Tevere preistorico.

Il primo sito preistorico che incontriamo, al km 18 700 dell’Aurelia, è denominato Collina Barbattini, dal nome del paleontologo Attilio Barbattini, che nel corso degli Anni Ottanta indaga per primo il sito.

Barbattini ritrova gli immancabili elefanti palæloxodon, l’uro e l’ippopotamo, diverse varietà di cervidi, il rinoceronte Stephanorhinus Kirchbergensis e il toporagno Microtus arvalis agrestis. Un altro paleontologo, Ernesto Longo, prosegue la campagna riconoscendo anche un cinghiale, un orso, un cavallo selvatico (Equus ferus) e il dente di un leone delle caverne (Panthera spelaea).

Tuttavia, il ritrovamento più importante della Collina Barbattini è un gruppo di cinque pietre scheggiate: di qui sono passati esseri umani. Tre di queste pietre mostrano i segni di un uso prolungato nel tempo: chi le ha impiegate ha avuto bisogno di scheggiarle più volte, per riportarle a filo. I sedimenti sabbiosi in cui sono state rinvenute le scaglie non permettono purtroppo una datazione certa.

E si continua a scavare. Una nuova campagna sul lato nord della collina restituisce un altro giacimento di ossa. Gli studiosi le esaminano: le ossa lunghe presentano i segni della scarnificazione e brutali fratture; quelle ossa sono state fratturate intenzionalmente, per estrarne e consumarne il midollo. Ci troviamo in un sito di macellazione di animali, in uso a una primitiva comunità umana. Impossibile per gli studiosi scoprire altro su quei cacciatori nomadi, passati di lì senza lasciare altri segni.

Si scava ancora, su una scarpata di fonte alla Collina Barbattini, al km 18 900. Ne emerge un secondo sito di macellazione. Emergono anche delle “pietre da lavoro”: un raschietto e due scaglie con segni d’uso, affilate più e più volte. I nostri antenati mangiatori di midollo sono scarnificatori infaticabili.

Al km 19 300 emerge un terzo sito di macellazione, con decine di reperti litici e strumenti appuntiti in osso, amigdale bifacciali e altri strumenti in selce. Questo terzo sito però presenta una differenza rispetto agli altri due: il terreno non è sabbioso ma composto di piroclasti. Si riesce a datarli: siamo tra 404 e 381 mila anni fa, in un orizzonte remotissimo. Gli scarnificatori della Collina Barbattini non sono ancora uomini in senso moderno: sono degli ominidi.

Ci spostiamo ora fino al km 20 000 dell’Aurelia, in un diverso punto del delta del Paleo-Tevere: siamo nel sito paleontologico di Castel di Guido.

Il sito viene scoperto nel 1976 da Renato Mariani. Gli scavi, proseguiti da Ernesto Longo, sono continuati fino al 1991.

Complessivamente l’area ha restituito 5700 reperti ossei di specie faunistiche note: palæoloxodon, ippopotami e rinoceronti, cavalli selvatici, cervidi e bovidi, cinghiali, leoni e bisonti, tutti nell’arco dell’11° periodo interglaciale.

E anche qui, come alla Collina Barbattini, emergono le tracce della macellazione e del consumo del midollo. Anche Castel di Guido è popolata di brutali ominidi scarnificatori.

Una curiosità. Il sito ha attestato anche una nuova presenza faunistica: la tartaruga palustre Emys orbicularis. L’emys è una grande tartaruga corazzata, dal carapace nero a macchie gialle, dita artigliate, collo e coda lunghissimi. La tartaruga Emys, al riparo nel limo dei fondali del Paleo-Tevere, ha attraversato le ere geologiche e vive ancora oggi, seppur minacciata dalla riduzione dell’habitat delle zone umide.

Pare anzi che la tartaruga Emys dalla Magliana non se ne sia mai andata. Le cronache riportano che nel luglio 2018 ne viene recuperato un esemplare fuori dalla stazione di servizio Magliana Sud dell’autostrada Roma-Fiumicino. Gli agenti della Polizia stradale, con una brillante operazione, soccorrono la testuggine ancestrale proprio mentre sta camminando sulla corsia di emergenza, tra le auto in corsa. Viene tratta in salvo appena in tempo.

Da Castel di Guido provengono anche 1200 reperti di industria litica (prevalentemente in selce: amigdale bifacciali, scaglie, raschietti, lame e punte) e 372 utensili in osso, ricavati per lo più dalle ossa lunghe degli elefanti. È un quantitativo notevole: gli ominidi a Castel di Guido devono essere in tanti.

Si procede a una disamina approfondita delle ossa. Finché nel 1979 arriva la scoperta. Mariani e Longo ritrovano resti fossili umani: un femore e un occipitale, classificati provvisoriamente come “pre-neanderthaliani”. Altri studiosi fino al 1996 riescono a portare il numero delle ossa umane fino a sette, finché si arriva all’identificazione. Quelle ossa appartengono a un ominide pitecantropo: un Homo erectus.

Dell’Homo erectus conosciamo oggi molti dei tratti culturali, intermedi tra un primate e un uomo moderno: l’Homo erectus non sa parlare ma può articolare fonemi complessi; è in grado di controllare il fuoco anche se non sa ancora accenderlo. Sa costruire asce e zattere per attraversare i fiumi.

Ci spostiamo adesso in un terzo e ultimo sito paleontologico, proseguendo sull’Aurelia verso la costa, fino a Torre in pietra. Il sito è stato scoperto nel 1954 da Alberto Carlo Blanc e Luigi Cardini, con scavi ripresi fino al 1964.

Rispetto alla Collina Barbattini e Castel di Guido, ci troviamo in un orizzonte cronologico più recente. Il sito di Torre in pietra è datato tra i 355 e i 335 mila anni fa, a cavallo tra i periodi interglaciali 10 e 9.

I ritrovamenti faunistici tuttavia non sono molto diversi: cavalli e cervi, elefanti palæoloxodon, orsi e leoni delle caverne, rinoceronti delle steppe, cinghiali, volpi, conigli e lepri. Ma emergono anche alcune novità, come il lupo (Canis lupus), il ghiro (Glis glis) e il mastodontico cervide Megaloceros giganteus.

Anche qui i ritrovamenti faunistici sono accompagnati da ritrovamenti di industria litica, del contesto culturale acheuleano: amigdale bifacciali e ciottoli di selce scheggiata.

La particolarità del sito è che, a differenza di Tor di Guido, l’industria su osso è praticamente assente e non sono stati trovati segni di macellazione.

Gli ominidi di Torre in pietra sono una comunità pacifica: preferiscono raccogliere bacche e scavare radici. Hanno tratti culturali molto diversi dagli ominidi macellatori di Castel di Guido.