Il racconto alla scoperta della Storia comincia lungo il tracciato extraurbano di via della Magliana, appena fuori da quello che oggi è il Grande Raccordo Anulare, in direzione del mare. Sui due lati della strada accompagna i nostri passi una fitta sequenza di cave di breccia e sabbia. Gli escavatori meccanici creano di volta in volta piccoli avvallamenti – subito infiltrati dall’acqua di falda fino a formare estemporanei laghetti – e cumuli di materiali dal bel colore giallo vivo, ricchi di sali marini che brillano al sole.

L’antica linea di costa pleistocenica arriva sin qui. Possiamo immaginare uno scenario marino di 14.000 anni fa: il territorio in cui sorgono le attuali cittadine di Ostia e Fiumicino si trova una dozzina di chilometri più al largo, in mare aperto, mentre tra la Magliana e Ponte Galeria si estende una laguna costiera dai bassi fondali, con arenili sabbiosi, alte dune modellate dal vento e paludi di acqua salmastra.

Anche il fiume Tevere è molto diverso dal Tevere di oggi. Dopo l’ultima glaciazione – la glaciazione di Würm, durata 65.000 anni – le vette dell’Appennino riversano a valle quantità inimmaginabili di acqua di fusione, che fanno del Paleo-Tevere un largo canyon dalle correnti impetuose, in alcuni punti profondo anche 60 metri.

A bordo del fiume è possibile incontrare le species antiquæ del Pleistocene medio-inferiore, l’ultima fauna preistorica prima dell’affermazione di quella attuale. Si tratta di grandi bestioni, assai simili nell’aspetto agli animali di oggi, ma di dimensioni maggiori.

Tra questi la fa da padrone il megaloceronte (Megaloceros Savini), un cervo gigante alto due metri al garrese e dotato di un maestoso palco di corna ramificate, che raggiunge i tre-quattro metri di ampiezza.

Il megaloceronte condivide gli spazi con un altro cervide più piccolo, il progenitore del moderno daino (Dama nestii eurygonos). Le loro ossa fossili vengono riconosciute nel 1986 da due paleontologi, Carmelo Petronio e Lucia Barbato-Capasso, in una cava della zona: la Cava Alibrandi.

Insieme al megaloceronte incontriamo altri giganti: l’uro (Bos primigenius), antenato dei bovini domestici; l’Elephas antiquus, progenitore dell’elefante asiatico; l’Hippopotamus (ippopotamo di fiume) e l’Equus altidens, un equide arcaico molto più simile a un asino che a un cavallo domestico.

Sotto il pelo dell’acqua fa capolino l’Emys orbicularis, una tartaruga palustre ancora oggi vivente, seppur minacciata dalla riduzione dell’habitat delle zone umide. Una curiosità: la tartaruga Emys – carapace nero a macchie gialle, dita artigliate e lunga coda – dalla Magliana non se n’è mai andata. Ne viene avvistata una nel luglio 2018, dagli agenti della Polizia stradale, che con una brillante operazione la soccorrono fuori dalla stazione di servizio Magliana Sud dell’autostrada Roma-Fiumicino. La rara testuggine sta camminando sulla corsia di emergenza, tra le auto in corsa: viene tratta in salvo appena in tempo.

La presenza di una fauna amante dell’acqua ci conferma, dunque, un clima temperato-caldo, con foreste lussureggianti intervallate da specchi lacustri collegati a corsi d’acqua, oppure stagni fangosi dalle deboli correnti. Qua e là non mancano spazi aperti e praterie dai caratteri di steppa, dove gli equini possono lanciarsi al galoppo.

Tutti questi animali preistorici hanno una caratteristica comune: sono miti erbivori al vertice della catena alimentare, privi di nemici nel mondo animale. Non c’è nulla che li impensierisca.

Ma in comune hanno anche una debolezza: nessuno di loro – tartaruga a parte – sa nuotare. L’impetuoso canyon del Paleo-Tevere costituisce un limite insormontabile. Non deve essere infrequente dunque vedere i mammiferi concentrati in grandi branchi, nel cul de sac tra la costa e la riva destra del fiume. Loro non lo sanno, ma si sono cacciati in un bel guaio: una trappola senza vie d’uscita. È a questo punto infatti che fa ingresso un nuovo predatore, il più temibile di tutti: piccolo, organizzato e prevalentemente carnivoro. È l’Homo Sapiens. La stagione della caccia è aperta.