Lanciamo ancora uno sguardo alla chiesina di Abbas Kyros. Fra IX e X secolo l’edificio cambia ancora d’aspetto. Sul fianco si addossa un fabbricato a doppia elevazione, con la possibile funzione di ostello per i pellegrini. Anche il nome della chiesina si è parzialmente modificato: nella lingua volgare altomedievale Abbas Kyros diventa Appacìro o Papacìro.

È in quel periodo, o forse anche prima, che la chiesa superiore comincia ad abbellirsi con scene di “vite di santi” dipinte a fresco, organizzate per teorie, cioè gruppi omogenei di santi della stessa epoca e della stessa area geografica.

Una piccola porzione di questi affreschi altomedievali riemerge durante i restauri del 1934, nella parete di destra. Si tratta di cinque figure di santi, rappresentati frontalmente su fondale azzurro, secondo l’uso bizantino. Sono vissuti tra il IV e V secolo nel Vicino Oriente. I loro nomi, sia pur rapidamente, meritano di essere citati.

Epifanio Pentaglossis ― “dalle cinque lingue” ― è in grado di predicare in greco, latino, ebraico, siriaco ed egiziano ed è l’autore del Panarion, un pratico manualetto per la caccia agli 80 tipi di eretici allora conosciuti. Giovanni Crisostomo è un oratore facondo (il suo nome significa “dalla bocca d’oro”), autore della controversa opera Contro i Giudei, in cui sostiene la responsabilità collettiva del popolo ebraico per la morte di Gesù.

Basilio è un monaco anacoreta, a cui si deve di aver codificato per iscritto le prime liturgie. Gregorio Nazianzeno ha una singolare vicenda umana: rapito dal severo padre e da questi obbligato con la forza a diventare vescovo di Nazianzo in Cappadocia, si rivelerà un pastore di grande saggezza.

L’ultimo santo è il popolare Nicola (San Nicola di Bari), celebre per il temperamento sanguigno e i miracoli in favore degli indifesi. Nicola è uno strenuo avversario dell’eresia ariana: la leggenda vuole che al termine di un’accesa disputa dialettica con il monaco Ario, constatata l’impossibilità di convincerlo con le parole, lo abbia preso a schiaffoni.