Si apre il conclave. La famiglia fiorentina dei Medici ha comprato per tempo i voti dei cardinali, in favore del trentasettenne Giovanni de’ Medici, figlio di Lorenzo il Magnifico. Tutto si svolge senza intoppi, in appena un giorno.

Qualcuno però obietta che l’elezione non è regolare: Giovanni è troppo giovane per fare il papa e non è un uomo di Chiesa. Anzi, a ben vedere non ha neppure preso i voti. Il problema viene rapidamente risolto: il 15 marzo 1513 Giovanni è ordinato sacerdote, il 17 è consacrato vescovo e il 19 indossa già la tiara pontificia, con il nome di Leone X.

L’aneddoto vuole che il giovane Medici abbia allora esposto ai presenti le linee programmatiche del suo pontificato. Pare che le sue parole siano state queste: “Giacché Dio ci ha dato il papato, godiamocelo!”.

Due mesi dopo, il 20 maggio 1513, Papa Leone incontra la Magliana. L’occasione è una battuta di caccia accompagnato dai cardinali. Sarà l’incontro della vita: Leone si innamorerà della Magliana al punto di non staccarsene mai più. Leone decide di non affidare a nessuno la commenda di Santa Cecilia e stipula con le monache un contratto di affitto a suo nome, per 600 ducati l’anno per l’intera tenuta.

È da allora che Leone, per sei o sette mesi l’anno, da ottobre a maggio, fa armi e bagagli e sposta l’intera corte pontificia alla Magliana. L’umanista Paolo Giovio non riesce a spiegarsi le ragioni di questa predilezione: alla Magliana c’è ovunque “stagni halitu” (letteralmente “fetore di palude”) e “caliginosi aëris intemperie” (canicola), e “tempore infame” (maltempo) un po’ tutto l’anno.

Leone riavvia il cantiere interrotto del Sangallo. In realtà non c’è molto da fare, il grosso è già fatto: la cinta muraria è completa; muri maestri e solai degli edifici sono in piedi. Leone decide che basta così – quel che è fatto è fatto! – e abbandona il progetto di realizzare gli altri edifici programmati. Ringrazia il Sangallo e lo licenzia.

Rimane da fare qualche abbellimento, compito che affida all’architetto Donato Bramante (1444-1514), che lascia il segno alla Magliana con un portico a cinque archi e una parete scenografica con due ordini di nicchiette. Un altro architetto, Giuliano Leni, porta a conclusione le scuderie, esterne al castello.

Leone X Medici può adesso dedicarsi alla sua passione per l’arte venatoria. Assume il capocaccia Domenico Boccamazza e il sorvegliante Giovanni Neroni. La tenuta, riferisce il Boccamazza, abbonda di “caprii et porci” (caprioli e cinghiali) ma la passione di Leone sono i cervi, che cattura inseguendoli a cavallo, nelle piatte distese tra Campo Merlo e Campo Salino.

Nel 1517 la cappellina del Battista viene adornata con l’affresco dell’Eterno Padre benedicente. Da uno strato di nuvole emerge la figura maestosa del Dio-Padre, con lo sguardo benevolo rivolto verso il basso – cioè verso l’umanità – e con la mano destra levata in alto nell’atto di benedirla, rinnovando l’alleanza tra il Padre e i suoi figli.

Nel dipinto c’è un qualcosa di più, di stupefacente e ardito. L’opera è pensata per conquistare la terza dimensione: si trova nella parete curva dell’abside sopra l’altare e avvolge il celebrante, cioè Papa Leone. Il Padreterno, agli occhi di quanti assistono alla messa inginocchiati, pare allungare una mano sulla spalla del pontefice, con confidenzialità.

L’ingegnosa ideazione è di Raffaello Sanzio (1483-1520), come confermato nel 1913 dal ritrovamento del bozzetto.

L’esecuzione invece è condotta da un pittore di bottega, individuato dalla studiosa Fiorella Sricchia-Santoro. Si tratta del modenese Pellegrino Munari, che collabora con Raffaello per un breve periodo, prima di morire di morte violenta. A quel tempo i pittori fanno vite sregolate e sono interamente assorbiti nel compito di superare il proprio maestro e se stessi. Gli schemi ordinati e le tinte tenui della pittura umbra del Perugino paiono già vecchi di secoli. Irrompe l’irruenza plastica della forma in movimento. La profondità del colore acceca lo sguardo.

Più o meno contemporaneamente viene realizzato un secondo affresco, nell’arco opposto all’abside: il Martirio di Santa Cecilia. La santa è sottoposta al supplizio del calidarium, la bollitura in un grande pentolone. Intorno a lei i carnefici brandiscono le teste di altri martiri, infilzate su picche. Il contrasto è fortissimo: Cecilia affronta la morte con pienezza di fede, senza patirne alcun dolore fisico. E anzi “ella in cuor suo cantava”, riporta la tradizione: per questo Cecilia è oggi la patrona della musica.

L’esecutore è sconosciuto. L’impianto invece è ancora una volta di Raffaello. Ce lo dice l’incisore Marco Antonio Raimondi, che, al momento di farne una copia, vi appunta “Raphaël invenit” (da un’idea di Raffaello).


(aggiornato il 25 Luglio 2021)


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