Gli stagni costieri hanno una grande importanza nell’economia di Veio: vengono suddivisi in vasche, per la produzione estensiva del sale. Il prezioso “oro bianco” viene poi instradato verso l’entroterra, a bordo di chiatte fluviali, trainate a riva da coppie di buoi. Il passaggio dei bovini genera nel tempo un tratturo, che segue passo passo l’andamento del Tevere, con i suoi sinuosi meandri: è la via del sale.

Questa percorrenza è presidiata da sette piccoli avamposti fortificati, posti a distanze regolari. I naviganti greci ci tramandano il loro nome: Eπτά πάγοι (Epta pagoi), i Sette pagi. Ognuno di essi è difeso da una guarnigione armata fino ai denti e si presenta ai navigatori come un bazar affacciato sul fiume. Con buona probabilità uno di questi avamposti insiste sull’Ansa della Magliana, a presidiare l’accesso a una via d’acqua interna, l’attuale fosso della Magliana.

Lasciandoci aiutare dall’immaginazione, proviamo a entrare in uno di questi empori del Tevere. Le capanne sono simili a quelle di Veio ma, a distanza di un secolo, si sono evolute: hanno anche forma rettangolare o quadrata, con tetti a tegole di terracotta; ci sono fondazioni in tufo, pilastri in legno, pareti di fango. Le capanne, che fungono inoltre da botteghe, contengono ingenti scorte di sale e metalli pronte alla vendita, nonché prodotti d’artigianato come le terrecotte di Veio, l’oreficeria e i vasi neri di bucchero di Cerveteri, i tessuti di lino di Tarquinia.

Qui si può anche sostare per la notte al riparo dai predoni, prima di riprendere la risalita del Tevere. Si trova sempre una tavola imbandita con una farinata, una torta bassa di farro macinato ammorbidito nel latte, con accanto formaggio fresco o stagionato, ceci, lenticchie e fave. Nei giorni di festa non manca un cosciotto di pecora.

Dirimpetto, sulla riva sinistra del fiume, i popoli dei Colli Albani per ora restano a guardare, limitandosi a qualche spavalda razzia al di là del fiume. Etruschi e latini tendono perlopiù a ignorarsi finché possono, immersi rispettivamente in una parabola storica diversa e asimmetrica. Gli etruschi si avviano ormai verso una fase calante: sono un popolo maturo, raffinato; dopo essere stati capaci di costruire una estesa rete di commerci e relazioni pacifiche vogliono ora goderne i frutti. I latini sono invece un popolo di recente formazione, straripante di bellicose energie.