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Negli Anni Sessanta la dismissione dello stabilimento industriale Purfina rende disponibili per l’edificazione residenziale alcune aree tra la Portuense e via delle Cave portuensi, una strada di servizio che oggi si chiama via Giuseppe Belluzzo. Viene quindi autorizzata, sul pendio collonare scosceso, la costruzione di un lotto di 4 villini, raccordati tra di loro da una piastra di collegamento ad uso autorimessa, da realizzarsi con un parziale sbancamento della collina.

Fin dalle prime escavazioni con pale meccaniche, tuttavia, emergono i resti di un elaborato complesso necropolare di età imperiale. Purtroppo, la Soprintendenza viene avvisata solo a sbancamento avvenuto. È il 14 aprile 1966 quando l’incaricato ministeriale Emanuele Gatti giunge sul posto, e non può che constatare l’avvenuta devastazione e stendere l’inventario di quanto resta:

Nel cantiere è in corso uno sbancamento con mezzi meccanici. Si nota, ai piedi della parete tufacea […] la parte superiore di un colombario scavato nel tufo, e quasi completamente interrato. Si vede la volta a sesto ribassato, dalla quale l’intonaco è quasi completamente caduto […]. Nella parete di fondo si notano resti di intonaco dipinto (fondo grigio, fiori paonazzi). Sulla parete di sinistra si vede appena la parte superiore di una porta o arcosolio. Una parte del colombario è stata certamente demolita durante l’attuale sterro.

Fin da questa relazione si individuano i due edifici principali della necropoli: il «colombario» (che gli archeologi chiameranno convenzionalmente Tomba D), cioè un sepolcro collettivo suddiviso in ordinate file di loculi; e il «sepolcro familiare» (Tomba A) dai fiori color rosso paonazzo, che in questa fase però si intravvede appena. Intorno ci sono macerie, detriti e cumuli di terra: erano anni assai diversi da oggi, in cui la necessità di costruire nuove case nella Capitale d’Italia prevaleva su tutto. L’edificazione dei villini viene così portata a termine, con una sorta di compromesso all’italiana: colombario e sepolcro familiare vengono salvati, ma interclusi nelle strutture in cemento armato della piastra di collegamento destinata ad autorimessa dei villini sovrastanti.

Nel 1982 avviene un ulteriore passaggio: viene autorizzata la trasformazione dell’autorimessa in locali commerciali aperti al pubblico. È in questa fase che la Soprintendenza riesce ad imporre ai proprietari delle misure di tutela, consistenti in una campagna di consolidamento, restauro e studio delle strutture necropolari superstiti. La fase di studio, conclusa nel 1983, riconosce, a fianco del colombario (Tomba D) e del sepolcro familiare (Tomba A) già individuati nel 1966, altre tre tombe di minori dimensioni, in parte scavate nel tufo e in parte realizzate in muratura: la Tomba delle lesene (Tomba B), la Tomba bianca (Tomba C) e la Tomba della vaschetta (Tomba E).

Il luogo assume così una prima denominazione, rimasta in uso per un tempo relativamente breve, di «Cinque tombe». In realtà le tombe non sono cinque, ma sei, perché in mezzo tra le tombe A e B c’è un «recinto funerario», cioè un giardinetto destinato alla deposizione in terra di umili sepolture all’interno di urne cinerarie. È in quel contesto dei primi Anni Ottanta che alcuni materiali di maggior pregio, come il sarcofago di Helios e Selene e un corredo di orecchini in oro, vengono esposti al Museo Nazionale Romano.

La campagna di studio rivela tra l’altro che il sito necropolare ha avuto un periodo di fruizione piuttosto lungo: c’è una prima fase di utilizzo – che va dalla metà del I sec. a tutto il III secolo d.C. – in cui la necropoli si espande progressivamente; e c’è poi una fase successiva, in cui la necropoli si contrae e si riutilizza alla meno peggio l’esistente. Godendo di maggior spazio a disposizione, ed essendo passati da un’epoca in cui era prevalente la cremazione ad un’altra in cui si torna ad inumare i corpi, le nicchiette dei colombari vengono spesso trasformate in loculi e si distruggono le pavimentazioni per scavare fosse per l’inumazione. Questa fase dura fino al IV, forse addirittura fino V sec. d.C. e le soglie del Medioevo.

Ma torniamo al 1983, anno in cui si inaugura nell’ex- autorimessa condominiale la nuova attività commerciale. Si tratta di un autosalone plurimarche, un open space in cui le cinque tombe inframezzano i veicoli nuovi e fiammanti commercializzati in quel periodo: le utilitarie Fiat Uno, Peugeot 205 e Y10 Autobianchi, ma anche auto di maggior cilindrata, come la Lancia Thema, Opel Kadett e l’inarrivabile Audi 100. Possiamo immaginare che l’attenzione di quel ristretto gruppo di avventori dell’autosalone fosse concentrata, con sguardo sognante, sulle livree cromate degli autoveicoli, e ben poca attenzione destinasse ai sassi antichi tutt’intorno.  

Negli Anni Novanta all’autosalone subentra una nuova attività commerciale: un «drugstore», un innovativo supermercato all’americana aperto 24 ore su 24 e dotato di una speciale licenza per vendere ogni genere di prodotto, con ingresso dal civico 313 della Portuense. È uno dei primissimi supermercati a Roma aperti anche la notte, ed è l’antesignano di un centro commerciale, in cui si trova di tutto, dagli alimentari alla tecnologia. L’open space viene in questa fase riempito di affollate scansie, e il drugstore conosce all’inizio un discreto successo commerciale.

Ma è proprio in questa fase che emergono con forza le prime criticità: la convivenza tra le funzioni commerciali – appartenenti al «mondo dei vivi» – e la necropoli romana – il «mondo dei morti» – si rivela pian piano come un esperimento infelice. L’avveniristica modalità di fruizione dell’archeologia per tutti, in cui il contatto con le memorie del passato si mescola con il vivere quotidiano, appare agli entusiasti come una nuova frontiera della democrazia; ma suscita anche più di una perplessità tra coloro ai quali la soluzione appare poco convincente, e persino poco rispettosa. Inoltre il Drugstore, specie nelle ore notturne e nella stagione fredda, è un ambiente confortevole e riscaldato, che finisce così per diventare il bivacco degli sbandati e persino un richiamo per attività poco chiare, che non possono essere condotte alla luce del sole. Spesso il Drugstore finisce sui giornali per episodi di degrado e qualche volta per violenza e criminalità. La mattina, gettate tra le tombe, non era infrequente ritrovare bottiglie vuote e rifiuti. Non passa molto, nei primi Anni Duemila, che la struttura viene chiusa, riaperta e infine definitivamente chiusa.

Nel 2011 nell’ormai ex supermercato Drugstore viene avviato un delicato intervento di ristrutturazione, ispirato al criterio di separare gli spazi dei vivi dagli spazi dei morti. La zona commerciale viene resa del tutto autonoma, mediante la costruzione di muri di separazione degli ambienti. Inoltre lo spazio commerciale unico viene frazionato in attività commerciali più piccole e di tipologia ordinaria: oggi nell’ex supermercato all’americana c’è uno store di elettronica, un’agenzia turistica e persino un ristorante.

La parte archeologica invece, il cui ingresso è stato spostato al civico 317, ospita invece uffici della Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Roma, oltre all’area necropolare vera e propria e locali ad uso magazzino. Gli ambienti di passaggio intorno agli edifici necropolari per l’occasione vengono allestiti per una fruizione di tipo museale e l’intera area aperta al pubblico, su una superficie di 350 mq, viene ribattezzata «Drugstore Museum». Trovano qui collocazione, inoltre, una teca climatizzata, che ospita al suo interno la sepoltura del Guerriero della Muratella (un ritrovamento importante, ma vistosamente fuori contesto per epoca e luogo di ritrovamento), e, esposti alle pareti, i tappeti musivi rinvenuti durante i lavori al Ponticello Portuense. L’area viene corredata inoltre di vetrine espositive per i reperti più minuti, e spazi per attività culturali, eventi e mostre. Negli anni a seguire tuttavia la struttura museale è stata aperta al pubblico in maniera discontinua.

Dall’8 aprile 2017 la struttura è nuovamente aperta al pubblico, sia pure con discontinuità. L’associazione InUrbe Cultura 3.0 offre in convenzione con la Soprintendenza la presenza fissa di un archeologo per favorire visite di singoli e gruppi. La riapertura del 2017 è stata inoltre accompagnata da un nuovo impianto di illuminazione e nuovi allestimenti espositivi, tra i quali la lapide di Vespasiano, anfore restaurate e nuovi tappeti musivi, tutti provenienti dal Ponticello Portuense. Gli ingredienti per fare di questo luogo dalla storia travagliata un museo archeologico del territorio insomma ci sono tutti. Se l’Antiquarium portuense vedrà mai la luce, ad oggi, non è dato sapere. Le aperture al pubblico sono sporadiche e, al momento in cui scriviamo (maggio 2019), sono purtroppo ferme.

Sia pur nella discontinuità, è stato comunque possibile visitare le tombe, che passiamo ora in rassegna una per una. Il sepolcro familiare che gli archeologi chiamano Tomba A (o Tomba di Ambrosia) è una camera funeraria della metà del II sec. d.C., fortemente rimaneggiata alla fine dello stesso secolo. È interamente scavata nel tufo, con volta a botte. Da un gradino si accede all’ambiente quadrangolare ipogeo, intonacato in giallo e porpora, con un nicchione centrale e numerose nicchiette e loculi. Nel mosaico del pavimento è stata successivamente intagliata una fossa, realizzata quando gli spazi funerari del sepolcro erano ormai tutti occupati: la moneta di Caronte in bocca al defunto ha permesso di datare l’ultimo utilizzo del sepolcro all’anno 196 d.C.

La tipologia costruttiva della Tomba A è quella del sepolcro familiare. Si tratta di un ambiente unico quadrangolare, con al centro nella parete di fondo il nicchione rettangolare destinato alle ceneri del pater familias. Ai lati si trovano, disposte simmetricamente, le altre sepolture dei componenti – parenti e affini – dell’unico nucleo familiare. Sono stati rinvenuti, in tutto, i resti di otto individui e ceneri di cremazione, ma non sono state trovate scritte che attestassero i nomi. La grande nicchia rettangolare è sormontata da una calotta a forma di conchiglia, in stucco bianco. Al di sotto si trova un loculo, che ospitava due sepolture e ospitava due discendenti morti un paio di generazioni dopo il pater familias.

La decorazione pittorica della parete è assai ricca. La parte inferiore è organizzata per riquadri a fondo bianco, contornati con una fascia color porpora, in cui sono raffigurati elementi geometrici e figurativi policromi. La parte superiore è intonacata in colore giallo. Ai lati della nicchia centrale vi sono due figure volanti con scudo in stucco bianco.

Le pareti laterali, fortemente danneggiate dai lavori del 1966, presentano in origine due file di 4 nicchie su per ciascun lato, destinate a contenere le urne cinerarie. Nel II sec. d.C. succede tuttavia che l’uso della cremazione, tradizionale nella cultura romana, viene via via soppiantato dalla deposizione della salma integra (inumazione). Questo ha portato a rimaneggiamenti, trasformando le nicchie per le urne cinerarie in loculi e arcosoli. Particolarmente evidente ad esempio, nella parete di destra, è la trasformazione di un intero filare di nicchie, cui è stata aggiunta una copertura ad arco ribassato. Poco o nulla rimane della parete d’ingresso.

La tomba è caratterizzata dal mosaico pavimentale in tessere bianche e nere a tema dionisiaco. Si tratta della rappresentazione figurativa del Mito di Ambrosia: una scena terribile di stupro e morte, purtroppo di sconvolgente attualità, che tramanda forse, possiamo ipotizzare, di un caso di «femminicidio» avvenuto nel nucleo familiare proprietario del sepolcro.

Centralmente è rappresentato il personaggio di Licurgo, inebriato durante la vendemmia fino a perdere il lume della ragione: Licurgo assale la ninfa Ambrosia, intenzionato a violarla. Al rifiuto della ninfa, Licurgo brandisce un’ascia bipenne, infierendo sul suo corpo della ninfa: «perché se la ninfa non può essere sua, costei non sarà di nessun altro», narra il mito. In quel momento la ninfa invoca gli Dei affinché le concedano la salvezza o, per lo meno, cancellino nell’Aldilà il ricordo della brutalità subita. La sua richiesta viene esaudita e la ninfa sfugge al carnefice trasformandosi all’istante in un tralcio di vite. Da allora Ambrosia continua a vivere, all’interno di ogni vite, e accompagna chi beve il rosso nettare del vino, concedendogli il potere di dimenticare, insieme a lei, il «male della vita».

È da allora che il vino si colora di rosso, in ricordo del sangue di Ambrosia. La raffigurazione musiva è incentrata sul momento più drammatico, quello in cui Licurgo si avventa sulla ninfa scagliandole contro colpi di scure. La ninfa appare già trasformata in un ramo di vite. Il mosaico è contornato, ai lati, da una fascia decorativa composta di tralci di vite intrecciati. Ai quattro angoli sono raffigurati quattro kantharoi (grandi vasi), dai quali si originano i rami. Al centro di ogni lato si distinguono quattro figurette maschili, che rappresentano ognuna una diversa fase della vendemmia.

La Tomba D è un grande colombario, un sepolcro ad uso collettivo, in uso tra fine I sec. d.C. e primi decenni del III. È di forma rettangolare, stretta e allungata, con tre lati intagliati nel tufo, mentre la parete d’ingresso (su uno dei lati lunghi) è in muratura. La parete d’ingresso, che misura 8 m, si conserva relativamente integra, ma il resto della tomba è stato danneggiato dall’edificazione dell’edificio sovrastante e dal passaggio di una conduttura fognaria.

La facciata interna della parete d’ingresso è organizzata su quattro ordini di nicchiette per le urne cinerarie, ciascuna delle quali è contornata, nell’archetto, da una fascia di color porpora. Alla base è presente un fascione, dello stesso colore.

Sull’intonaco chiaro sono spesso graffiti i nomi dei defunti. Nella fila inferiore, sopra l’arco dell’ottava nicchia, si può leggere ad esempio «Ianuariæ» (lett: questo loculo è di Ianuaria, al caso genitivo) e, poco prima, sopra la quarta, l’epigrafe curvilinea «Brigantine» (di Brigantina, con errore nel caso genitivo). L’errore grammaticale ci dà modo di riflettere sulla composizione sociale dei defunti del sepolcro collettivo: essi appartenevano al ceto basso, o talvolta medio. Si è ipotizzata la loro provenienza dalla XIV Regio della Roma augustea: il Trans Tiberim. Essa era popolata, per lo più, da artigiani o commercianti, in elevato numero stranieri o liberti, ma anche barcaioli, scaricatori del porto fluviale, pescivendoli e mugnai.

Nel colombario saranno successivamente ricavati anche dei loculi per l’inumazione e dei banconi per la deposizione di sarcofagi. Due di essi, uno di marmo senza decorazioni e uno in terracotta, sono ancora conservati sul posto.

Esternamente al colombario è stato individuato un focolare per i banchetti in onore dei defunti, all’interno del quale gli archeologi hanno invenuto ossa animali e frammenti ceramici. È inoltre ipotizzabile che la parete in muratura, che si presenta oggi priva di finiture e di finestre, fosse preceduta da un piccolo avancorpo a protezione dell’ingresso. Dal piccolo avancorpo, scesi tre gradini, si accedeva all’ambiente sepolcrale, che era quindi parzialmente ipogeo. È interessante rileggere oggi lo scritto dello studioso Antonio Nibby, che ha modo di visitare un colombario sulla via Portuense nel 1827. All’epoca era ancora in piedi «una facciata di colonne, architrave, fregio e cornice, tutto di terracotta». Non sappiamo se Nibby stesse parlando di questo colombario o di un altro, ma questa informazione ci dà comunque la misura indiretta di quante perdite possano aver arrecato gli sbancamenti del 1966.

Addossati alla parete della Tomba B, su un bancone in muratura, sono stati ritrovati due sarcofagi in marmo, decorati con i bassorilievi di Helios e Selene: essi sono oggi conservati presso il Museo Nazionale Romano.

Una breve rassegna ci permette infine di descrivere gli altri tre piccoli sepolcri presenti al Drugstore (tombe B, C e D), il recinto funerario tra le tombe B e A, i resti di strutture pertinenti alla cava di età repubblicana e, infine, gli altri ritrovamenti avvenuti poco distanti dal Drugstore, sul lato opposto della via, su quella che oggi si chiama Salita di San Carlo.

Tomba delle lesene (B) — La Tomba B (o Tomba delle lesene) è una piccola camera funeraria di tipo familiare, della prima metà del II sec. d.C. Il sepolcro è decorato all’ingresso da due finte colonne scanalate, che in architettura prendono il nome di «lesene». La struttura è in parte scavata nel tufo, in parte costruita in muratura; l’esterno è in laterizio rosso-arancio. Le pareti interne, con decorazioni floreali e geometriche, presentano una doppia nicchia per lato (ciascuna ospitava un’olla cineraria). Della parete di fondo, danneggiata, si conserva la sezione inferiore di una nicchia, nel cui foro, sigillato da un coperchietto, sono state trovate delle ceneri intatte.

Tomba bianca (C) — La Tomba C (o Tomba bianca), è anch’essa una piccola camera funeraria, utilizzata tra il I sec. d.C. e l’inizio del III. Le sue pareti intonacate sono prive di dipinti. La struttura è parzialmente ipogea ed è intagliata nel tufo, con la parete d’ingresso in muratura. Vi si accede da una scala con quattro gradini. Sulla parete di destra è presente un loculo a cassone scavato nel tufo, mentre sulla parete di sinistra c’è un secondo cassone con la parte esterna in mattoni. Durante gli sbancamenti del 1966 la parete di fondo è stata danneggiata e sul posto è stato posizionato un pilastro in cemento armato per l’edificazione della palazzina sovrastante. Sul pavimento è presente un’unica fossa. Complessivamente nel sepolcro sono stati rinvenuti tre individui inumati, dei quali uno è un bambino di 4 anni, con corredi ceramici.

Tomba della vaschetta (E) — La Tomba E (o Tomba della vaschetta) è un ambiente funerario di piccole dimensioni, in opus reticulatum e laterizi di tufo, sul cui pavimento è intagliata una vasca rettangolare, di cui si ignora la funzione. L’edificazione del sepolcro risale alla fine del I sec. d.C. La presenza di vistosi interventi di rifacimento nei muri lascia supporre un utilizzo prolungato nel tempo. Nell’ambiente si accede da una piccola scala di tufo. Internamente non sono presenti né intonaci né decorazioni. Gli archeologi non vi hanno rinvenuto né resti umani né corredi funerari. L’ambiente ha quindi importanza assai modesta e la sua specificità risiede nella presenza di una vasca rettangolare, intagliata nel tufo ad una profondità di circa 40 cm, con funzione sconosciuta.

Recinto funerario — Tra le tombe B e A è stato rinvenuto un «recinto funerario», datato alla fine del I sec. d.C. I recinti sono in origine dei giardinetti, per lo più rettangolari e delimitati esternamente da quattro grandi massi, destinati a contenere dentro la terra nuda le urne cinerarie dei servi. Nel recinto ideale delimitato dai quattro massi venivano deposte olle, anforette e contenitori di ceneri di varia natura, partendo dagli angoli e occupando via via le porzioni centrali. Poiché la Tomba B è di epoca successiva al recinto, si può ipotizzare che essa sia stata ricavata riducendo l’area originaria del recinto. A questa fase risalgono anche i due muri di recinzione che gli archeologi chiamano Muro a e Muro b: nel Muro a sono state individuate sette nicchie (di cui tre ancora integre e contenenti, ciascuna, due olle); il Muro b, sul lato opposto, presenta varie fasi di rifacimento e una conformazione di più difficile lettura.

Quando, poco distante, viene edificata anche la Tomba A, il rettangolo si chiude, e all’interno viene deposto un nuovo strato di terra, potendo così ospitare nuove sepolture. I recinti, essendo destinati ad individui di umilissime condizioni, presentano spesso questa conformazione a strati sovrapposti, spesso caotici. È stato rinvenuto, al centro del recinto, anche un pilastro in laterizio, che lascia supporre che il giardinetto, sia stato, in una fase tarda, dotato di un tetto e trasformato a sua volta in una camera funeraria per inumazione, andata perduta.

Pozzo obliquo — Nei primi Anni Duemila, durante lo studio della vicina Necropoli di Atilia, si sono individuati alcuni tratti di una galleria scavata nel tufo, pertinente a una precedente fase di utilizzo del sito, a fini estrattivi (cava di tufo). La caratteristica di questa galleria era di avere un andamento rettilineo e con un piano inclianto a pendenza costante, che si è ipotizzato congiungesse la cava con la sottostante Via Portuensis, all’altezza dell’attuale Drugstore. Tale galleria, indicata con il nome di «pozzo obliquo» è stata interpretata come una rampa per il trasporto dei materiali di cava, sfruttando la pendenza costante per ridurre la gravosità del trasporto con l’aiuto della forza di gravità. La galleria è documentata solo nella parte iniziale (alle spalle della Necropolit di Atilia), tuttavia, proseguendone idealmente l’andamento rettilineo con pendenza costante, si ritiene verosimile che il suo sbocco sulla Via Portuensis si trovasse all’interno dell’attuale Drugstore, tra le tombe D e C.

Ritrovamenti alla Salita di S. Carlo (secondo colombario e ossario) — Grazie agli studi di Paolo Imperatori conosciamo oggi l’esistenza di un secondo colombario, andato perduto, che si trovava proprio di fronte al Drugstore, sul lato opposto della Via Portuensis. La notizia di ritrovamento è contenuta nel Bullettino archeologico comunale del 1884, che attesta il ritrovamento «al piede della Salita di Monte Verde», corrispondente oggi alla via della Salita di San Carlo. In questo colombario, «costruito con ricorsi in tegoloni e tufo», vennero ritrovate allora «diverse iscrizioni sepolcrali». Alle spalle del colombario venne rinvenuto inoltre un grande ossario comune:

Dietro il colombario, diviso da un’intercapedine di m 1,80, si vede un altro sepolcro in ottimo reticolato con spigoli di tufo di m 5 × 3,50, contenente circa 15 metri cubi di ossami umani. [Qui ritrovati anche] vari frammenti fittili di ampolle, anfore e vasi aretini e di vetro.