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Dal 2007 Onda, l’osservatorio nazio­na­le sul­la salu­te del­le don­ne, pub­bli­ca con sca­den­za bien­na­le il Libro bian­co sul­la salu­te del­la don­na, con l’obiettivo di pre­sen­ta­re un qua­dro com­ple­to e aggior­na­to sul­la salu­te del­le don­ne ita­lia­ne, offren­do appro­fon­di­men­ti e spun­ti di rifles­sio­ne su aspet­ti cli­ni­co-epi­de­mio­lo­gi­ci e sani­ta­rio-assi­sten­zia­li di par­ti­co­la­re rilie­vo. Lo scor­so 29 novem­bre è sta­ta pre­sen­ta­ta a Roma la quin­ta edi­zio­ne (a cura di Nico­let­ta Orth­mann, Fran­co Ange­li Edi­to­re).

 

Le don­ne sono anco­ra in van­tag­gio rispet­to agli uomi­ni in ter­mi­ni di lon­ge­vi­tà: la spe­ran­za di vita alla nasci­ta è di 85.0 per le don­ne rispet­to a 80.3 anni per gli uomi­ni. Anche se negli anni più recen­ti si è regi­stra­to un incre­men­to più favo­re­vo­le per gli uomi­ni, il van­tag­gio fem­mi­ni­le rima­ne anco­ra signi­fi­ca­ti­vo, pas­san­do da 5 anni di distan­za nel 2010 a 4.7 nel 2014. Con­si­de­ran­do la popo­la­zio­ne ultra-65en­ne si rile­va, all’aumentare dell’età, un incre­men­to per­cen­tua­le del­la com­po­nen­te fem­mi­ni­le sul tota­le che rag­giun­ge il 68.9% nel seg­men­to di popo­la­zio­ne oltre gli 85 anni. Le malat­tie cere­bro-vasco­la­ri e ische­mi­che del cuo­re rap­pre­sen­ta­no le pri­me cau­se di mor­te nel­la popo­la­zio­ne fem­mi­ni­le men­tre il can­cro al seno si con­fer­ma la pri­ma cau­sa di mor­te onco­lo­gi­ca, segui­to dal tumo­re del colon ret­to. Dall’analisi dei deter­mi­nan­ti di salu­te emer­ge un mag­gior con­su­mo di alcol e uso di tabac­co pres­so la popo­la­zio­ne maschi­le sen­za dif­fe­ren­ze signi­fi­ca­ti­ve rispet­to alla pre­ce­den­te rile­va­zio­ne del 2013. Sep­pur gli uomi­ni si dichia­ri­no più atti­vi fisi­ca­men­te (il 27.1% pra­ti­ca sport con con­ti­nui­tà con­tro il 7% del­le don­ne), la pre­va­len­za di sovrap­pe­so e obe­si­tà risul­ta mag­gio­re pres­so la popo­la­zio­ne maschi­le. Per il gene­re fem­mi­ni­le i rico­ve­ri ospe­da­lie­ri si con­cen­tra­no nel­la fascia di età tra i 30 e i 40 anni, feno­me­no ragio­ne­vol­men­te impu­ta­bi­le al par­to, e per età mag­gio­re di 85 anni, qua­le con­se­guen­za del­la mag­gior lon­ge­vi­tà del­le don­ne (Dati SDO 2014). Per quan­to riguar­da l’uso di far­ma­ci, dif­fe­ren­ze di gene­re sono evi­den­zia­bi­li nel­la fascia di età tra i 15 e i 64 anni, in cui le don­ne mostra­no una pre­va­len­za media d’uso dei medi­ci­na­li supe­rio­re a quel­la degli uomi­ni, con una dif­fe­ren­za asso­lu­ta del 10% (Rap­por­to Osmed 2015).

Il mon­do degli anzia­ni è pre­va­len­te­men­te un mon­do al fem­mi­ni­le. In Ita­lia nasco­no più bam­bi­ni che bam­bi­ne ma dopo i 50 anni pre­val­go­no le don­ne: nel 2016 i cen­te­na­ri sono 18.765, di cui solo poco più di 3 mila maschi. I super cen­te­na­ri (110 anni e oltre) sono 22, due maschi e 20 fem­mi­ne tra le qua­li spic­ca la per­so­na più lon­ge­va al mon­do che ha più di 116 anni. Nono­stan­te la mag­gio­re lon­ge­vi­tà, la don­na ha più pato­lo­gie e ha una salu­te per­ce­pi­ta peg­gio­re di quel­la dell’uomo: al di sopra dei 75 anni, una don­na su tre pre­sen­ta la sin­dro­me del­la fra­gi­li­tà, una su due è affet­ta da alme­no due malat­tie cro­ni­che. Fra­gi­li­tà, poli­pa­to­lo­gia, soli­tu­di­ne e per­di­ta dell’autosufficienza gra­va­no pesan­te­men­te sul­la don­na anzia­na, la cui con­di­zio­ne non neces­si­ta di un model­lo ver­ti­ca­le di assi­sten­za ospe­da­lo­cen­tri­co, ma di un model­lo oriz­zon­ta­le, cen­tra­to sul­la per­so­na con ser­vi­zi dif­fu­si sul ter­ri­to­rio.

 

 

 

Si sti­ma che cir­ca il 10% dei par­ti avven­ga anco­ra in luo­ghi con­si­de­ra­ti non sicu­ri, impre­pa­ra­ti alle emer­gen­ze. L’obiettivo cui pun­ta­re è quel­lo di crea­re una rete nazio­na­le di pun­ti nasci­ta sicu­ri in cui il volu­me di atti­vi­tà risul­ti non infe­rio­re ai 500 parti/​anno, valo­re mini­mo con­si­de­ra­to a “garan­zia” di suf­fi­cien­te espe­rien­za e ade­gua­ta orga­niz­za­zio­ne. Altro requi­si­to indi­spen­sa­bi­le è la coper­tu­ra H24 di gine­co­lo­go, oste­tri­ca, ane­ste­si­sta e neonatologo/​pediatra. Un per­cor­so nasci­ta sicu­ro neces­si­ta dun­que di requi­si­ti strut­tu­ra­li e orga­niz­za­ti­vi mini­mi che, pur non poten­do azze­ra­re com­ple­ta­men­te i rischi intrin­se­ca­men­te cor­re­la­ti alla gesta­zio­ne e al par­to, offra­no alla don­na e al suo bam­bi­no la mas­si­ma garan­zia pos­si­bi­le di sicu­rez­za. Secon­do gli ulti­mi dati del­le Sche­de di dimis­sio­ni ospe­da­lie­re (2014), le strut­tu­re in cui si regi­stra un volu­me di atti­vi­tà infe­rio­re ai 500 par­ti l’anno rap­pre­sen­ta­no cir­ca il 28.1% (nel 2010 era­no pari al 28.9%) e in base ai dati regi­stra­ti nell’ultimo Rap­por­to CeDAP, del­le 128 TIN pre­sen­ti nei 526 pun­ti nasci­ta rile­va­ti, sol­tan­to 107 si tro­va­no in pun­ti nasci­ta con un volu­me di par­ti annui >1.000.

Lo sce­na­rio ita­lia­no, carat­te­riz­za­to da una for­te defles­sio­ne del­le nasci­te (il tas­so di fecon­di­tà tota­le è pari a 1.39 figli per don­na) e dal pro­gres­si­vo innal­za­men­to dell’età mater­na alla pri­ma gra­vi­dan­za (che si è spo­sta­ta dai 2325 anni del 1970 agli attua­li 31.4), impo­ne di inter­ve­ni­re rapi­da­men­te per avvia­re un rin­no­va­men­to cul­tu­ra­le in tema di pro­crea­zio­ne che, fon­da­to sul valo­re indi­vi­dua­le e socia­le del­la mater­ni­tà, pro­muo­va un momen­to ripro­dut­ti­vo con­sa­pe­vo­le e nel­le miglio­ri con­di­zio­ni bio­lo­gi­che e psi­co­lo­gi­che pos­si­bi­li. Con l’obiettivo di svi­lup­pa­re stra­te­gie inter­set­to­ria­li e inte­ri­sti­tu­zio­na­li a soste­gno del­la geni­to­ria­li­tà e di pro­muo­ve­re poli­ti­che sani­ta­rie ed edu­ca­ti­ve per la tute­la del­la fer­ti­li­tà, il Mini­ste­ro del­la Salu­te ha pre­sen­ta­to il Pia­no nazio­na­le per la fer­ti­li­tà ela­bo­ra­to sul­la base del lavo­ro del “Tavo­lo con­sul­ti­vo in mate­ria di tute­la e cono­scen­za del­la fer­ti­li­tà e pre­ven­zio­ne del­le cau­se di infer­ti­li­tà”. Nell’ambito del­le atti­vi­tà sani­ta­rioas­si­sten­zia­li, il Pia­no con­tem­pla anche l’aspetto del­la tute­la e del­la con­ser­va­zio­ne del­la fer­ti­li­tà nei pazien­ti onco­lo­gi­ci pre­ve­den­do, pres­so un nume­ro geo­gra­fi­ca­men­te equi­li­bra­to di Uni­tà Orga­niz­za­ti­ve di Medi­ci­na e Chi­rur­gia del­la fer­ti­li­tà, la col­lo­ca­zio­ne di Cen­tri di Onco­fer­ti­li­tà.

 

È ormai accer­ta­to che le malat­tie car­dio­va­sco­la­ri (MCV) non sono più un pro­ble­ma esclu­si­va­men­te del gene­re maschi­le, ma costi­tui­sco­no la prin­ci­pa­le cau­sa di mor­ta­li­tà e disa­bi­li­tà nel­la popo­la­zio­ne fem­mi­ni­le di età supe­rio­re ai 50 anni. Nel gene­re fem­mi­ni­le le MCV han­no un esor­dio posti­ci­pa­to di cir­ca 10 – 15 anni rispet­to a quan­to acca­de negli uomi­ni, poi­ché gli estro­ge­ni ova­ri­ci, pro­dot­ti nel cor­so del­la vita fer­ti­le, svol­go­no un’azione pro­tet­ti­va sull’apparato car­dio­va­sco­la­re. Ai fat­to­ri di rischio “tra­di­zio­na­li” per MCV (iper­ten­sio­ne arte­rio­sa, taba­gi­smo, dia­be­te mel­li­to, sovrap­pe­so, fami­lia­ri­tà per car­dio­pa­tie, età) si sono via via aggiun­ti altri fat­to­ri di rischio, defi­ni­ti “emer­gen­ti”, spe­ci­fi­ci per il gene­re fem­mi­ni­le tra cui tro­via­mo sia pato­lo­gie più fre­quen­ti nel­le don­ne come disor­di­ni trom­bo­fi­li­ci e malat­tie autoim­mu­ni, sia con­di­zio­ni pro­pria­men­te fem­mi­ni­li qua­li sin­dro­me dell’ovaio poli­ci­sti­co, com­pli­can­ze del perio­do gra­vi­di­co e meno­pau­sa. Oltre a sen­si­bi­liz­za­re la popo­la­zio­ne fem­mi­ni­le su que­sti aspet­ti, è di fon­da­men­ta­le impor­tan­za dif­fon­de­re nel­la comu­ni­tà scien­ti­fi­ca le armi cono­sci­ti­ve per assi­cu­ra­re a que­ste pazien­ti pre­co­ci­tà di dia­gno­si e ade­gua­ta stra­ti­fi­ca­zio­ne del rischio, appro­pria­tez­za degli inter­ven­ti tera­peu­ti­ci inva­si­vi e far­ma­co­lo­gi­ci, mag­gio­re acces­so ai pro­gram­mi di ria­bi­li­ta­zio­ne car­dio­va­sco­la­re e, soprat­tut­to, mag­gio­re coin­vol­gi­men­to nei trial cli­ni­ci.

Il 30% di tut­te le pato­lo­gie fem­mi­ni­li riguar­da l’area del­la salu­te men­ta­le (malat­tie psi­chia­tri­che e neu­ro­lo­gi­che). Pro­ta­go­ni­sta in que­sto sce­na­rio è la depres­sio­ne mag­gio­re che col­pi­sce le don­ne da due a tre vol­te più degli uomi­ni, dall’adolescenza all’età adul­ta e che spes­so si accom­pa­gna ad altri distur­bi psi­chi­ci tipi­ca­men­te decli­na­ti al fem­mi­ni­le, come ansia, distur­bi del son­no e del com­por­ta­men­to ali­men­ta­re. Oltre ad ave­re un’aumentata pos­si­bi­li­tà di amma­lar­si nel cor­so del­la vita e a rife­ri­re, rispet­to agli uomi­ni, un mag­gior nume­ro di sin­to­mi, le don­ne pre­sen­ta­no una mag­gio­re dura­ta degli epi­so­di. Le ori­gi­ni del­la depres­sio­ne fem­mi­ni­le sono com­ples­se e cer­ta­men­te mul­ti­fat­to­ria­li; al di là di una com­po­nen­te gene­ti­ca, tra i diver­si fat­to­ri cau­sa­li vie­ne rico­no­sciu­to, come noto, il ruo­lo degli ormo­ni fem­mi­ni­li. Gli stu­di inter­na­zio­na­li in mate­ria evi­den­zia­no un rischio di depres­sio­ne che coin­vol­ge l’intero ciclo ripro­dut­ti­vo del­la don­na, dai 15 ai 45 anni, risul­tan­do mag­gio­re in alcu­ne sta­gio­ni del­la vita, carat­te­riz­za­te da gran­di cam­bia­men­ti e ria­dat­ta­men­ti — non solo bio­lo­gi­ci ma anche psi­co­lo­gi­ci — qua­li il perio­do peri­na­ta­le (dal­la gra­vi­dan­za al post par­tum) e il cli­ma­te­rio cui il capi­to­lo dedi­ca ampio spa­zio di appro­fon­di­men­to.

Sia­mo entra­ti nell’era del­la medi­ci­na del­le “4 P”: per­so­na­liz­za­ta, pre­dit­ti­va, pre­ven­ti­va e par­te­ci­pa­ti­va, qual­co­sa di par­ti­co­lar­men­te vici­no alle don­ne. Pre­ven­zio­ne pri­ma­ria e dia­gno­si pre­co­ce resta­no le prin­ci­pa­li armi di dife­sa men­tre per gli aspet­ti tera­peu­ti­ci sono sta­ti fat­ti enor­mi pro­gres­si gra­zie agli inno­va­ti­vi far­ma­ci a tar­get, in affian­ca­men­to alle tra­di­zio­na­li che­mio e radio­te­ra­pie: agen­do su spe­ci­fi­ci ber­sa­gli, risul­ta­no più effi­ca­ci e con­sen­to­no un miglio­ra­men­to del­la pro­gno­si onco­lo­gi­ca, a fron­te di una minor tos­si­ci­tà. Tra le nuo­ve fron­tie­re tera­peu­ti­che dell’onco­lo­gia risul­ta­no l’immunoterapia, che si basa sul­la sti­mo­la­zio­ne del­le cel­lu­le del siste­ma immu­ni­ta­rio per “attac­ca­re” il can­cro, e i far­ma­ci con­tro l’angiogenesi che distrug­go­no il tumo­re non andan­do­lo a col­pi­re diret­ta­men­te ma bloc­can­do i vasi san­gui­gni che lo nutro­no. Com­bat­te­re i vasi neo­for­ma­ti signi­fi­ca pren­de­re il can­cro “per fame” o sof­fo­car­lo. Il con­tri­bu­to del­la ricer­ca ai pro­gres­si del­la tera­pia è sta­to par­ti­co­lar­men­te signi­fi­ca­ti­vo per il can­cro del­la mam­mel­la, in quan­to qua­si tut­ti i nuo­vi far­ma­ci sono deri­va­ti dall’impegno inter­na­zio­na­le del­la ricer­ca che ne ha stu­dia­to i mec­ca­ni­smi. Gran­di aspet­ta­ti­ve per il pros­si­mo futu­ro si con­cen­tra­no, nell’ambito dell’oncologia fem­mi­ni­le, sul tumo­re ova­ri­co.

 

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I dati degli ulti­mi anni sul­la pre­va­len­za di sovrap­pe­so e obe­si­tà a livel­lo glo­ba­le sono estre­ma­men­te pre­oc­cu­pan­ti: quel­la che era con­si­de­ra­ta una epi­de­mia è ora descrit­ta come una pan­de­mia. Secon­do recen­ti dati, anche in Ita­lia il pro­ble­ma è lon­ta­no dall’essere risol­to, tut­ta­via la per­cen­tua­le di adul­ti sovrap­pe­so e obe­si è aumen­ta­ta solo leg­ger­men­te dal 2000 e negli ulti­mi anni si è sta­bi­liz­za­ta, rima­nen­do al di sot­to del­le pas­sa­te pro­ie­zio­ni: il sovrap­pe­so riguar­da il 40% del­la popo­la­zio­ne, l’obesità il 9.5% del­le don­ne e l’11.3% degli uomi­ni. Seb­be­ne uomi­ni e don­ne sia­no vul­ne­ra­bi­li all’obesità, l’incidenza, come pure gli effet­ti sul­la salu­te, varia­no con­si­de­re­vol­men­te rispet­to al gene­re; i fat­to­ri in gio­co sono nume­ro­si, pri­mo tra tut­ti il dimor­fi­smo ses­sua­le dell’adiposità (le don­ne han­no una quan­ti­tà tota­le di gras­so cor­po­reo supe­rio­re a quel­la degli uomi­ni e nell’età fer­ti­le accu­mu­la­no più gras­si nel tes­su­to sot­to­cu­ta­neo pre­va­len­te­men­te a livel­lo glu­teo-femo­ra­le, risul­tan­do più sen­si­bi­li all’obesità cosid­det­ta peri­fe­ri­ca) a cui si asso­cia­no fat­to­ri per­so­na­li, socio-eco­no­mi­ci e cul­tu­ra­li la cui miglior com­pren­sio­ne potreb­be ave­re inte­res­san­ti risvol­ti nell’applicazione cli­ni­ca oltre che nel­la pre­ven­zio­ne.

Secon­do i dati pro­dot­ti dal­la IASP in Occi­den­te cir­ca dodi­ci milio­ni di don­ne sof­fro­no di dolo­re cro­ni­co. Tra le cau­se più comu­ni si anno­ve­ra­no lom­bal­gia, cefalea/​emicrania, artro­si, artri­te reu­ma­toi­de; anche l’osteoporosi, fat­to­re di rischio per dolo­re osseo, è un pro­ble­ma emi­nen­te­men­te fem­mi­ni­le, così come la fibro­mial­gia. In ambi­to gine­co­lo­gi­co le cau­se di dolo­re cro­ni­co più comu­ni sono il dolo­re pel­vi­co, la disme­nor­rea e l’endometriosi. Le don­ne peral­tro dimo­stra­no, in ragio­ne del­le pro­prie carat­te­ri­sti­che di gene­re, una mag­gio­re sen­si­bi­li­tà al dolo­re che tro­va ragio­ne nel­le dif­fe­ren­ze fisio­lo­gi­che, gene­ti­che e ormo­na­li, oltre che in fat­to­ri psi­co-socia­li. Esi­sto­no dif­fe­ren­ze tra don­ne e uomi­ni anche in ter­mi­ni di rispo­sta ai trat­ta­men­ti anal­ge­si­ci così come di effet­ti col­la­te­ra­li ai far­ma­ci di più comu­ne impie­go, per que­sto nell’ambito del­la tera­pia del dolo­re e del­la ricer­ca scien­ti­fi­ca lega­ta ine­vi­ta­bil­men­te a essa, gran­de atten­zio­ne si pone oggi a trat­ta­men­ti più mira­ti che ten­ga­no in con­si­de­ra­zio­ne carat­te­ri­sti­che ed esi­gen­ze di gene­re.

La net­ta pre­va­len­za del­le pato­lo­gie autoim­mu­ni reu­ma­ti­che nel ses­so fem­mi­ni­le fa sì che esse eser­ci­ti­no una par­ti­co­la­re influen­za su mol­te­pli­ci aspet­ti del­la vita del­la don­na. In più, dal momen­to che l’attività di malat­tia risen­te del­le varia­zio­ni dei livel­li di ormo­ni che svol­go­no un ruo­lo fon­da­men­ta­le anche duran­te fasi cru­cia­li del­la vita del­la don­na, come lo svi­lup­po pube­ra­le, la gra­vi­dan­za, l’allattamento e la meno­pau­sa, que­ste pato­lo­gie han­no un note­vo­le impat­to sull’essere don­na. L’adozione di per­cor­si con­cre­ti e fun­zio­na­li e l’attivazione di una rete ope­ra­ti­va strut­tu­ra­ta tra medi­ci di medi­ci­na gene­ra­le e cen­tri spe­cia­liz­za­ti rap­pre­sen­ta­no le pri­me stra­te­gie da adot­ta­re per evi­ta­re inu­ti­li ritar­di dia­gno­sti­co-tera­peu­ti­ci e garan­ti­re alle pazien­ti l’accesso alle cure ade­gua­te. In par­ti­co­la­re si ren­de neces­sa­rio pro­muo­ve­re ser­vi­zi sani­ta­ri assi­sten­zia­li dedi­ca­ti a spe­ci­fi­che pato­lo­gie, qua­li le Lupus Cli­nic e le Ear­ly Arth­ri­tis Cli­nic, ad oggi pre­sen­ti in pochi cen­tri ospe­da­lie­ri di eccel­len­za.

Negli ulti­mi vent’anni osser­via­mo il pro­gres­si­vo svi­lup­po di una neu­ro­lo­gia dimor­fa che rivol­ge una spe­ci­fi­ca atten­zio­ne alle dif­fe­ren­ze tra gene­ri per quan­to riguar­da fat­to­ri di rischio, mani­fe­sta­zio­ni, rispo­sta al trat­ta­men­to nel­lo stu­dio del­le demen­ze e del­la malat­tia di Alz­hei­mer. Nel capi­to­lo sono discus­si tre fat­to­ri di rischio in rela­zio­ne al gene­re: il geno­ti­po rela­ti­vo all’apolipoproteina E (APOE), che rap­pre­sen­ta un fat­to­re bio­lo­gi­co non modi­fi­ca­bi­le ma che inte­ra­gi­sce con fat­to­ri modi­fi­ca­bi­li cor­re­la­ti al gene­re, il livel­lo di edu­ca­zio­ne e l’ovariectomia bila­te­ra­le. Una con­si­de­ra­zio­ne par­ti­co­la­re meri­ta il ruo­lo fem­mi­ni­le di care­gi­ver di fami­lia­re affet­to da demen­za; stu­di recen­ti sug­ge­ri­sco­no che le don­ne care­gi­ver per­ce­pi­sco­no un cari­co assi­sten­zia­le mag­gio­re rispet­to agli uomi­ni, anche in pre­sen­za di con­di­zio­ni degli assi­sti­ti con­fron­ta­bi­li.

 

I dati ita­lia­ni sono in linea con quel­li euro­pei in base ai qua­li un ter­zo del­le don­ne è sta­to vit­ti­ma di vio­len­za nel cor­so del­la pro­pria vita. Secon­do l’ultimo report pro­dot­to dall’ISTAT (2014), in Ita­lia sono 6 milio­ni e 788 mila le don­ne tra i 16 e i 70 anni che han­no subi­to vio­len­za, pari al 31.5%. Di que­ste, il 21% ha subi­to vio­len­za ses­sua­le, il 20.2% vio­len­za fisi­ca e il 5.4% for­me più gra­vi di vio­len­za ses­sua­le come stu­pri o ten­ta­ti stu­pri. L’impatto del­la vio­len­za sul­la salu­te è deva­stan­te: al di là dell’esito più gra­ve, quel­lo fata­le, esi­sto­no tan­tis­si­me con­se­guen­ze a cari­co del­la salu­te men­ta­le, fisi­ca e ripro­dut­ti­va oltre che pro­ble­ma­ti­che socio­re­la­zio­na­li e con­dot­te di abu­so. In con­si­de­ra­zio­ne del­la dif­fu­sio­ne capil­la­re del feno­me­no e del­la sua com­ples­si­tà, è fon­da­men­ta­le crea­re un model­lo d’intervento coor­di­na­to, mul­ti­di­sci­pli­na­re e inter-isti­tu­zio­na­le che rispon­da in modo arti­co­la­to e com­ple­to ai biso­gni del­le vit­ti­me, coin­vol­gen­do atti­va­men­te tut­ti gli ope­ra­to­ri e i ser­vi­zi inte­res­sa­ti.

 

Le don­ne sono sem­pre più pro­ta­go­ni­ste del mon­do del lavo­ro ma il per­cor­so ver­so un’effettiva e sostan­zia­le ugua­glian­za tra gene­ri è anco­ra lun­go. Con­ti­nua­no, infat­ti, a per­ma­ne­re dif­fe­ren­ze retri­bu­ti­ve e di pre­sta­zio­ne lavo­ra­ti­va tra gli uomi­ni e le don­ne, che ine­vi­ta­bil­men­te si riflet­to­no e, ancor più si riflet­te­ran­no, sui trat­ta­men­ti pre­vi­den­zia­li. La dif­fe­ren­za di red­di­to pen­sio­ni­sti­co tra uomi­ni e don­ne è pari al 41.4%; altro dato signi­fi­ca­ti­vo riguar­da la coper­tu­ra pen­sio­ni­sti­ca: tra le don­ne, 17 anzia­ne su 100 non rice­vo­no alcu­na for­ma di pen­sio­ne, men­tre, solo 4 uomi­ni su 100 si tro­va­no nel­la stes­sa situa­zio­ne. Le dif­fe­ren­ze di red­di­to sono dovu­te a con­di­zio­ni diver­se nel posto di lavo­ro, in par­ti­co­la­re, e nel mer­ca­to del lavo­ro, in sen­so gene­ra­le, ma un ruo­lo deter­mi­nan­te è anche gio­ca­to dal­la bas­sa offer­ta di ser­vi­zi pub­bli­ci per l’infanzia e la con­ci­lia­zio­ne dei tem­pi di vita e di lavo­ro. Un pro­ble­ma che inve­ste in modo deci­so pro­prio le don­ne che rico­pro­no il 72% del­le ore di lavo­ro di cura del­la cop­pia con figli. L’allungamento del­la vita lavo­ra­ti­va con con­tri­bu­ti ver­sa­ti nel­le cas­se pre­vi­den­zia­li sem­pre più incer­ti e comun­que ridot­ti a cau­sa del­la pre­ca­rie­tà, ren­de i lavo­ra­to­ri e soprat­tut­to le lavo­ra­tri­ci sem­pre più dipen­den­ti da un siste­ma pre­vi­den­zia­le che li obbli­ga a resta­re al lavo­ro anche in età avan­za­ta, con rischi cre­scen­ti per la loro salu­te e il loro equi­li­brio psi­co­fi­si­co. In que­ste con­di­zio­ni le fami­glie e in par­ti­co­la­re le don­ne han­no dovu­to far fron­te alla neces­si­tà, in una cor­sa con­ti­nua, di coniu­ga­re atti­vi­tà in con­tra­sto tra loro.

La dimen­sio­ne di gene­re in salu­te è uno dei para­me­tri basi­la­ri e asso­lu­ta­men­te non tra­scu­ra­bi­li nell’ambito dell’attività cli­ni­ca e del­la pro­gram­ma­zio­ne e orga­niz­za­zio­ne dell’offerta sani­ta­ria di ogni Pae­se, a garan­zia di una medi­ci­na sem­pre più per­so­na­liz­za­ta e basa­ta sul­la cen­tra­li­tà del pazien­te, cosid­det­ta gene­re-spe­ci­fi­ca. In quest’ottica, dal 2007, Onda attri­bui­sce i Bol­li­ni Rosa agli ospe­da­li “vici­ni alle don­ne” che offro­no ser­vi­zi dedi­ca­ti alla pre­ven­zio­ne, dia­gno­si e cura del­le prin­ci­pa­li pato­lo­gie fem­mi­ni­li, riser­van­do par­ti­co­la­re atten­zio­ne alle spe­ci­fi­che esi­gen­ze dell’utenza rosa. Il net­work attua­le è com­po­sto da 248 strut­tu­re dislo­ca­te sul ter­ri­to­rio nazio­na­le (www​.bol​li​ni​ro​sa​.it). L’esperienza matu­ra­ta in tan­ti anni con i Bol­li­ni Rosa ha dato gli spun­ti per avvia­re un pro­ces­so di “map­pa­tu­ra” del­le Resi­den­ze Sani­ta­rie Assi­sten­zia­li (RSA), dove oltre il 75% degli ospi­ti è rap­pre­sen­ta­to da don­ne, la mag­gior par­te in con­di­zio­ni di non auto­suf­fi­cien­za. L’obiettivo è pre­mia­re con i Bol­li­ni RosaAr­gen­to le strut­tu­re in pos­ses­so dei requi­si­ti neces­sa­ri per garan­ti­re non solo una gestio­ne effi­ca­ce e sicu­ra dell’ospite, ma anche un’assistenza uma­na e per­so­na­liz­za­ta (www​.bol​li​ni​ro​sar​gen​to​.it).

Nel­le don­ne, che sono le prin­ci­pa­li uti­liz­za­tri­ci di far­ma­ci, si regi­stra anche una mag­gio­re fre­quen­za di rea­zio­ni avver­se (cir­ca 1.7 vol­te), spes­so di gra­vi­tà mag­gio­re rispet­to agli uomi­ni e tal­vol­ta di tipo­lo­gia spe­ci­fi­ca. Le cau­se di que­ste dif­fe­ren­ze e l’impatto cli­ni­co che ne deri­va non sono anco­ra pie­na­men­te com­pre­si, ma senz’altro ruo­li chia­ve sono gio­ca­ti dal­le dif­fe­ren­ze bio­lo­gi­che, far­ma­co­ci­ne­ti­che e far­ma­co­di­na­mi­che tra gene­ri, non inda­ga­te a cau­sa del­la sot­to­rap­pre­sen­ta­zio­ne del­le don­ne nel­la spe­ri­men­ta­zio­ne cli­ni­ca e del poten­zia­le sovra­do­sag­gio. Pur con­si­de­ran­do un poten­zia­le bias dovu­to a una mag­gio­re atti­tu­di­ne alla medi­ca­liz­za­zio­ne da par­te del­le don­ne, altri fat­to­ri da anno­ve­ra­re sono la poli­te­ra­pia, l’invecchiamento e la mag­gio­re vul­ne­ra­bi­li­tà ver­so spe­ci­fi­che clas­si di far­ma­ci e, infi­ne, i fat­to­ri socio­cul­tu­ra­li. Per garan­ti­re l’accesso a far­ma­ci inno­va­ti­vi che con­tri­bui­sca­no a miglio­ra­re la salu­te fem­mi­ni­le, è neces­sa­rio incre­men­ta­re gli inve­sti­men­ti in pro­get­ti dedi­ca­ti alla pro­spet­ti­va di gene­re con lo sco­po di inda­ga­re le diver­se pro­prie­tà del­le fun­zio­ni, i fat­to­ri di rischio, le carat­te­ri­sti­che e le moda­li­tà di espres­sio­ne cli­ni­ca del­le pato­lo­gie, la respon­si­vi­tà ai trat­ta­men­ti e la pre­va­len­za del­le com­pli­can­ze, affin­ché la spe­ci­fi­ci­tà dei gene­ri pos­sa esse­re inda­ga­ta e decli­na­ta in oppor­tu­ni­tà di svi­lup­po e di salu­te. Per que­sto in Ita­lia, dal 2011, l’Agenzia Ita­lia­na del Far­ma­co (AIFA) ha isti­tui­to un Grup­po di lavo­ro dedi­ca­to ai far­ma­ci e al gene­re con l’obiettivo di stu­dia­re e valu­ta­re le tema­ti­che rela­ti­ve agli aspet­ti rego­la­to­ri e far­ma­co­lo­gi­ci del­la medi­ci­na di gene­re.

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