Delle Chiaie e della sua arte, per quel poco che ne so

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Di lui – Fausto delle Chiaie (n. 1944, nel video di copertina) – probabilmente si è già scritto in quantità. Sarà notissimo al mondo, ma per me è stata una scoperta graduale e sghemba.

La prima volta che l’ho visto ammetto di non averlo nemmeno notato, tanto è signorile e silenziosa la sua presenza. Nulla viene sbattuto in faccia. Non ci sono cartelli. Non ci sono colori brillanti e vibranti sul muro. Solo piccoli oggetti. Sembrano abbandonati ma è chiaro che qualcuno li ha organizzati in maniera armonica. Ci sono pure i cartellini. Ma se questo qualcuno c’è, si maschera bene tra i passanti, e la prima volta nemmeno mi accorgo che ci sia.

 

(Il laghetto è secco – Fausto Delle Chiaie)

 

La seconda volta che son passata di là – e ammetto di averci pensato nel frattempo a quella strana situazione: che erano quegli oggetti? a che servivano? erano in vendita? – ho quindi sbirciato con circospezione quegli oggetti. Poi sono ripassata ed ho letto con attenzione. Non ho toccato. Ho guardato e letto. Anche quella volta non ho fatto di più ma me ne sono andata, però con la consapevolezza che nel caos indistinto della città – tra tutta l’indifferenza della gente che passa di là e i numerosi turisti attratti da altro, che a volte si siedono proprio lì e forse manco li vedono quegli oggetti – quella “robaccia” dotata di cartellino esplicativo urlasse forte, non tanto per affermare la sua presenza, quanto per andare a solleticare quella curiosità, sollecitare un sorriso intelligente su una questione ovvia e sapientemente dibattuta da altri con tante tante parole, e che qui invece trova un commento semplice e chiaro.

La svastica che lascia una traccia sul marmo diventa un’“Opera trafugata”; e dei visi dipinti su piccole pietre immersi in una bacinella con l’acqua diventano i “Narcisi”. Si gioca con gli oggetti, tutti di materiale povero, alcuni trovati nella spazzatura, e si gioca con le parole e si lascia una traccia, un segno profondo nella testa del passante. Però pure quella volta me ne sono andata via, pensando. Il che al mondo d’oggi non è poi così poco.

 

(Opera trafugata – Fausto Delle Chiaie)

 

La terza volta non c’era nulla. Non è che passi di là tutti i giorni. Vivo distante. Non c’erano gli oggetti però, e questa assenza mi ha confermato che ci fosse qualcuno che pensa e che agisce, che dispone gli oggetti con un senso. Qualcuno che poi naturalmente se ne sta quieto a osservare la scena, ciò che accade, le reazioni.

 

(Narcisi – Fausto Delle Chiaie)

 

La quarta volta c’erano gli oggetti e già solo di lontano ho sorriso tra me e forse per essere certa di quello che avevo visto. Ho scattato, e ammetto anche questo, di nascosto qualche foto. Che la cosa lo offendesse? Che se la prendesse a male? Poi a lungo non sono passata più di là, ma non ho smesso di pensarci ed ho cercato di capire chi fosse a disporre quegli oggetti e cosa si nascondesse dietro la faccenda.

Ed ecco che un amico mi soffia un nome: Fausto Delle Chiaie. Inizialmente mi suona strano. Penso a quell’altro, al neo-fascista, di cui, ammetto, ricordavo solo il cognome (e come si può dimenticare?) e non il nome. Cerco e trovo. Mi si fissano per sempre i due nomi, che la differenza tra i due l’avevo già capita da tanto. Ma non solo perché uno si chiama Stefano e l’altro Fausto Delle Chiaie ma soprattutto perché Fausto è un artista. Un acuto osservatore della gente, della storia e della realtà. Un garbato uomo ironico che distribuisce in uno spazio enorme piccoli oggetti a cui dà forma di arte, un senso compiuto, una ragione d’essere nuova, assolutamente sconosciuta prima.

 

(Emporio Armani – Fausto Delle Chiaie)

 

Così l’“Emporio Armani” prende vita, con tanti oggetti del quotidiano anonimo che una firma può far diventare qualcosa di altro e per associazione ed assonanza mi richiama quel verso di De André: “Il Guttuso ancora da autenticare”. Fausto Delle Chiaie è anche un ironico critico d’arte che utilizza la sua arte per parlare garbatamente e giocare con l’arte contemporanea: il “Picasso a metà prezzo”, il “Modigliani di profilo”, il “Giacometti a pezzi”, sono solo alcune delle sue opere in mostra.

 

(Il Modigliani di profilo – Fausto Delle Chiaie)

 

E poi c’è la critica feroce ai tempi: un “tacco”, un portamonete da cui escono una serie di centesimi di euro che prendono la forma di croce, sono corredati dalla targhetta “In hoc signo vinces”; e la barca piena di uomini neri che vengono presi a scudisciate con l’indicazione “Sbarco in Sicilia”. E mi chiedo: cosa possa essere più street art di questa? Robaccia, pezzi di legno di qualità relativa, oggetti d’uso quotidiano persi per strada o gettati perché ormai inservibili che tornano alla vita attraverso un’idea d’arte, che già lo so è stata definita povera, ma che di povero non ha proprio nulla. Roba di strada che alla strada torna in maniera nobile.

E c’è pure il museo, il museo all’aperto di cui tanto si parla, è lì. Senza biglietto, fruibile da tutti. Tutti quelli che vogliono possono pure parlare con l’artista nel suo atelier, possono toccare gli oggetti, possono fare domande al custode, che risponde con competenza proprio come se fosse l’artista. E chi vuole può anche acquistare una cartolina, firmata di suo pugno dall’artista, e può anche spedirla perché è delle dimensioni esatte per non incappare nella sopra-tassa postale.

 

Così l’ultima volta che sono passata di là, che ormai lo conoscevo, poco ma a sufficienza, l’ho proprio cercato. Mi sono presentata, gli ho dato la mano. Mi sono rivolta a lui e dandogli del lei. Gli ho raccontato questa storia, com’è che lo conoscevo un poco mentre lui no, e ci siamo messi a parlare e mi ha spiegato e si è raccontato, almeno un po’.

 

(Fausto delle Chiaie accanto a “Lo chef consiglia: mezza porzione”)

 

Gli ho promesso che torno. E questa volta ho fatto una fotografia. Ma gli ho chiesto il permesso e l’ho fatta proprio a lui. E mi sento meglio a sapere che c’è un artista come Fausto delle Chiaie, che mi sembra incarni molto bene quello che De André diceva degli artisti: “L’artista è un anticorpo che la società si crea contro il potere. Se si integrano gli artisti, ce l’abbiamo nel culo!”.