Delle Chiaie e della sua arte, per quel poco che ne so

0
98
Download PDF

Di lui – Fau­sto del­le Chia­ie (n. 1944, nel video di coper­ti­na) – pro­ba­bil­men­te si è già scrit­to in quan­ti­tà. Sarà notis­si­mo al mon­do, ma per me è sta­ta una sco­per­ta gra­dua­le e sghem­ba.

La pri­ma vol­ta che l’ho visto ammet­to di non aver­lo nem­me­no nota­to, tan­to è signo­ri­le e silen­zio­sa la sua pre­sen­za. Nul­la vie­ne sbat­tu­to in fac­cia. Non ci sono car­tel­li. Non ci sono colo­ri bril­lan­ti e vibran­ti sul muro. Solo pic­co­li ogget­ti. Sem­bra­no abban­do­na­ti ma è chia­ro che qual­cu­no li ha orga­niz­za­ti in manie­ra armo­ni­ca. Ci sono pure i car­tel­li­ni. Ma se que­sto qual­cu­no c’è, si masche­ra bene tra i pas­san­ti, e la pri­ma vol­ta nem­me­no mi accor­go che ci sia.

 

(Il laghet­to è sec­co — Fau­sto Del­le Chia­ie)

 

La secon­da vol­ta che son pas­sa­ta di là – e ammet­to di aver­ci pen­sa­to nel frat­tem­po a quel­la stra­na situa­zio­ne: che era­no que­gli ogget­ti? a che ser­vi­va­no? era­no in ven­di­ta? – ho quin­di sbir­cia­to con cir­co­spe­zio­ne que­gli ogget­ti. Poi sono ripas­sa­ta ed ho let­to con atten­zio­ne. Non ho toc­ca­to. Ho guar­da­to e let­to. Anche quel­la vol­ta non ho fat­to di più ma me ne sono anda­ta, però con la con­sa­pe­vo­lez­za che nel caos indi­stin­to del­la cit­tà – tra tut­ta l’indifferenza del­la gen­te che pas­sa di là e i nume­ro­si turi­sti attrat­ti da altro, che a vol­te si sie­do­no pro­prio lì e for­se man­co li vedo­no que­gli ogget­ti – quel­la “robac­cia” dota­ta di car­tel­li­no espli­ca­ti­vo urlas­se for­te, non tan­to per affer­ma­re la sua pre­sen­za, quan­to per anda­re a sol­le­ti­ca­re quel­la curio­si­tà, sol­le­ci­ta­re un sor­ri­so intel­li­gen­te su una que­stio­ne ovvia e sapien­te­men­te dibat­tu­ta da altri con tan­te tan­te paro­le, e che qui inve­ce tro­va un com­men­to sem­pli­ce e chia­ro.

La sva­sti­ca che lascia una trac­cia sul mar­mo diven­ta un’“Opera tra­fu­ga­ta”; e dei visi dipin­ti su pic­co­le pie­tre immer­si in una baci­nel­la con l’acqua diven­ta­no i “Nar­ci­si”. Si gio­ca con gli ogget­ti, tut­ti di mate­ria­le pove­ro, alcu­ni tro­va­ti nel­la spaz­za­tu­ra, e si gio­ca con le paro­le e si lascia una trac­cia, un segno pro­fon­do nel­la testa del pas­san­te. Però pure quel­la vol­ta me ne sono anda­ta via, pen­san­do. Il che al mon­do d’oggi non è poi così poco.

 

(Ope­ra tra­fu­ga­ta — Fau­sto Del­le Chia­ie)

 

La ter­za vol­ta non c’era nul­la. Non è che pas­si di là tut­ti i gior­ni. Vivo distan­te. Non c’erano gli ogget­ti però, e que­sta assen­za mi ha con­fer­ma­to che ci fos­se qual­cu­no che pen­sa e che agi­sce, che dispo­ne gli ogget­ti con un sen­so. Qual­cu­no che poi natu­ral­men­te se ne sta quie­to a osser­va­re la sce­na, ciò che acca­de, le rea­zio­ni.

 

(Nar­ci­si — Fau­sto Del­le Chia­ie)

 

La quar­ta vol­ta c’erano gli ogget­ti e già solo di lon­ta­no ho sor­ri­so tra me e for­se per esse­re cer­ta di quel­lo che ave­vo visto. Ho scat­ta­to, e ammet­to anche que­sto, di nasco­sto qual­che foto. Che la cosa lo offen­des­se? Che se la pren­des­se a male? Poi a lun­go non sono pas­sa­ta più di là, ma non ho smes­so di pen­sar­ci ed ho cer­ca­to di capi­re chi fos­se a dispor­re que­gli ogget­ti e cosa si nascon­des­se die­tro la fac­cen­da.

Ed ecco che un ami­co mi sof­fia un nome: Fau­sto Del­le Chia­ie. Ini­zial­men­te mi suo­na stra­no. Pen­so a quell’altro, al neo-fasci­sta, di cui, ammet­to, ricor­da­vo solo il cogno­me (e come si può dimen­ti­ca­re?) e non il nome. Cer­co e tro­vo. Mi si fis­sa­no per sem­pre i due nomi, che la dif­fe­ren­za tra i due l’avevo già capi­ta da tan­to. Ma non solo per­ché uno si chia­ma Ste­fa­no e l’altro Fau­sto Del­le Chia­ie ma soprat­tut­to per­ché Fau­sto è un arti­sta. Un acu­to osser­va­to­re del­la gen­te, del­la sto­ria e del­la real­tà. Un gar­ba­to uomo iro­ni­co che distri­bui­sce in uno spa­zio enor­me pic­co­li ogget­ti a cui dà for­ma di arte, un sen­so com­piu­to, una ragio­ne d’essere nuo­va, asso­lu­ta­men­te sco­no­sciu­ta pri­ma.

 

(Empo­rio Arma­ni — Fau­sto Del­le Chia­ie)

 

Così l’“Emporio Arma­ni” pren­de vita, con tan­ti ogget­ti del quo­ti­dia­no ano­ni­mo che una fir­ma può far diven­ta­re qual­co­sa di altro e per asso­cia­zio­ne ed asso­nan­za mi richia­ma quel ver­so di De André: “Il Gut­tu­so anco­ra da auten­ti­ca­re”. Fau­sto Del­le Chia­ie è anche un iro­ni­co cri­ti­co d’arte che uti­liz­za la sua arte per par­la­re gar­ba­ta­men­te e gio­ca­re con l’arte con­tem­po­ra­nea: il “Picas­so a metà prez­zo”, il “Modi­glia­ni di pro­fi­lo”, il “Gia­co­met­ti a pez­zi”, sono solo alcu­ne del­le sue ope­re in mostra.

 

(Il Modi­glia­ni di pro­fi­lo — Fau­sto Del­le Chia­ie)

 

E poi c’è la cri­ti­ca fero­ce ai tem­pi: un “tac­co”, un por­ta­mo­ne­te da cui esco­no una serie di cen­te­si­mi di euro che pren­do­no la for­ma di cro­ce, sono cor­re­da­ti dal­la tar­ghet­ta “In hoc signo vin­ces”; e la bar­ca pie­na di uomi­ni neri che ven­go­no pre­si a scu­di­scia­te con l’indicazione “Sbar­co in Sici­lia”. E mi chie­do: cosa pos­sa esse­re più street art di que­sta? Robac­cia, pez­zi di legno di qua­li­tà rela­ti­va, ogget­ti d’uso quo­ti­dia­no per­si per stra­da o get­ta­ti per­ché ormai inser­vi­bi­li che tor­na­no alla vita attra­ver­so un’idea d’arte, che già lo so è sta­ta defi­ni­ta pove­ra, ma che di pove­ro non ha pro­prio nul­la. Roba di stra­da che alla stra­da tor­na in manie­ra nobi­le.

E c’è pure il museo, il museo all’aperto di cui tan­to si par­la, è lì. Sen­za bigliet­to, frui­bi­le da tut­ti. Tut­ti quel­li che voglio­no pos­so­no pure par­la­re con l’artista nel suo ate­lier, pos­so­no toc­ca­re gli ogget­ti, pos­so­no fare doman­de al custo­de, che rispon­de con com­pe­ten­za pro­prio come se fos­se l’artista. E chi vuo­le può anche acqui­sta­re una car­to­li­na, fir­ma­ta di suo pugno dall’artista, e può anche spe­dir­la per­ché è del­le dimen­sio­ni esat­te per non incap­pa­re nel­la sopra-tas­sa posta­le.

 

Così l’ultima vol­ta che sono pas­sa­ta di là, che ormai lo cono­sce­vo, poco ma a suf­fi­cien­za, l’ho pro­prio cer­ca­to. Mi sono pre­sen­ta­ta, gli ho dato la mano. Mi sono rivol­ta a lui e dan­do­gli del lei. Gli ho rac­con­ta­to que­sta sto­ria, com’è che lo cono­sce­vo un poco men­tre lui no, e ci sia­mo mes­si a par­la­re e mi ha spie­ga­to e si è rac­con­ta­to, alme­no un po’.

 

(Fau­sto del­le Chia­ie accan­to a “Lo chef con­si­glia: mez­za por­zio­ne”)

 

Gli ho pro­mes­so che tor­no. E que­sta vol­ta ho fat­to una foto­gra­fia. Ma gli ho chie­sto il per­mes­so e l’ho fat­ta pro­prio a lui. E mi sen­to meglio a sape­re che c’è un arti­sta come Fau­sto del­le Chia­ie, che mi sem­bra incar­ni mol­to bene quel­lo che De André dice­va degli arti­sti: “L’artista è un anti­cor­po che la socie­tà si crea con­tro il pote­re. Se si inte­gra­no gli arti­sti, ce l’abbiamo nel culo!”.

 

Download PDF