È in una delle città-stato etrusche, Veio, che dobbiamo ora spostarci.

Perché Veio nella storia della Magliana ricopre un ruolo speciale.

Veio è la città più meridionale della confederazione etrusca, separata dai vicini popoli proto-latini dal corso del fiume Tevere.

Sorge dopo il 940 a.C., su un altopiano a picco sul torrente Crèmera, affluente di destra del Tevere. Il suo aspetto iniziale non deve essere diverso da quello dei villaggi dell’Età del bronzo: capanne circolari o ellittiche, e poco altro.

Dalla fine dell’VIII secolo a.C. Veio comincia la sua espansione territoriale.

Consolida il suo dominio sull’intera riva destra del fiume Tevere, che diventa la Ripa Veiens, la “riva veientana”. Il suo dominio  si estende dall’altopiano di Veio fino alla foce del Tevere e lo stagno di Maccarese.

Più o meno a metà strada, lungo il corso del Tevere, Veio fonda uno strategico avamposto militare, in cima al monte Gianicolo, da cui controlla a vista i movimenti dei bellicosi proto-latini.

Tra Veio, il Gianicolo e la laguna costiera è presente una fitta distesa boschiva.

Dal mondo latino ci è pervenuto il suo nome: la chiamano Silva Mœsia, l’impenetrabile “bosco di mezzo”.

Nella Silva Mœsia Veio ha fondato una maglia di insediamenti intermedi: piccoli villaggi con a capo gruppi di aristocratici provenienti dalla capitale. Non ci sono giunti i loro nomi, ma di alcuni di essi abbiamo trovato le evidenze archeologiche, attraverso quattro grandi necropoli, ritrovate sulla vie Trionfale, Cassia, Cornelia e Aurelia.

Veio deve avere inoltre anche un avamposto a presidio di un porto interno, affacciato sulla laguna di Maccarese, da cui presiede ai processi di estrazione del sale.

Gli stagni costieri infatti hanno assunto via via una importanza strategica nell’economia di Veio. Adesso non ci si accontenta più che Madre Natura faccia il suo corso, e il sale evapori da sé. Gli stagni vengono suddivisi artificialmente in vasche rettangolari dai bassi fondali, separate da muretti.

È iniziata la produzione estensiva del sale.

Tutti nel Lazio hanno bisogno del sale. E Veio è la sola a produrlo in quantità apprezzabili. Il sale diventa così il prezioso “oro bianco”, richiestissimo dalle città confederate etrusche, dagli emergenti popoli latini e dagli italici dell’entroterra appenninico.

Per lo smercio del  sale Veio dispone di una rotta naturale: la risalita del corso del fiume Tevere. Il sale viene caricato a bordo di chiatte fluviali. Dalla riva destra, con lunghe corde, le trainano coppie di buoi, mentre navigatori esperti, con l’aiuto di pertiche, tengono le chiatte alla giusta distanza dalla riva.

Nel tempo, il passaggio dei bovini genera un sentiero battuto, una sorta di “tratturo” che segue passo passo l’andamento del Tevere, con i suoi sinuosi meandri: è la via del sale.

Gli studiosi chiamano oggi questa percorrenza consuetudinaria con il nome di Battuto Campano, dalla parola latina campus, che identifica le saline. Il battuto campano non è ancora propriamente una “strada”, come la intendiamo oggi: è un largo sentiero carrabile, che collega stabilmente le saline con l’Isola Tiberina, dove è presente un guado naturale del Tevere.