La richiesta di passaggio inoffensivo è un inganno, si capisce subito. I tedeschi sono fulminei: si impossessano dei due ex caposaldi e occupano anche la caser ma del Genio militare, su via del Trullo.

Innocenzo Testa, aggregato civile del Genio, assiste impassibile all’ingresso dei nuovi padroni. Testa è un uomo conosciuto e stimato, originario del borgo mon tano di Morrea (L’Aquila), dove è stato il maestro elementare. È sopravvissuto al terremoto della Marsica e ha visto il borgo sfiorire e spopolarsi, finché nel 1934 se ne è andato via anche lui, impiegandosi come contabile al Genio. Innocenzo capisce subito che la permanenza dei tedeschi non sarà né breve né indolore: potrebbe mettersi al loro servizio ma non se la sente Rac coglie le sue cose e avvisa i familiari di prepararsi al viaggio: si torna a Morrea.

Il terrore lo assale, quando scopre che l’ultimo dei cinque figli, Giuseppe, è introvabile. Giuseppe è un ragazzino sensibile, smagrito, chiamato affettuosa mente Peppino. È nato nel 1924 e si è diplomato ragioniere al Quintino Sella. Anche lui lavora al Genio come contabile. Al padre dicono di averlo visto mon tare su un camion, insieme ai granatieri di Sardegna. Innocenzo è preoccupato,

lacrima scende silenziosa. Capisce che suo figlio ha scelto di imbracciare le armi. Innocenzo Testa parte senza di lui.

Anche altri giovani in quelle ore fanno la loro scelta. Il 22enne Antonio Poz zi, vicebrigadiere dei carabinieri, con il 19enne Raffaele Pinto, rimangono alla borgata Magliana, a presidiare la stazione dei carabinieri. I militari germanici sfilano davanti l’ingresso, con sguardo di sfida.

Co       mbrunire, sul ponte della Magliana, la battaglia si riaccende.

I tedeschi lanciano un attacco in forze sulla via Ostiense, per aprirsi la strada verso il centro città. Sotto forte Ostiense i granatieri oppongono una fiera re sistenza a colpi di fucile 91 e raffiche di fucile mitragliatore. Contemporanea mente i tedeschi attaccano anche la cittadella dell’E42, per aprirsi un secondo varco lungo la via Laurentina. I combattimenti vanno avanti per tutta la notte.

Alle 5:50 del mattino le artiglierie tedesche, piazzate sul tetto del Palazzo del la Civiltà italiana, iniziano il cannoneggiamento del bastione centrale di forte Ostiense. Dentro la struttura militare, oltre ai granatieri di presidio, ci sono anche 400 bambini del brefotrofio Gaetano Giardino, affidati alle cure di don Pietro Occelli e di 35 suore francescane di Sant’Anna. Alle 6:40 c’è un secondo attacco tedesco lungo la via Ostiense. Lo scontro è accesissimo: lo slancio degli allievi carabinieri sarà decisivo per respingerlo.

Alle sette alcuni paracadutisti tedeschi armati di lanciafiamme incendiano il bre fotrofio Giardino, mentre altri paracadutisti penetrano dentro forte Ostiense.

Mentre l’incendio divampa e si estende al forte, avviene un episodio racca pricciante. Suor Teresina è adibita al doloroso compito di ricomporre le salme nella camera mortuaria. Un invasore irrompe e incomincia a depredare i ca daveri. Suor Teresina lo affronta a mani nude, poi afferra una pesante croce in ottone e la brandisce, con furia disperata e sacrilega. Il tedesco fugge ma Suor T esina morirà poco dopo.

L’incendio adesso è indomabile. Si teme che la riservetta delle polveri possa saltare in aria. Si prende la decisione di evacuare tutti, prima che avvenga l’irre parabile. Don Occelli esce per primo issando bandiera bianca, portando subito fuori gli orfani. Solo dopo escono i granatieri. La posizione è persa.

Nella mattinata gli scontri proseguono nel vicino abitato della Montagnola sulla via Laurentina. I carri tedeschi riprendono l’Ostiense e si aprono il passo verso Porta San Paolo.

Qui i tedeschi troveranno una resistenza fierissima. Le forze italiane si sono radunate e combattono con eroismo, affiancate da un numero consistente di ci vili. Tra i tanti accorsi, ci sono anche i coniugi Monaco con Sandro Pertini: quest’ultimo, rimasto senza munizioni, scaglia pietre.

Alle cinque del pomeriggio arriva la notizia che le forze regolari italiane hanno firmato la resa. L’indomani Roma si sveglierà occupata, in un silenzio spettrale.

Passano quaranta giorni. Il vicebrigadiere Antonio Pozzi e il collega Raffaele Pinto presidiano con coraggio la stazione dei carabinieri. Il 20 ottobre i militari germa nici irrompono nella caserma e iniziano a depredarla di ogni cosa. Dalle finestre, Pozzi e Pinto riconoscono due concittadini che attendono fuori. Sono “collaborazio nisti”: hanno guidato i tedeschi alla caserma, istigando la razzia. Nelle ore succes sive Pozzi e Pinto affrontano i due collaborazionisti: la lite è infuocata.

La cosa, sul momento, sembra finire lì. E invece tre giorni dopo arriva la rappre saglia. Al comando germanico è giunta una delazione, che accusa i due ca rabinieri di detenere un arsenale clandestino L accusa è inventata ma ormai la macchina della repressione è avviata. Il 23 ottobre i tedeschi irrompono una seconda volta nella caserma e arrestano i due carabinieri.

Pozzi finisce a Palazzo Braschi, nelle mani di una feroce banda di torturato ri. Subisce oltraggi terribili, per giorni senza fine. Il 9 dicembre il tribunale di guerra lo condanna a morte. La fucilazione avviene a forte Bravetta. A Pozzi viene riservata un’ultima umiliazione: se griderà “Viva il Duce!” avrà salva la vita. “Uccidetemi pure ― risponde il vicebrigadiere ―. Ho prestato un solo giura mento e lo manterrò fino alla morte”. Al suo fianco ritrova Pinto. Una scarica di piombo falcia entrambi alle 9:40 del mattino del 31 dicembre 1943.


(aggiornato il 25 Giugno 2021)


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