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Il Cascinone, nucleo centrale del moderno Ospedale dei Cavalieri di Malta, è citato dal cronachista romano Stefano Infessura, in una narrazione relativa all’anno 1492. Il reporter della Corte papale Infessura riferisce il famoso episodio della «bombardam grossam», avvenuto nei pressi del fabbricato rinascimentale, attiguo al Castello della Magliana con l’originaria funzione di scuderia e sede della guarnigione militare del castello.

Succede che Papa Alessandro VI Borgia, da poco eletto al Soglio di Pietro, si reca alla Magliana, per prendere possesso della proprietà del Palatium Sancti Johannis, che non ha mai visitato prima di allora. La Guardia Svizzera di stanza alla Magliana, che alloggia nell’austero fabbricato del Cascinone, intravisto a distanza l’avvicinarsi del convoglio papale, lo accoglie festante con colpi di cannone a salve. L’Infessura definisce questi colpi con le parole latine «bombardam grossam». Papa Alessandro non coglie però il messaggio di letizia proveniente dalle cannonate, e al contrario le scambia per un’imboscata del rivale di sempre, il cardinale Giuliano della Rovere. Racconta l’Infessura che il pontefice, udite le cannonate, fuggì a gambe levate, e tra l’altro alla Magliana, memore dell’episodio, non fece mai più ritorno.

L’eterna rivalità tra Papa Alessandro, del casato spagnolo dei Borgia, e l’antagonista Giuliano, del casato dei Della Rovere, va raccontata. Giuliano è da sempre il “delfino” di Papa Sisto e il suo successore designato già quando Papa Sisto è ancora in vita. Papa Sisto era morto nel lontano 1484: durante il conclave Giuliano aveva tentato, senza riuscirvi, l’assalto alla tiara pontificia, dovendo poi ripiegare sul sostegno a Innocenzo VIII, che si sapeva essere anziano e non in perfetta salute. Quando, nel 1492, Papa Innocenzo muore, Giuliano entra in conclave che è praticamente «già papa». È in quest’anno che nasce la rivalità con Rodrigo Borgia, che gli soffia il titolo papale a suon di ducati. Inevitabilmente tra i due lo scontro diventa militare: Giuliano si asserraglia nel Castello di Ostia e lo spagnolo non gli dà tregua. Per questo la Magliana, in mezzo tra Roma e Ostia, era considerata da Papa Borgia un posto così pericoloso. Comunque, tra i due sembra avere la meglio inizialmente Papa Borgia: Giuliano fugge da Ostia, ripara in Francia e poi ritorna in Italia, con a fianco gli eserciti di Carlo VIII di Francia, diretto a Roma. Ma Papa Borgia, ancora una volta, gliela fa sotto il naso: si accorda segretamente coi francesi perché se ne vadano da Roma, portandosi via, oltre che bauli pieni di ducati, anche Giuliano. Giuliano non potrà tornare a Roma che dopo la morte del papa spagnolo, per il conclave del 1503. Anche il terzo conclave gli va male: e Giuliano ripiega sul sostegno all’anziano e malaticcio cardinal Piccolomini, che infatti muore in meno di un mese.

L’Ospedale dei Cavalieri di Malta alla Magliana viene realizzato a partire dal 1959, su progetto architettonico di Julio Lafuente. I corpi architettonici di Lafuente si innestanto, con la costruzione di una nuova lunga ala, sul preesistente Cascinone.

Il 2 dicembre 2007 papa Benedetto XVI visita l’Unità di risveglio dell’ospedale, intitolato a San Giovanni Battista. È la prima uscita pubblica del Santo Padre, dopo l’enciclica Spe salvi, e, durante la messa con i degenti, nell’omelia, il pontefice spiega il nuovo testo, in una lectio magistralis sulla speranza cristiana. È l’unica lectio magistralis che sia mai avvenuta alla Magliana. Il Santo Padre è accolto dal gran maestro Fra’ Andrew Bertie, il cardinal vicario Ruini, gli ausiliari Tuzia e Brambilla, il cardinal patrono dello SMOM Laghi. Un ammalato gli rivolge gli indirizzi di saluto, cui Papa Benedetto replica: «Porgo il saluto più affettuoso a voi, cari malati, e ai vostri familiari, che con voi condividono ansie e speranze. Nella prova e nella malattia Dio ci visita misteriosamente e, se ci abbandoniamo alla sua volontà, possiamo sperimentare la potenza del suo amore».

Nella tensostruttura Ratzinger celebra la liturgia della prima domenica d’Avvento, «tempo di speranza». E spiega: «Alla speranza cristiana ho dedicato la mia seconda enciclica. Essa inizia con le parole rivolte da S. Paolo ai Romani: Spe salvi facti sumus, nella speranza siamo stati salvati» (8, 24); vorrei profittare della mia visita alla Magliana per consegnare idealmente l’enciclica alla comunità cristiana di Roma». La «Spe salvi» si compone di 77 pagine in 8 capitoli, in cui si supera la «Fides et ratio» di Giovanni Paolo II (1998) alla luce della «lectio magistralis» di Ratisbona (2006). In Germania Ratzinger aveva detto che «agire contro la ragione è in contraddizione con la natura di Dio»; con la Spe salvi chiarisce che tuttavia «la ragione, da sola, è insufficiente a raggiungere Dio». La ragione è una «piccola speranza».

«Nell’Enciclica scrivo che noi tutti abbiamo bisogno delle speranze – più piccole o più grandi – che, giorno per giorno, ci mantengono in cammino. Ma senza la ‘grande speranza’, che deve superare tutto il resto, esse non bastano. Questa grande speranza può essere solo Dio, che abbraccia l’universo e che può donarci ciò che, da soli, non possiamo raggiungere». Il senso dell’enciclica è già contenuto nel preambolo «La fede è speranza», nel quale si afferma che il messaggio cristiano è «più forte di ogni schiavitù», ma Cristo non è venuto per spezzare le catene materiali, ma quelle dello spirito. Si cita una santa poco nota, la piccola schiava Giuseppina Bakhita: prigioniera, eppure libera nell’amore di Dio: «fatta salva con la speranza».

Dopo un capitolo di taglio scritturistico – la speranza nel Vangelo, nella Chiesa primitiva (S. Gregorio Nazianzeno), medievale (Tommaso d’Aquino) e riformata (Lutero) – si passa alla «speranza della vita eterna». I cristiani, dice Ratzinger, hanno come tratto distintivo quello di «avere un futuro», anche nelle sofferenze più atroci e nelle condizioni più avverse: «Non è che sappiano nei particolari ciò che li attende, ma sanno nell’insieme che la loro vita non finisce nel vuoto». Il dolore magnifica la speranza: «Se la sofferenza, retaggio dell’umana natura, diventa talora quasi insopportabile, la sofferenza con l’avvento del Salvatore – senza cessare di essere sofferenza – diventa nonostante tutto canto di lode».

La Spe salvi contiene una confutazione dell’individualismo all’interno del pensiero cristiano (citando i teologi De Lubac, Bernardo di Chiaravalle, Sant’Agostino e San Benedetto). Dice ai degenti, con veemenza, citando Paolo: «È ormai tempo di svegliarvi dal sonno! è tempo di convertirsi, di destarsi dal letargo del peccato! ». E ammonisce, citando Matteo: «Che non vi succeda quel che avvenne al tempo di Noè, quando gli uomini mangiavano e bevevano spensieratamente e furono colti impreparati dal diluvio!». Il nucleo centrale e più discusso dell’enciclica attacca duramente le «ideologie forti» del pensiero moderno: illuminismo, socialismo, comunismo ed evoluzionismo. In «La speranza nel tempo moderno» si confutano i filosofi Bacone, Kant ed Engels: «la scienza non è fonte della verità», dice Ratzinger, «non è la scienza che redime l’uomo», «la ragione non può essere unica guida dell’agire umano». è illusorio, afferma, credere nella possibilità di realizzare il ‘paradiso in terra’, un mondo perfetto retto dalla scienza e da una politica scientificamente fondata: quanti hanno cercato di farlo hanno lasciato dietro di sé una distruzione desolante. In «Fisionomia della speranza» si confutano i filosofi Marx, Lenin e Adorno: le leggi della materia e dell’evoluzione non governano il mondo, dice il Papa, la cui «ultima istanza» è «un Dio personale», costituito di Ragione, Volontà, Amore.

La parte finale contiene meditazioni teologiche sulla preghiera (si citano il cardinal Van Thuan, Horkheimer, Dostoevskij e Platone) e l’enciclica si chiude con una invocazione mariana. Proprio alla Madonna, che chiama «Vergine dell’attesa», Ratzinger dedica la conclusione dell’omelia, chiedendone la benedizione su «malati, familiari e quanti lavorano nell’ospedale e nell’Ordine di Malta». Il papa distribuisce personalmente l’ostia. Dopo la celebrazione saluta la comunità ospedaliera e visita i reparti dell’Unità di risveglio. Il reparto è specializzato nell’assistenza e cura dei traumatizzati cranio-encefalici. La struttura, inaugurata nel 2000, ha 65 posti, 15 per pazienti in stato vegetativo e 50 per coloro «che si stanno progressivamente risvegliando».

Il Ponte Morandi è più antico ponte sospeso di Roma, ed è l’unico ponte sospeso a tracciato curvilineo. Esso non nasce tuttavia da una pianificazione, ma da una frana occorsa durante i lavori per la costruzione della Statale 201, oggi autostrada Roma Fiumicino.

Nel 1959 viene aperta al traffico la nuova Strada statale 201, tra Roma e l’Aeroporto intercontinentale Leonardo da Vinci di Fiumicino. Appena cinque anni dopo, nel 1964, la Statale è investita da nuovi ingenti lavori, finalizzati a trasformarla in una moderna autostrada. La Statale 201 si presenta allora sostanzialmente suddivisa in due parti: la parte tra il Raccordo e l’Aeroporto, a tracciato rettilineo e tutto in pianura, somiglia ad un’autostrada già dal 1959; per la parte interna, tra il GRA e il Ponte della Magliana, il tracciato è dovuto invece scendere a compromessi con la città già in parte urbanizzata, con il corso sinuoso del Tevere, con la massicciata della ferrovia, e con un’orografia complessa, caratterizzata dai rilievi collinari di Monte delle Piche in forte pendìo. È proprio su questo tratto interno, che assume il nome tecnico di «troncone di penetrazione urbana», che si concentrano le opere maggiori e sono impegnati progettisti di altissimo livello.

Nella primavera 1965 il cantiere procede speditamente, in particolare fra i km 3 e 4 in località Ansa della Magliana, tra la Ferrovia Roma-Pisa e la riva del Tevere, tratto del quale si conosce la particolare franosità. Proprio per superare le carenze del terreno, in quel tratto l’ingegner Riccardo Morandi (1902-1989) sta realizzando un imponente viadotto lungo 640 metri, sorretto da «terne di pali piantate in profondità», alla distanza di 16 m l’una dall’altra, per complessive 40 luci. Dal 28 giugno 1965 tuttavia, al km 3,083, si verifica improvvisa una frana di particolare forza e durata, anche se il suo avanzamento è piuttosto lento e non crea né vittime né feriti. Per dieci giorni infatti i movimenti di terra sono continui e inarrestabili, e sembrano non finire mai. A dieci giorni di distanza è presente un fronte di frana esteso circa 200 metri che investe a pieno il tratto di viadotto in costruzione. Tra le conseguenze più evidenti della frana c’è che il collettore fognario del Trullo risulta inservibile; e anche il traliccio dell’alta tensione pencola.

Sin dai primi rilievi risulta inoltre evidente che alcuni piloni del viadotto hanno «abbandonato la posizione»: la frana li ha cioè spostati, e sono quindi inutilizzabili. A quel punto l’ANAS decide di sospendere i lavori, e incarica un geologo, il Professor Petrucci di Palermo, di studiare l’accaduto, per poter in seguito studiare un’appropriata soluzione ingegneristica. Un aneddoto racconta che in quei giorni, incurante del pericolo, nel cantiere ormai deserto si aggira il giovane regista Pier Paolo Pasolini, con tutta la sua troupe, per alcune riprese del film «Uccellacci e uccellini». La sequenza del «cammino verso la modernità», in cui un giovanissimo Ninetto Davoli e un ormai anziano Totò camminano insieme lungo un’autostrada in costruzione, è stato girato proprio là.

Nel frattempo il professor Petrucci completa lo studio, e comunica all’ANAS dati allarmanti: la frana ha provocato uno scivolamento del terreno di 3 metri. Il Professore individua la causa della frana in una «polla», cioè una piccola sorgente perenne, situata a monte del terrapieno della ferrovia: questa polla, disperdendosi sotto la massicciata della ferrovia, nel tempo ha creato gallerie, vuoti e caverne.

Con in mano i risultati del Professor Petrucci, l’ANAS incarica l’ing. Riccardo Morandi (1902-1989) di porre rimedio alla frana del 28 giugno 1965 sul viadotto allora in costruzione. Morandi riconosce da subito che non è possibile recuperare le opere realizzate lungo il fronte di frana, e propone all’ANAS due possibili soluzioni: demolire e ricostruire il tratto rovinato, impiegando il medesimo schema costruttivo delle terne di pali impiantate a grande profondità; oppure «scavalcare» interamente la frana con un ponte sospeso ad unica luce. L’ANAS sceglie la seconda soluzione, riconoscendola da subito come la più ambiziosa, finora mai tentata a Roma, ma come l’unica in grado di risolvere i problemi di quella collina inquieta, i cui movimenti avrebbero potuto in futuro tornare a replicarsi.

L’ingegner Riccardo Morandi realizza quindi un progetto di un ponte che poggia le sue fondazioni esternamente all’area di frana, ad una profondità di 53 metri, dove si trova uno strato di argille resistenti in grado di sostenere l’opera. L’impalcato – della lunghezza di 145 m, posto ad un’altezza di appena 5 metri dal suolo – è costituito da due travate curvilinee in calcestruzzo precompresso, unite con una «cerniera Gerber». Su uno degli estremi di fondazione si innalza un telaio verticale i cui piedritti sono spessi 4 m. Dalla sommità del telaio partono sia i «tiranti di sospensione», composti di cavi di acciaio ad altissima resistenza, ricoperti di calcestruzzo precompresso, che i «tiranti di ancoraggio», che vincolano la struttura a due grandi contrappesi, costituiti ciascuno da un cassone in cemento armato riempito di materiali inerti.

Le opere del viadotto sono completate nel 1967. Come da consuetudine Anas, il viadotto non ha di norma un’intitolazione propria, ma è indicato nei pannelli con il nome del toponimo che supera – in questo caso «Ansa della Magliana» – seguito dalla lunghezza lineare dell’opera. Due anni dopo, nel 1969, i cantieri di trasformazione della Statale 201 in autostrada sono conclusi, e la strada acquista la denominazione ufficiale di «Autostrada A91». È utile anche ricordare che altri interventi, per consolidare il vicino collettore fognario del Trullo, interessato dalla stessa frana, porteranno in seguito alla scoperta archeologica del «Balneum degli Arvali», un impianto termale di 18 secoli prima, alimentato con probabilità in origine da quella stessa polla che era stata causa della frana.

Dal 1986 il viadotto è intitolato all’ingegner Franco della Scala, direttore del Centro sperimentale Anas di Cesano, vittima dell’attentato terroristico che colpì il 27 dicembre 1985 l’Aeroporto di Fiumicino. L’azione fu perpetrata da un commando di quattro uomini armati del gruppo palestinese di Abu Nidal. Dopo aver gettato bombe a mano, i terroristi aprirono il fuoco con raffiche di mitra sui passeggeri in coda al check-in delle compagnie aeree El Al (israeliana) e TWA (americana), scegliendo le loro vittime in maniera casuale. Nell’attacco vi furono dieci vittime, cui si aggiunsero tre dei quattro terroristi, uccisi dalle guardie della sicurezza aeroportuale (il capo del commando fu catturato). Dalle cronache de la Repubblica[1] leggiamo questo ritratto di Della Scala e del dolore composto dei suoi familiari:

 

I parenti, gli amici, i conoscenti rispondono a monosillabi, non si dilungano, ma trovano la forza per confermare: sì quel nome è tra i morti. Come se dopo tante tragedie la gente avesse imparato a essere gentile, ma laconica […]. È tra i morti Franco della Scala, un ingegnere di Roma di 57 anni che lavorava per l’Anas. L’ uomo è uscito ieri dalla sua casa in partenza per New York. Era accompagnato dalla moglie Margherita e dai tre figli, Monica, Albertina e Vincenzo, che nell’attentato è rimasto leggermente ferito. A rispondere al telefono è la sorella dell’ingegnere: “Non sappiamo ancora con certezza se sia lui. Il nome lo abbiamo saputo attraverso un giro di telefonate tra parenti, amici e conoscenti. Forse sarà un omonimo”. In serata invece arrivava la conferma.

 

Per un certo periodo dunque il viadotto fu preceduto dal pannello «F. della Scala»; poi per qualche motivo il pannello si perse e non venne mai più riposizionato, facendo perdere memoria dell’intitolazione. Per gli abitanti del Territorio Portuense il viadotto, per via della forma caratteristica dei quattro tiranti, simili a degli «straccali», ha invece assunto da sempre il nomignolo popolare di «Bretellone». L’intitolazione di «Ponte Morandi» invece non è presente in alcun atto ufficiale. Semplicemente successe che si prese la consuetudine di indicare quel ponte, rimasto senza intitolazione, con il nome del suo progettista.

Per via del telaio monumentale alto quaranta metri, il ponte Morandi sulla Roma-Fiumicino ha anche la valenza di un «portale» di ingresso alla città, per quanti provengono dal suo aeroporto. Intuendone correttamente il valore di «icona urbana», nel maggio 2005 l’Anas ha realizzato un importante intervento di illuminazione sul viadotto, illuminando con fasci di luce scenica sia il portale che i quattro stralli. L’allora presidente dell’Anas Vincenzo Pozzi ebbe modo di dichiarare: «L’Anas ha acceso le luci su quest’opera progettata da un grande nome italiano, Riccardo Morandi. Grazie a questo intervento il Viadotto Morandi potrà diventare una delle icone urbane dell’identità contemporanea della Capitale, una porta di accesso alla città visibile ogni anno da milioni di viaggiatori, non solo dall’autostrada ma anche dalla ferrovia Roma-Aeroporto Fiumicino».

Nel 2007 il Ponte Morandi è stato interessato da altre importanti opere, per il ripristino della superficie strutturale in cemento armato. Nel tempo infatti l’azione degli agenti atmosferici aveva intaccato le strutture, scoprendo vaste zone di armature. L’intervento di restauro è consistito nella restituzione della piena efficienza alle armature, ripristinando il copriferro con speciali «malte fibro-rinforzate polimero-modificate». Questo intervento è stato svolto ad oltre 40 metri di altezza e in orario notturno, senza mai chiudere il transito nella sottostante autostrada.

Le cronache recenti hanno avuto modo di occuparsi del viadotto per alcune cadute di calcinacci. Dal pomeriggio del 19 maggio 2017 parti di intonaco hanno cominciato a distaccarsi dal ponte, rendendo necessaria la chiusura parziale dell’Autostrada, tra i km 2,400 e 2,800. Vi sono stati dei velocissimi interventi di messa in sicurezza, compiuti da squadre Anas e Vigili del fuoco, e l’autostrada è stata riaperta nella mattinata seguente. L’Anas ha incaricato una ditta per delle ispezioni sulle parti di viadotto in cui si sono verificati i distacchi, per programmare i lavori di ripristino.

 

[1] Audisio E., Una bimba, un generale. Ecco chi hanno colpito, ne La Repubblica, 28 dicembre 1985.

 

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