Il primo secolo dell’Impero trascorre davvero rapido. A volte assume persino i caratteri di una rincorsa: tra l’Urbe che cresce famelica e le sue linee di approvvigionamento, sempre fatalmente inadeguate.

Il grano che arriva in città, ad esempio, non basta mai. Nel porto fluviale di Ostia gli spazi di manovra sono limitati e le grandi navi onerarie fanno oziose la fila in mare aperto, prima del trasbordo delle derrate sulle chiatte caudicariæ. La risalita del Tevere è un continuo litigioso ingorgo.

L’imperatore Caligola tiene scorte frumentarie sempre pronte all’uso: le immette sul mercato un attimo prima che la penuria sfoci in rivolta. Attua la politica del panem et circenses: pane e circhi gladiatori per tutti, per tenere impegnati lo stomaco e gli animi. Uno stadio equestre, riportano le fonti epigrafiche, sorge persino alla Magliana, probabilmente presso l’attuale vicolo dell’Imbarco. Dai Papiliones, le logge d’onore, gli Arvali si godono spettacoli di sangue e arena.

Quella di Caligola è una soluzione di corto respiro; il successore Claudio ne cerca invece una definitiva. Nel 46 d.C. Claudio fa costruire il secondo porto di Roma: Portus, un bacino artificiale situato tre chilometri a nord di Ostia, con due grandi moli protesi in mare aperto, un isolotto e un faro.

Di pari passo Claudio restaura la Via Campana, semplificandone il tracciato con alcune scorciatoie. Una di queste scorciatoie ― un tracciato rettilineo, complanare alla Campana ― è destinato a diventare una nuova via: la Via Portuensis. È una carreggiata a scorrimento veloce, che taglia in due la Silva Mœsia, puntando dritto al porto marino.

Le due direttrici ― la vecchia Campana e la nuova Portuensis ― costituiscono un unico asse viario, il cui tracciato a tratti coincide e a tratti si sdoppia. Le due strade procedono unite fino all’attuale via Quirino Maiorana; poi la Campana scende a valle costeggiando i sinuosi meandri del Tevere, mentre la Portuense tira dritto a monte; le due strade si ritrovano a Ponte Galeria e procedono unite fino a Portus.

Il saggio Claudio segue personalmente i lavori e sosta spesso alla Magliana, dove ricopre con solerzia la carica di magister del Collegio arvalico. Alla sua morte (54 d.C.) i Romani gli riservano onori divini e lo celebrano nel Lucus con un nuovo edificio, il Cæsareum, il tempio dei Divi Cesari, oggi perduto.

Alla fine del I secolo la popolazione cresce ancora, e cresce anche la domanda di materiali da costruzione, soprattutto il legno. Ma se il grano arriva da lontano, via mare, per trovare i boschi basta mettere un piede appena fuori dalle mura. Senza accorgersene, Roma consuma la sua prima catastrofe ambientale: il disboscamento massivo del circondario.

La Silva Mœsia scompare sotto selvaggi colpi di scure. Nel 1997, su quello che rimane dell’antica selva, si istituiranno due aree naturali protette: la Valle dei Casali e la Tenuta dei Massimi. Per l’occasione uno studio evidenzia il cambio di scenario tra il prima e il dopo: in epoca pre-imperiale la Silva Mœsia è una distesa ininterrotta di querce-cerro e castagni, che nella spalletta collinare diventano quercia-sughera, roverella e leccio. Sul declinare del I secolo ne rimane già ben poco.