Il Castello della Magliana è una villa rinascimentale, circondata da una cinta muraria opera dell’architetto Sangallo. La presenza di edifici è attestata già dal 1018 (un contratto riferisce di un Palatium e di una chiesina rurale dedicata a San Giovanni), ma è solo dal 1460 che la tenuta della Magliana desta l’interesse di alti porporati. Il primo di essi è il cardinal Forteguerri (1460) seguito da… trasformata dal Sangallo in fortificata, edificata a partire dal 1480 da Papa Sisto IV. Si innesta su un precedente «Palazzetto», opera di Graziadeo Prada su commessa di Papa Innocenzo VIII, a sua volta insediato sulla preesistenza di un «Palatium Sancti Johannis» che risale all’Anno Mille. Giulio II effettua i primi ampliamenti, affidando i lavori agli architetti Giuliano da Sangallo e poi Bramante, fino ad assumere la forma architettonica di un corpo a L protetto da una cinta merlata. Nel castello è presente una cappellina, attribuita al Bramante, oggi spoglia ma decorata in origine con affreschi della Scuola di Raffaello. Papa Leone X Medici porta a termine le opere di Giulio II, realizzando l’imponente Salone delle Muse. Anche gli affreschi della sala sono stati distaccati. Il complesso è stato interamente restaurato nel 1959, a cura dell’Ordine dei Cavalieri di Malta.

 

 

  1. — La Tenuta della Magliana (1018-1460)

 

La nostra visita al Castello della Magliana inizia nei giardini esterni, di fronte all’arco monumentale che si apre tra le mura rinascimentali del Sangallo. Qui davanti, seduti tra ombreggiati pini, racconteremo tuttavia la storia di altri edifici, che precedettero il castello di oltre mezzo secolo e che oggi non esistono più.

Siamo a ridosso dell’Anno Mille, e a quest’epoca è già documentata una proprietà fondiaria unitaria, lungo la riva destra del Tevere, appartenente al Monastero di S. Pancrazio e conosciuta con il nome di Manliana (Magliana). In essa sorgevano almeno due edifici, oggi scomparsi: un Casale Manlianum e un oratorio campestre dedicato a S. Giovanni Battista. Possiamo soltanto immaginarne l’aspetto del casale e della chiesina, con la fantasia. I due edifici erano probabilmente posti a distanza ravvicinata, se non addirittura collegati. Ci porta ad azzardare questa ipotesi il fatto che le fonti ci trasmettono anche un terzo nome, quello di Palatium Sancti Johannis de Manliana, che sembrerebbe fondere in uno solo i due edifici precedenti.

Nella seconda metà del XII sec. la proprietà passa di mano, dal Monastero di S. Pancrazio a quello di S. Cecilia in Trastevere. Le notizie sulla fase più antica del sito purtroppo si fermano qui, e i due edifici scompaiono dalle cronache sino alla prima metà del Quattrocento. Possiamo supporre da questo un uso strettamente agricolo della tenuta, e che casale e chiesina siano a metà Quattrocento assai poco frequentati o addirittura già caduti in rovina. Gli annuari di metà Quattrocento riportano che a ricoprire il titolo di cardinale di Santa Cecilia è allora tale Rinaldo Piscicello, che paraltro sembra non abbia avuto un particolare interesse per la tenuta suburbana alla Magliana. Alla sua morte, avvenuta il 4 luglio 1457, il papa regnante (Callisto III Borgia) non lo sostituisce con un nuovo cardinale e per la tenuta della Magliana si apre un periodo di ancora maggiore trascuratezza.

È in questo contesto che entra in scena il toscano Niccolò Forteguerri, la cui biografia merita di essere narrata. Forteguerri è un «capitano della Chiesa», una di quelle figure che abbondano nel Rinascimento, capaci di fondere talenti tra loro lontani: l’arte militare, l’accortezza nell’amministrazione pubblica e la sensibilità dell’umanesimo. Forteguerri nasce a Pistoia il 7 ottobre 1419, da un casato nobile ma ormai caduto in ristrettezze economiche. Grazie a pubbliche beneficenze accede agli studi universitari in diritto a Bologna, insieme con Enea Piccolomini, suo «cugino ricco» e amico fraterno. In un’epoca di intrighi, tradimenti e calici di vino avvelenati un’amicizia sincera è un elemento biografico da raccontare. Scrive la studiosa Anna Esposito: «La loro amicizia, sia che avesse avuto origine dalla parentela, sia dall’identità di indole e di interessi, durò tutta la vita». Forteguerri e Piccolomini, oltre che amici, sono alleati per la vita, e il successo dell’uno trascina inevitabilmente quello dell’altro. Succede così che nel 1450 Piccolomini diventa vescovo di Siena, e porta con sé Forteguerri, che a Siena inizia una brillante carriera ecclesiastica, «realmente rivolta al servizio della Chiesa più che all’arricchimento personale». Poco dopo Forteguerri diventa uditore del Governatore del Patrimonio e nel 1456, grazie ai buoni uffici di Piccolomini, diventa addirittura cardinale. I due si spostano a questo punto a Roma, dove corre voce che Papa Callisto III, da tempo malato, sia prossimo a spirare. Il conclave del 1458 per i due potrebbe trasformarsi in una splendida occasione.

E così è. Dal conclave Enea Piccolomini viene inaspettatamente eletto nuovo pontefice: assumerà il nome di Pio II. Il nuovo papa è una figura di rottura rispetto al passato. Impara subito come funzionano le cose a Roma, e come cambiarle. Sa che può fidarsi solo del suo cugino-fratello Forteguerri. Una celebre pasquinata descrive bene l’accortezza di Papa Piccolomini: «Quand’ero Enea, nessun mi conoscea / Or che son Pio, tutti mi chiaman zio». Per Fortguerri si spalancano le porte di incarichi importanti e delicatissimi: diviene vescovo di Teano (nel Regno di Napoli), con il compito di farsi amico Re Ferdinando d’Aragona, aggiustando le dispute di confine favorevolmente al re, e ottenendone in cambio la pace a sud. L’anno seguente (1459) Forteguerri torna a Roma e diventa Tesoriere apostolico, cioè «ministro delle finanze» degli Stati della Chiesa. Da tesoriere uno dei primi nodi da sciogliere è il dissesto del Monastero di Santa Cecilia.

 

 

  1. — Il casino di caccia del Forteguerri (1460-1471)

 

Il 19 marzo 1460 Forteguerri si fa nominare cardinale di S. Cecilia, acquisendo così la tenuta della Magliana. Sin dalle prime visite, la Magliana suscita la sua attenzione, non solo per il potenziale economico che può nascere da una conduzione accorta della tenuta agricola, ma soprattutto per la bellezza del paesaggio e la ricchezza di acque e selvaggina. Forteguerri è solito sostare a lungo nella tenuta, e diffonde a Roma un uso già assai popolare in toscana: quello di radunare nobili, alti porporati e il loro cospicuo seguito per delle scampagnate fuori porta dedicate al gioco della caccia. Il fosso della Magliana è infatti un richiamo e un ostacolo naturale per la selvaggina: è un richiamo perché le povere bestiole vanno lì ad abbeverarsi, ma anche un ostacolo, perché le acque del fosso – che allora aveva una maggior portata rispetto ad oggi – non consentono l’attraversamento e chiudono in trappola gli animali.

A ridosso del 1460 Forteguerri, ritenendo le rovine del Palatium esistenti nella tenuta inadeguate ad accogliere i suoi illustri ospiti, commissiona l’edificazione di un casino di caccia. Nulla ci è dato sapere dell’aspetto architettonico di questo piccolo edificio, che sarà probabilmente inglobato nei rifacimenti di epoca successiva.

Ma il periodo di delizia di Forteguerri alla Magliana dura assai poco: Papa Piccolomini gli affida un’altra missione, come legato pontificio nella strategica città di Urbino, retta dai Montefeltro. Da qui Forteguerri deve coordinare due distinte azioni: la prima è consolidare l’alleanza con gli Sforza di Milano contro le truppe filo-francesi del capitano di ventura detto Il Piccinino, del duca d’Angiò e dei ribelli Malatesta di Rimini; la seconda è domare l’insurrezione di Iacopo Savelli, signore della Sabina. Per sottomettere i Savelli e sconfiggere il Piccinino ci vuole poco, e Forteguerri si concentra quindi in una lotta senza quartiere ai Malatesta, dimostrando inattese doti militari. Nel 1463 Forteguerri espugna la città marinara di Fano, coordinando le truppe di terra con la flotta pontificia del porto di Ancona. Questo episodio costringe i Malatesta alla capitolazione.

Forteguerri ha modo di tornare a godere per qualche tempo della quiete della Magliana, ma Papa Piccolomini ha in serbo per lui un nuovo incarico. Questa volta la destinazione è il mare. Nel 1464 Papa Piccolomini lo nomina legato papale della Lega contro i Turchi, contro i quali ha in animo di intraprendere l’ultima definitiva crociata. Forteguerri giunge a Pisa, dove sono radunate le flotte di diverse nazioni europee. A Pisa però la situazione è davvero difficile, perché nella città è scoppiata la peste. Con prontezza di azione Forteguerri ordina alla flotta pontificia di salpare da Pisa, guidandola personalmente, e, con una traversata lunga e piena di insidie, la mette in salvo, superando lo stretto di Messina e portandola ad Ancona. Ad Ancona lo raggiunge la terribile notizia: il 14 agosto 1464 Papa Piccolomini è morto.

Con il nuovo papa Paolo II Barbo (1464-1471), veneziano, si ritorna al passato. Di Papa Barbo le cronache riferiscono soprattutto l’avversione verso intellettuali e artisti, e in particolare contro l’umanista Bartolomeo Sacchi, detto Il Plàtina, che farà imprigionare e torturare a più riprese. A dire il vero il Platina ha fatto di tutto per meritarsi l’inimicizia del nuovo pontefice, a cominciare dal nomignolo malizioso che gli ha affibbiato: Papessa Maria Pietissima, per l’inclinazione a scoppiare in pianto durante le frequenti crisi di nervi. Forteguerri accetta di buon grado di mettersi a servizio del nuovo pontefice. Nel 1465 Papa Barbo gli affida le operazioni militari contro il casato ribelle degli Anguillara. Forteguerri mette base a Viterbo e, alleato con gli Orsini, sconfigge gli Anguillara in soli 12 giorni. Da questo momento in poi Forteguerri smette di frequentare assiduamente la Magliana e si ritira a Viterbo, dove attende a incarichi di governo civico. Si ha notizia di un richiamo frettoloso del Forteguerri a Roma nel 1468, come consigliere personale di Papa Barbo per risolvere la congiura dell’Accademia Romana, ma appena poté Forteguerri fece ritorno a Viterbo. A sentire l’umanista Platina la congiura riuscirà tre anni dopo, nel 1471: «Il dì precedente alla notte che egli lasciò la vita, due ben gran meloni si mangiò». Erano probabilmente frutti avvelenati.

Forteguerri partecipa al nuovo conclave, ed è il candidato della famiglia Piccolomini. Ma non dispone delle risorse economiche per contrastare le potentissime famiglie Riario e della Rovere. Alla fine la spunta Francesco della Rovere, papa con il nome di Sisto IV (1471-1484). Forteguerri si ritira a Viterbo e muore avvelenato poco dopo.

 

 

  1. — Riario e Sclafenato: «favoriti» di Sisto IV (1471-84)

 

Uno dei primi atti di Papa Sisto, ancora nel 1471, è regalare la Magliana al nipote prediletto, il 28enne conte Girolamo Riario (1443-1488). Non c’è un’investitura ufficiale, ma di fatto lo spavaldo conte Riario è il nuovo padrone della Magliana. Del resto Papa Sisto è assai solerte nello sdebitarsi – subito e in maniera equanime – con tutti i familiari che ne hanno sostenuto l’ascesa a capo della Chiesa. Le cronache annotano che Sisto IV nomina a stretto giro 9 cardinali: due sono suoi nipoti (uno è Giuliano della Rovere, che ritroveremo in seguito); sei sono parenti; e l’ultimo, Pietro Riario, si mormora sia addirittura suo figlio!

Nell’aprile 1474 intanto viene nominato il nuovo cardinale di S. Cecilia, affidatario della tenuta della Magliana: si tratta del genovese Giovanni Battista Cybo, un uomo austero che, come Giuliano della Rovere, avremo modo di ritrovare in seguito. Cybo si dimostra un amministratore discreto: tiene le cose in ordine, permette a Girolamo Riario di usare la tenuta a piacimento, e prepara spesso ricevimenti in cui l’ospite d’onore è il nuovo papa Sisto IV. Papa Sisto è in effetti il primo pontefice a frequentare regolarmente la Tenuta della Magliana: allora non esisteva ancora la residenza papale di Castel Gandolfo, e la Magliana si presentava come un ottimo luogo di svago, salubre, ricco di selvaggina e lontano dall’ufficialità della corte. Stando però ai racconti maliziosi del cronista di corte Stefano Infessura (che parallelamente ai diari ufficiali teneva anche un Diario privato in cui la faceva da padrone il gossip), il motivo della predilezione di Sisto IV per la Magliana è ben altro, perché lì trova ad attenderlo stuoli di giovani amanti, ogni volta diversi: «Per quale motivo se non la sodomia – scrive l’Infessura – Papa Sisto predilesse il conte Gerolamo, e Pietro Riario suo fratello, e il cardinale di San Sisto? Lo mormora il popolo, i fatti riscontrano! E cosa non fece ai servitori di camera! Ma li risarcì a suon di ducati, o elevandoli al rango di vescovi o cardinali!».

Ma lasciamo da parte le maldicenze e diamo merito a Papa Sisto di aver trascinato l’Urbe fuori dal livore medievale, con la magnificenza del rinnovamento urbanistico: appena eletto papa, approva subito il piano regolatore, e di lì a poco vedono la luce ponte Sisto, la via Sistina, San Vitale (1475), la Biblioteca vaticana (1477) e la Cappella Sistina (che non farà in tempo a vedere completata); chiama a corte il musico Des Prèz, il pittore Melozzo da Forlì e gli umanisti Regimontano e Platina. Toccherà proprio a Melozzo da Forlì, nell’occasione dell’inaugurazione della Biblioteca Vaticana, realizzare un affresco celebrativo che ha il sapore di un grande «ritratto di famiglia»: accanto al pontefice ci sono gli affetti terreni più cari, da Giuliano della Rovere, a Giovanni della Rovere, a Raffaele Riario e Girolamo Riario.

Già dal 1473 intanto Papa Sisto ha organizzato per Girolamo un matrimonio d’oro: quello con Caterina Sforza, figlia di del duca di Milano; il matrimonio si celebra nel 1477, e il dono di nozze per i due giovani è la signoria sulla città di Imola, dove i due si trasferiscono, nell’attesa che sia completato il nuovo Palazzo Riario (oggi Palazzo Altemps), iniziato nel 1477 su progetto di Melozzo da Forlì.

Nel 1478 Girolamo è a Firenze insieme con il fratello Raffaele, dove per conto di Papa Sisto sono tra gli organizzatori della Congiura dei Pazzi. Il progetto prevede l’assassinio del Signore di Firenze ­– Lorenzo de’Medici detto Il Magnifico – e di tutti i suoi parenti maschi: una volta sgombrato il campo Girolamo Riario avrebbe dovuto prenderne il posto. Gli eventi però volgono contro i congiurati, e Papa Sisto non rimane che scomunicare Lorenzo il Magnifico, porre Firenze sotto interdizione, e muoverle guerra per due anni consecutivi. Nel 1480 Girolamo, rinuncia definitivamente all’idea di diventare signore di Firenze, e accetta di buon grado di ripiegare sulla più modesta signoria di Forlì, a scapito della famiglia degli Ordelaffi, detronizzata.

Mentre Girolamo è fuori Roma a ordire congiure, un altro giovane prende il posto di Riario tra i prediletti di Papa Sisto: si tratta del nobile milanese Giovanni Giacomo Schiaffinato (1451-1497), che il pontefice vuole nel ruolo di «camerario», cioè amministratore delle proprietà della Camera apostolica. Una volta a Roma il nome di Schiaffinato si ritrova più spesso come Giangiacomo degli Sclafenati, o semplicemente Lo Sclafenato.

Intorno al 1480 Papa Sisto gli affida la riedificazione del Palatium della Magliana, vecchio ormai di 500 anni. Il progetto architettonico è affidato a Jacopo da Pietrasanta. Per i suoi servigi lo Sclafenato diventerà vescovo (1482) e cardinale (1483).

E le guerre di Papa Sisto intanto proseguono. Dopo Firenze tocca a Venezia, contro la quale nel 1482 il pontefice ordisce un perfido inganno: prima invia Girolamo Riario a Venezia, convincendo la repubblica lagunare ad aggredire i duchi d’Este, signori di Ferrara, assicurando il sostegno papale; poi, a guerra iniziata, Papa Sisto mette Venezia sotto interdetto e la abbandona al destino delle armi: Venezia ne esce davvero malconcia, perché nel frattempo in soccorso a Ferrara sono arrivate le truppe degli Sforza da Milano e dei Medici da Firenze. In pratica, Sisto IV ha impegnato in una guerra tutti i suoi avversari – Venezia, Ferrara, Firenze e Milano – senza spendere un solo ducato. E le finanze papali, d’altra parte, in questo periodo sono più che floride: Papa Sisto estende la vendita delle indulgenze, concedendola non solo ai vivi ma anche retroattivamente alle anime dei defunti; raccoglie fondi per la nuova crociata contro i Turchi; legalizza i bordelli, concedendo costose licenze dalle quali incassa trentamila ducati l’anno.

Terminate le guerre, Papa Sisto riscopre la residenza della Magliana e vi fa tappa fissa nei viaggi lungo il Tevere diretto ad Ostia, a bordo della sua personale «nave bucinatoria». Uno di essi è narrato nelle cronache dell’Infessura. Fra il 9 e il 12 novembre 1483 Papa Sisto fa tappa due volte alla Magliana, una all’andata e una al ritorno. Ma il pontificato volge ormai al termine. La morte coglie Papa Sisto il 12 agosto 1484, terribilmente annoiato dall’inerzia delle armi: «Ucciso dalla pace», sentenzierà Pasquino. Un’altra celebre pasquinata comparve affissa alla morte del Santo Padre davanti alla celebre statua parlante: «Ingiusto e infido giace / chi la pace odiò tanto, in sempiterna pace / Orsù, gettate a brani / le scellerate membra a lupi e cani!».

Il periodo di sede vacante dopo la morte di Sisto IV non è certo un periodo facile. Della turbolenta estate del 1484 ricordiamo la brevissima signoria di Caterina Sforza-Riario (12 agosto-25 ottobre), moglie di Girolamo Riario, che occupò la rocca di Castel Sant’Angelo in nome del Sacro Collegio. Uno dei pochi a piangere sinceramente la scomparsa del papa guerriero sarà proprio lo Sclafenato. Ma anche la sua mestizia durerà poco: il 17 novembre dello stesso anno riceve un dono postumo da Papa Sisto, la nomina a titolare di Santa Cecilia, con annessa tenuta della Magliana. Lo Sclafenato rimarrà padrone della Magliana fino alla morte, avvenuta nel 1497. Alla morte il nobiluomo viene sepolto nella Basilica di Sant’Agostino in Campo Marzio. E il suo monumento funebre ricorda ancora oggi che egli fu elevato a cardinale «per meriti di ingegno, fedeltà e perseveranza [nonché] per altre doti di animo e di corpo». Non si ha notizia, nella storia della Chiesa, di cardinali divenuti tali per meriti corporali.

 

 

  1. — Il Palazzetto di Innocenzo VIII (1484-1492)

 

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Nuovo papa, sul finire del 1484, è Giovanni Battista Cybo, che prende il nome di Innocenzo VIII. Abbiamo già incontrato questo uomo austero, nella sua veste di amministratore ecclesiastico della Tenuta della Magliana.

…e proseguì sotto quello di papa Innocenzo VIII (1484-1492), che nel 1490 fece abbattere gran parte delle strutture medievali e costruire un nuovo edificio che porta il suo nome.

Nel 1484, con l’elezione di Papa Innocenzo VIII, la Magliana crebbe d’importanza divenendo, oltre che residenza di caccia, anche luogo privilegiato per brevi soggiorni di villeggiatura del nuovo Papa e sede di rappresentanza. Al Papa si deve la costruzione del palazzetto omonimo che costituisce l’ala più antica dell’attuale complesso. Lo stile severo del lato esterno dell’edificio innocenziano e le solide mura indicano chiaramente la presenza anche di una funzione difensiva, resa necessaria dai continui pericoli di assalti ed incursioni dei nemici.

…ampliata da Innocenzo VIII Cybo (1484-1492)…

La parte più antica all’estremità occidentale, il «Palazzetto di Innocenzo VIII», è formata da un corpo rettilineo a due piani, caratterizzato al pianterreno da un portico a tre archi con volte a crociera, e da un piano superiore consistente in più vani di diversa grandezza: l’autore fu Antonio Graziadeo Prada da Brescia.

Il Palazzetto di Innocenzo VIII è un corpo di fabbrica rettilineo, a due piani, attribuito agli architetti Jacopo da Pietrasanta e Antonio Graziadeo Prada da Brescia.

L’edificio prende il nome dal committente, il pontefice Innocenzo VIII (1484-1492). In realtà Papa Innocenzo porta semplicemente a termine gli interventi edilizi intrapresi dal suo predecessore Sisto IV nel 1480. Al pianterreno la struttura si apre in un portico a tre archi con volte a crociera, chiuso su tre lati. Attiguo al pianterreno si trovava in origine un campaniletto, di cui rimane la rampa di scale che dà oggi accesso al primo piano. Al primo piano si trovano vani di diversa grandezza. Il palazzetto viene ampliato dal successore Giulio II, con l’aggiunta di due nuovi corpi di fabbrica a L, progettati dagli architetti Giuliano da Sangallo e Bramante.

Giovan Battista Cybo è papa dal 1484 al 1492, con il nome di Innocenzo VIII. È considerato l’ultimo papa medievale: dà la caccia a fattucchiere, eretici e umanisti, si disinteressa completamente dei suoi doveri di patrono civico di Roma; in compenso non muove guerra a nessuno e il suo pontificato può definirsi nel complesso un periodo tranquillo.

Cybo nasce a Genova da una famiglia aristocratica. Compie gli studi a Napoli e Pavia e, protetto da Giuliano della Rovere, sale uno a uno i gradini delle gerarchie ecclesiastiche fino a divenire papa il 29 agosto 1484. Innocenzo VIII sprofonda Roma in un grande arretramento culturale (emblematico è il suo divieto di rappresentare nell’Urbe Pico della Mirandola) e si disinteressa dei doveri di patrono civico. Pasquino gli attribuisce una vita da libertino e ben 16 figli naturali: «Otto figli malvagi, otto figlie malvagie, quest’uomo può chiamarsi a buon diritto padre di Roma! ».

In politica estera mantiene relazioni equilibrate: si fa amico Enrico VII d’Inghilterra dichiarandolo legittimo detentore della corona, insignisce i Reali di Spagna del titolo di Maestà cattoliche dopo la cacciata dei Mori da Granada e, posto di fronte alla prospettiva di una crociata in Terrasanta, preferisce accordarsi con il sultano Bajazet per una tregua, in cambio di un tributo di 40.000 ducati l’anno e la Lancia di Longino (oggi a San Pietro).

Papa Innocenzo persegue duramente gli eretici (in particolare i Valdesi): la bolla Summis desiderantes (1484) incarica i Domenicani di «sradicare l’errore con la zappa del saggio agricoltore»; il manualetto Malleus Maleficarum (1487) codifica la caccia alle streghe: il grand’inquisitore di Spagna Tomàs de Torquemada ne farà un sanguinario uso.

I soggiorni alla Magliana segnano per Papa Innocenzo momenti sereni e distensivi. I cronisti abbondano in testimonianze agresti: il 31 maggio 1487 raccontano di una battuta di caccia per i duchi di Ferrara, in cui si catturano un cervo e un capriolo; il 18 novembre 1489 raccontano il tragitto Magliana-Vaticano, parte in battello e parte a cavallo. Innocenzo VIII muore il 25 luglio 1492, dopo essere caduto in stato di letargia, quasi vittima di un maleficio.

 

 

  1. — Il periodo di Papa Borgia (1492-1506)

 

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  1. — Gli interventi di Papa Giulio

 

In aggiornamento.

 

Agli inizi del XVI secolo, papa Giulio II (1503-1513) affidò a Giuliano da San Gallo la costruzione di un nuovo palazzetto con porticato e grandi finestre a croce mozza, le cui camere furono affrescate da alcuni pittori della scuola del Perugino.

Ma il periodo di massimo splendore del complesso iniziò con l’avvento di Papa Giulio II (1503-1513) della Rovere…

Al progetto di ampliamento ed abbellimento della villa furono chiamati i più celebri artisti del Rinascimento italiano. Giuliano da Sangallo si occupò del progetto architettonico complessivo, inserendo elementi quali il portico, la loggia-belvedere, il “salone delle Muse” nel piano nobile, la fontana che si erge al centro del cortile.

…e protetta da una cinta muraria merlata, la villa è costituita da due corpi di fabbrica a L nel mezzo dei quali è un cortile con fontana al centro.

Sotto Giulio Il la villa crebbe, con l’aggiunta dei due corpi a L , su progetto di Giuliano da Sangallo…

Giuliano della Rovere è papa dal 1503 al 1513, con il nome di Giulio II. I contemporanei lo chiamano «il terribile», per il temperamento collerico orientato a distruggere con le armi, le mani nude o a bastonate tutto ciò che resiste alla sua volontà. Papa Giulio predilige per sé, invece, l’appellativo di «Ligur», in ricordo dei suoi natali: il nome di «Giulio il ligure» ricorre nelle monete, nelle invettive di Erasmo da Rotterdam, nelle traverse dei finestroni del Castello della Magliana.

Giuliano della Rovere nasce ad Albisola, nei pressi di Savona, il 5 dicembre 1443. L’influente zio Francesco della Rovere lo avvia agli studi scientifici presso i Francescani, tra Perugia e La Pérouse (in Francia) e, quando lo zio diventa papa (con il nome di Sisto IV), la carriera del giovane è tutta in discesa: nel 1471 è vescovo di Carpentras, e poco dopo è cardinale di S. Pietro in Vincoli. Il genio delle armi e l’acume politico si manifestano subito, e papa Sisto gli affida importanti trattative diplomatiche, autorizzandolo, falliti gli accomodamenti bonari, a passare ai fatti. Succede così a Città di Castello, dove Giuliano depone il tiranno Niccolò Vitelli e passa a fil di spada tutti i suoi sostenitori. In ricompensa Giuliano della Rovere ottiene una collezione di dignità ecclesiastiche: l’arcivescovado di Avignone, il vescovato di Messina, altri sei vescovati e la legazione pontificia in Francia (1480).

Alla morte dello zio (1484), il prestigio di Giuliano è tale che il cardinal Cybo, indicato da Giuliano, è eletto papa senza fatica, con il nome di Innocenzo VIII. Per il nuovo papa Giuliano ricaccia a mare gli Aragonesi, giunti alle porte di Roma nel 1486.

Alla morte di papa Innocenzo (1492), Giuliano entra in conclave che ‘è già papa’, ma si verifica un imprevisto carico di conseguenze: lo spagnolo Rodrigo Borgia gli soffia il titolo a suon di ducati, e diviene papa Alessandro VI. La contesa tra i due diventa uno scontro militare: Giuliano si asserraglia nel castello di Ostia, e papa Alessandro non gli dà tregua, constringendolo alla fuga ad Avignone, in Francia. Giuliano torna a Roma pochi mesi dopo, scortato dalle minacciose truppe del re francese Carlo VIII e con l’appoggio delle famiglie baronali romane, pronte a cacciare papa Alessandro. Ma papa Alessandro, ancora una volta, gliela fa sotto il naso: si accorda segretamente coi francesi perché se ne vadano da Roma, e l’accordo prevede di portarsi via anche Giuliano. Giuliano non potrà tornare a Roma fino al 1503, alla morte di papa Alessandro.

In conlave Giuliano tenta un nuovo assalto alla tiara pontificia, ma anche stavolta gli va male. Deve ripiegare sul sostegno a un papa di transizione, l’anziano e malaticcio cardinal Piccolomini, che diventa Pio III e muore dopo appena un mese.

Nella «fiera» del nuovo conclave Giuliano è intenzionato ad essere il miglior offerente. Riporta sconcertato l’ambasciatore di Venezia: «è in corso un mercato pubblico nelle vie della città». Giuliano si accorda con il capitano di ventura Cesare Borgia («Il Valentino»), cui promette titoli e possedimenti, poi compra uno ad uno i cardinali. Il conclave non dura che 24 ore, e il 1° novembre 1503 Giuliano è papa. Non si cura nemmeno di cercare un nuovo nome: si chiamerà Giulio II, perché a tutti sia chiaro che le disposizioni d’animo del «terribile» Giuliano sono immutate, solo più potenti.

Una volta pontefice, con lucidità senza pari, Giulio-Giuliano inizia a disfarsi dei vari poteri che insidiano la sua autorità temporale: si accorda con chi è disposto a fargli strada, e dà battaglia senza pietà a chi gli resiste. Così riconcilia a sé le fazioni baronali vicine ai Borgia; ai Borgia invece non rimane che riparare all’estero.

La corte papale diventa un modello di oculata parsimonia, come non si vedeva da anni. Tutto è ridotto all’osso: l’avaro Giulio accorcia persino le cerimonie liturgiche, che dei salmi fa leggere il solo versetto iniziale. Anche il nepotismo viene contenuto: facilita le sue tre figlie illegittime (la più famosa è Donna Felice), e dà il cardinalato al solo nipote Galeotto della Rovere. Nulla più, perché tutte le ricchezze della Chiesa devono convergere in due sole direzioni: la guerra, e l’arte.

Papa Giulio non è un umanista, e anzi detesta fieramente i salotti, le biblioteche, e tutto ciò che è contemplativo; ma comprende il valore politico dell’arte, e diventa il più grande mecenate del Rinascimento. Favorisce il Bembo, promuove l’archeologia (a lui si deve la riscoperta del Laocoonte, del torso d’Ercole, della statua del Tevere) e sommuove con irruenza la topografia di Roma, buttando giù senza remore tutto ciò che è vecchio.

Il lavoro è febbrile, e le commesse ruotano intorno a quattro architetti-artisti tra i più grandi di ogni tempo: Sangallo, Raffaello, Bramante e Michelangelo. Al Sangallo affida le opere militari, tra cui la fortificazione della villa alla Magliana; a Raffaello l’affrescatura delle «Stanze» vaticane; a Michelangelo la grandiosa volta della Cappella Sistina. Ma è il Bramante il suo prediletto: a lui affida il compito di abbattere la basilica di San Pietro vecchia di dodici secoli, e ricostruirla ex novo. La prima pietra è posta nel 1506: il cantiere impegnerà schiere di successori, e il suo finanziamento con la vendita delle indulgenze provocherà lo scisma luterano. Bramante accetta entusiasta il compito, distratto solo minimamente da commesse minori, come il ninfeo al Castello della Magliana e noncurante del nomignolo stizzoso di «Ruinante» («rovinatore») che gli ha affibbiato il rivale Sangallo. è la ferrea volontà di papa Giulio a chiedere tutto questo: distruggere e ricostruire, quasi mai restaurare.

Papa Giulio fa nell’arte quello che fa in politica: è capace di progettare, buttare all’aria e cominciare da capo: l’indifferenza morale per gli strumenti adottati lo rende spietatamente efficiente.

Consolidato il potere a Roma, papa Giulio muove gli eserciti contro le signorie ribelli di Perugia e Bologna. La prima a cadere è Perugia (1506), da dove scaccia i Baglioni. Poco dopo tocca a Bologna, dove sottomette i Bentivoglio, sostenuti dalla Repubblica di Venezia. La voce popolare di Pasquino per l’occasione apostrofa papa Giulio addirittura in una sboccatissima lingua veneta: «Ritorna o Padre santo al tuo Sanpietro / e string’el fren al tuo caldo dexir! / El Bentivoj non vorà partir / benché vi sia chi te sping’ogn’hor da rietro. / Bàstiti esser provisto de Corsso, Tribiam i Malvasìa / e de’bei modi assai de sodomìa. / Et men biasmo te fia nel Sacro palazo / tenir a bocha il fiasco, e in cul il cazo».

Ma papa Giulio non ha tempo per gli agi di palazzo: le guerre non sono che all’inizio. Espugnata Bologna la strada per le valli del Nord Italia è aperta, e bisogna cercare appoggi europei. Nel 1508 promuove la Lega di Cambrai, con Francia, Germania e Napoli, contro Venezia, che viene posta sotto il bando papale. La battaglia di Agnadello è una vittoria folgorante, che fa perdere a Venezia in un colpo solo Ravenna, Modena, Mirandola, Parma e Piacenza. Papa Giulio guida vittorioso gli eserciti, e ancora una volta la voce popolare cerca la rivincita: «Conduzeva cum lui alchuni bellissimi giovani, cum li quali se dicea che l’havea acto carnale, ymmo che lui se dilectava molto di questo vitio sogomoreo, cossa veramente abhorenda».

La rovinosa disfatta di Venezia è un imprevisto che mette papa Giulio nella condizione di difendersi dai suoi stessi alleati. Con un improvviso cambio di fronte papa Giulio perdona allora alla città lagurare tutti i peccati, e mette sotto bando papale il regno di Francia, dove nella città di Tours si è tenuto un concilio di vescovi ribelli. Nel 1511 unisce a sé in una nuova alleanza militare Venezia, Aragonesi, Germania e Inghilterra, contro il nuovo nemico: la Francia.

In questo scenario di regali ambizioni e marziali virtù non sorprende che papa Giulio abbia completamente disatteso all’attività pastorale. I solo atti dottrinali degni di nota sono la bolla contro la simonia (1506) del V Concilio lateranense, e sporadici roghi di eretici. Salvo che a Roma i fermenti nella Chiesa sono in effetti molti: nel settembre 1510 i vescovi francesi di Tours avevano revocato l’obbedienza a papa Giulio e dal mese di novembre il ‘conciliabolo’si era allargato e trasferito a Pisa, accusando papa Giulio di «infettare» la Chiesa con la corruzione. Ai vescovi scismatici papa Giulio risponde nel 1512, convocando a Roma il VI Concilio lateranense, in cui li scomunica tutti.

Assorbito dalla guerra e dalle arti, a papa Giulio rimane davvero poco tempo per frequentare la Magliana, sebbene abbia affidato al Sangallo il compito di rendervi sicuri i soggiorni, fortificandola in castello. Il cardinal Alidosi fa riempire l’Ala Sangallo di scritte «Ligur», in onore del «papa ligure». Quando la morte coglie il terribile papa guerriero, il 21 febbraio 1513, Giulio della Rovere marcia verso le Alpi, oltre le quali ha appena ricacciato i Francesi. Il suo disegno politico è compiuto: ha estromesso gli stranieri dall’Italia e ha aperto la strada all’unità nazionale sotto l’egemonia pontificia.

Le «cattive intenzioni» di papa Giulio sono considerate precorritrici del disegno nazionale unitario. è possible immaginare che, cacciati i Francesi, la furia guerriera di papa Giulio si sarebbe presto indirizzata contro i Medici, gli Sforza, gli Aragonesi, e le altre potenze della penisola che ancora gli resistevano. Ma la morte conclude qui la storia di papa Giulio. Ne rimane la grandiosa e incompiuta tomba di Michelangelo a S. Pietro in Vincoli, con la celebre statua di papa Giulio negli abiti di Mosè.

 

 

  1. — La Magliana di Papa Giulio

 

In aggiornamento.

 

Lasciamoci alle spalle Roma da Porta Portese e incamminiamoci per la strada di Porto lungo la valle del Tevere. Al sesto miglio fermiamoci e volgiamo lo sguardo al fiume. Vedremo, quasi a portata di mano, sul primo piano di una campagna il cui orizzonte abbraccia i monti del Lazio e della Sabina, un edificio (o per meglio dire un conglomerato di edifici) quasi in abbandono: non è un castello né una dimora campestre, ma presenta ancora le apparenze della grandiosità.

Una muro di cortina, rettangolare, sormontato da merli guelfi, racchiude i corpi di fabbrica, di epoche diverse e differente elevazione. Superiamo il ponte sul fiume Magliano, imbocchiamo un portale monumentale con un arco a tutto sesto fiancheggiato da colonne. Varchiamo ora la soglia: siamo in pieno Rinascimento, siamo alla Magliana!

I terreni circostanti sono insalubri e paludosi ma riccamente forniti di selvaggina; è qui che i papi del Quindicesimo e Sedicesimo sec. tenevano le loro battute venatorie. Giacomo Volterrano racconta della gran caccia del 1480, in onore del duca Ernesto di Sassonia e Lawenbourg, presente Girolamo Riario nipote di Sisto IV (Muratori, Scrip. Rer. Italic., tomo XXIII, p. 104). Nel suo racconto si cita a più riprese il fiume Magliano ma neanche una volta si fa cenno alla presenza di un Castello. Ne deduciamo, pertanto, che all’epoca nella contrada della Magliana non fosse ancora presente alcun edificio significativo.

Fu in effetti Innocenzo VIII (1484-1492) a costruire il primitivo palazzetto della Magliana. Poi venne Alessandro VI (1492-1503), senza lasciarvi traccia. Fu Giulio II (1503-1543) che gli diede proporzioni grandiose, e chiamò a raccolta tutte le arti per farne una dimora degna di un papa. I pittori, di scuola perugina, decorarono le camere con affreschi, molti dei quali sopravvivono ancora oggi. Giulio II elesse la Magliana come luogo di predilezione e, affinché nessuno tra i posteri potesse dubitarne, volle che il suo nome fosse ripetuto su tutte le finestre dei nuovi corpi di fabbrica, la cui costruzione si fa risalire a Giuliano da San Gallo.

Orbene, ad una dimora papale non poteva mancare una cappella. Essa fu ricavata negli appartamenti al pianterreno, e consacrata a San Giovanni Battista.

Il cardinale Francesco Alidosi, incaricato di sovrintendere alla sua decorazione, lasciò questa iscrizione sulla porta d’ingresso: F. CAR. PAPIEN. JVLII II P. M. ALVMNVS (Francesco Alidosi, cardinale di Pavia, discepolo prediletto di Giulio II Pontefice Massimo). Alidosi, nominato arcivescovo delle Terre bolognesi nel 1503, e cardinale di Santa Cecilia nel 1505, aveva assunto il titolo di alumnus proprio in allusione al favore di cui godeva presso Papa Giulio.

E andò oltre: volle elevarsi quasi allo stesso rango del pontefice, rivestendo il pavimento della cappella di tessere in cotto smaltato, sulle quali campeggiavano, alternativamente, le sue insegne e il suo nome, e le insegne e il nome del papa (le armi di Giulio II raffiguravano in un giogo; quelle dell’Alidosi un’aquila ad ali spiegate). Dimenticava però che l’aquila degli Alidosi doveva passare con umiltà sotto il giogo dei Della Rovere, se non voleva vedere interrotto il suo volo.

E fu quello che accadde quando il cardinale di Santa Cecilia si vide negare il titolo di principe di Imola, che già era appartenuto ai suoi antenati. Forse l’Alidosi si rivoltò contro Papa Giulio appoggiando le sorti della Francia? Si vendette forse a Luigi XII quando gli eserciti pontifici, di cui insieme al duca d’Urbino condivideva il comando, furono miseramente sconfitti dalle truppe di Venezia? Nulla è sicuro sull’argomento, se non che tempo prima, aveva già tradito Alessandro VI. Fatto sta che lo accusarono di un nuovo tradimento. Appena giunse a Ravenna da Giulio II che attendeva le sue giustificazioni, fu pugnalato in pieno giorno e in piena strada da Francesco Maria della Rovere, lo stesso su cui l’Alidosi aveva ribaltato la responsabilità della disfatta militare.

Il nome dell’Alidosi, tuttavia, dimora ancora alla Magliana e nella Cappella, inseparabile da quello di Giulio II. Gli affreschi della Annunciazione e della Visitazione, dipinta sui due lati dell’unica finestra, stanno a dichiarare ancora oggi quali abili mani il cardinale di Santa Cecilia abbia utilizzato. Fu probabilmente lo Spagna, uno dei più famosi allievi del Perugino, ad eseguire quei dipinti. Quanto alla loro data, non è possibile individuarla con precisione. La morte violenta dell’Alidosi avvenne nel 1511: possiamo solo dire che gli affreschi affidati alla sua cura precedono tale data.

E se Giulio II ha ben amato la sua Magliana, il suo successore papa Leone X Medici l’ha amata ancora di più, legandosene con una passione tra le più intense e viscerali: Papa Giulio vi aveva chiamato a lavorare la scuola del Perugino; Leone vi chiamò addirittura Raffaello!

Nella Cappella del Battista, dove lo Spagna aveva dipinto affreschi senza una propria fisionomia, Raffaello ha lasciato i tipi di perfezione che appartengono a lui e solo a lui: nella volta che sovrasta l’altare, ha dipinto l’Eterno padre benedicente, in mezzo ad una processione di angeli e cherubini; nella verticale dell’arco della navata ha lasciato il Martirio di Santa Cecilia.

Così la testimonianza di Gruyer, in lingua francese:

Sortons de Rome par la Porta Portese et engageons-nous dans la vallée du Tibre sur la route de Fiumicino; après un parcours de six milles environ, arrêtons-nous et regardons du côté du fleuve; nous verrons, presque à notre portée, au premier plan de cette campagne dont les horizons s’étendent jusqùaux montagnes du Latium et de la Sabine, un édifice, ou plutôt une réunion d’édifices quasi abandonnés, qui ne constituent ni un château ni une ferme, mais qui présentent encore les apparences de la grandeur.

Une cour rectangulaire, entourée de murailles à créneaux guelfes, précède les bâtiments de différentes époques et d’inégale hauteur; une porte monumentale, surmontée d’un arc en plein cintre et flanquée de colonnes, donne accès dans cette cour; un pont, jeté sur le Magliano, conduit à cette porte; le seuil une fois franchi, on se trouve en pleine Renaissance, on est dans la Magliana.

Les terres environnantes soin malsaines et marécageuses, mais abondamment fournies de gibier; les papes du XVe et du XVIe siècle avaient là leur rendez-vous de chasse. Giacomo Volterrano raconte une grande chasse dont Girolamo Riario, neveu de Sixte IV, fit les honneurs au duc Ernest de Saxe-Lawenbourg, en 1480 (in nota: Muratori, Scrip. rer. Italic., t. XXIII, p. 104). Dans cette narration, il est à plusieurs reprises parlé du Magliano, mais il n’est dit mot de la Magliana. Donc aucune construction ne se voyait alors dans cette contrée.

Ce fut, en effet, Innocent VIII (1484-1492) qui bâtit le casino primitif. Alexandre VI vint ensuite (1492-1503) et n’y ajouta rien de notable.

Mais Jules II (1503-1543) lui donna des proportions presque grandioses, et appela tous les arts à son aide pour en faire une résidence digne d’un pape. Des peintres de l’école de Pérouse décorèrent les chambres de fresques, dont plusieurs subsistent encore aujourd’hui. Jules II adopta la Magliana comme un séjour de prédilection, et, afin que la postérité n’en pût douter, il voulut que son nom fût répété au-dessus de toutes les fenêtres des bâtiments qùil fit élever (in nota: On attribue à Giuliano da San Gallo les constructions que Jules II fit faire à la Magliana).

Or, à une résidence pontificale il fallait une chapelle. Cette chapelle fu ménagée dans les appartements du rez-de-chaussée; elle fut dédiée à saint Jean-Baptiste.

Et le cardinal Francesco Alidossi, chargé de présider à sa décoration, fit graver cette inscription sur la porte: F. CAR. PAPIEN. JVLII. II. P. M. ALVMNVS. Alidossi, nommé archevêque e Bologne en 1503 et cardinal de Sainte-Cécile en 1505, prenait la qualification d’Alumnus par allusion à la faveur dont il jouissait alors auprès de Jules II.

Il fit plus: il se mit presque sur le pied de l’égalité avec le pontife, en revêtant le sol de la chapelle de briques émaillées sur lesquelles on voyait alternativement ses armes et son nom, les armes et le nom du pape. Il oubliait le joug des la Rovere, sous lequel l’aigle des Alidossi devait passer avec humilité, à peine d’être arrêté dans son vol (in nota: Les armes de Jules II se composaient d’un joug; les armes du cardinal Alidossi portaient un aigle aux ailes éployées).

Le cardinal de Sainte-Cécile se vit, en effet, refuser le titre de prince d’Imola qùavaient porté ses ancêtres. Se tourna-t-il alors contre Jules II du côté de la France? était-il vendu à Louis XII, quand les armées pontificales, dont il partageait le commandement avec le duc d’Urbin, furent battues par les troupes vénitiennes? Rien n’est certain à cet égard. Il avait trahi jadis Alexandre VI, on l’accusa d’une nouvelle trahison; et, comme il arrivait à Ravenne pour se justifier auprès du pape, il fut poignardé en plein jour et en pleine rue par Francesco Maria della Rovere sur lequel il avait rejeté la responsabilité de la défaite. Son nom n’en demeure pas moins inséparable de celui de Jules II dans la chapelle de la Magliana.

Les fresques de l’Annonciation et de la Visitation, peintes de chaque côté de l’unique fenétre, disent encore quelles mains habiles le cardinal de Sainte-Cécile avait employées. Un des plus renommés parmi les élèves de Pérugin, Spagna probablement, avait exécuté ces peintures. Quant à leur date, il est impossible de la préciser. Le meurtre d’Alidossi ayant eu lieu en 1511, on peut dire seulement que les fresques confiées à la surveillance du cardinal sont antérieures à cette date.

Si Jules II avait beaucoup aimé sa Magliana, Léon X l’aima plus encore et la fit sienne aussi par des liens plus intimes et plus forts. Jules II y avait attiré l’école de Pérugin, Léon X y appela Raphaël.

Dans cette chapelle, où Spagna peut-être avait peint des fresques sans physionomie propre, Raphaël a laissé des types de perfection qui n’appartiennent qùà lui. A la voûte qui surmonte l’autel, il a montré l’éternel bénissant le monde au milieu d’un cortège d’anges et de chérubins; dans un des arcs verticaux de la nef, il avait représenté le martyre de sainte Cécile.

 

 

  1. — Gli interventi di Papa Leone

 

In aggiornamento.

 

L’epoca di maggior splendore fu durante il pontificato di papa Leone X (1513-1521) che, oltre ad abbellire ulteriormente gli edifici chiamandovi a lavorare Donato Bramante e Michelangelo Buonarroti…

…e Bramante (al quale si attribuisce la cappella al pianterreno).

Uno scalone monumentale conduce al piano superiore, nel quale si apre il salone con camino, detto di Apollo o delle Muse o delle feste, poiché un tempo era decorato dagli affreschi di Giovanni di Pietro detto lo Spagna, con Apollo e le nove Muse, voluti dal successore di Giulio II, Leone X Medici (1513-1521), staccati nel 1874 e trasportati nel Museo di Roma a Palazzo Braschi.

Il salone d’onore o «Sala delle Muse» era il luogo di ricevimento ufficiale del Castello della Magliana, ritrovo tra il 1513 e il 1521 del cenacolo letterario di papa Leone X Medici, cui presero parte Raffaello, Michelangelo, Bramante, Machiavelli e Guicciardini.

L’impianto architettonico rettangolare risale al Sangallo, su commissione del cardinale Alidosi da Pavia, il cui titolo «F. card. papiensis» compare sull’architrave d’ingresso. Alidosi riesce a completare lo scalone (con una Madonna del Perugino, oggi scomparsa), la loggia, il camino monumentale con dedica a Papa Giulio e i pavimenti in maiolica con i colori dei Della Rovere, ma la sala ha ancora l’aspetto di uno stanzone vuoto. Papa Leone X prosegue i lavori, trasformandola in una cassa armonica da teatro, dall’acustica perfetta grazie alla sopraelevazione del tetto e ai controsoffitti avvolgenti con lacunari in legno. Leone X fa affrescare le pareti, con un fregio di alloro, aquile e gigli medicei che incorniciano un paesaggio agreste, in cui compaiono le superbe figure mitologiche di Apollo e le Muse, opera di Gerino Gerini. I quadranti di Apollo e delle Muse sono state distaccati nel 1869. Si trovano oggi a Palazzo Braschi.

Una panoramica terrazza che dà sul parco si apre al medesimo piano.

 

 

  1. — 1517, intrigo alla Magliana

 

Nella primavera 1517 avrebbe dovuto consumarsi alla Magliana un efferato delitto, maturato negli ambienti del Sacro collegio, sotto la guida del cardinale decano Raffaele Riario e di Alfonso Petrucci da Siena.

Il cardinal Petrucci – riferisce lo storico Guicciardini – nutre verso la vittima designata, Papa Leone X Medici, un incolmabile rancore, fin da quando alla morte di suo padre Pandolfo Petrucci, signore di Siena, il pontefice aveva messo la città sotto protettorato. Petrucci, «ardendo di odio e quasi ridotto in disperazione, aveva avuto pensieri di offenderlo violentemente con l’armi», ma alla fine la vendetta prende la strada sottile dell’intrigo rinascimentale.

Papa Leone, prossimo come ogni anno alla partenza primaverile per la Magliana, è infatti colto da un imbarazzante doloretto alle parti basse (una fistola «in ima sede», dice Guicciardini). E Petrucci, venutolo a sapere, è deciso a somministrargli una medicina avvelenata, tramite Mastro Battista da Vercelli, «famoso chirurgo e molto intrinseco suo». Mastro Battista in verità è, sì, famoso, ma il suo passato non è dei più limpidi: cavadenti (dentista), medico di cataratte, mal della pietra (calcoli renali) e persino mal francioso (sifilide). Bandito da Venezia, era stato accolto a Siena con pubblici onori. L’umanista Paolo Giovio descrive Mastro Battista come «impurus, crudelis, fallacissimus» (sporco, crudele e gran bugiardo), ma dotato di «ingenio expedito et singularis digitorum argutia» (intelletto brillante e mani d’oro).

Dei necessari appoggi a corte si occupa il cardinal Raffaele Riario, da sempre tessitore di congiure e avversario dei Medici fin dai tempi della congiura dei Pazzi. Riario prepara la strada a Mastro Battista facendo licenziare il medico papale Jacopo da Brescia.

L’incontro fra Papa Leone e il nuovo dottore, Mastro Battista da Vercelli, avviene a inizio giugno 1517, probabilmente già alla Magliana, dove il pontefice trascorre la bella stagione.

Papa Leone è afflitto da un terribile dolore al fondo schiena, ma Papa Leone non si fida affatto. Adducendo una «salutari quadam verecundia» (un certo salutare pudore) rifiuta di mostrargli la parte dolente, e sguinzaglia le spie. Viene così a sapere, intercettando una lettera cifrata, che è in atto una congiura per avvelenarlo. Aiutato dal procuratore fiscale Mario da Perusco Papa Leone dà il via alla raffinata rinascimentale vendetta. Invia una lettera amichevole al cardinale Alfonso Petrucci, capo dei congiurati, invitandolo a Roma, e spedisce Mastro Battista verso Firenze, a curare un caso di sifilide.

Giunto a Roma, Petrucci finisce direttamente a Castel Sant’Angelo e viene strangolato dal Moro Rolando, non prima però di aver fatto i nomi di tutti i congiurati. Il 22 giugno i porporati Riario, Sauli, Volterrano e Castellanese sono spogliati della dignità cardinalizia, mentre Mastro Battista, ricondotto a Roma, viene torturato e squartato vivo.

Il 24 agosto per i 13 congiurati arriva il perdono: Papa Leone concede a tutti la gratia sub condicione, cioè un’indulgenza a pagamento. Per Riario il prezzo è altissimo: deve consegnare il suo sfarzoso palazzo urbano, appena completato dal Bramante, che diventa da allora sede della Cancelleria papale. Alcuni autori moderni (L. Gualino e R. Bettica-Giovannini) sostengono con documenti d’archivio l’innocenza di Mastro Battista. Di certo la congiura fu per Papa Leone un gigantesco e provvidenziale affare.

 

 

  1. — Il cenacolo di Papa Leone (giardino e uccelliera)

 

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…trasformò la villa in un luogo di incontri letterari, di concerti e spettacoli teatrali.

…proseguendo sotto Leone X (1513-1521) Medici. Grazie a loro, la dimora fu trasformata in una nobile villa residenziale, frequentata da letterati, artisti e musicisti.

Lo spazio esterno alla residenza fu sistemato a giardino e corredato da una uccelliera, mentre la tenuta fu interessata da lavori per migliorare le coltivazioni.

 

 

  1. — La decadenza

 

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Con la fine dell’epoca rinascimentale, anche il castello cadde in disuso e progressivamente abbandonato; fu dato in proprietà al monastero di santa Cecilia in Trastevere, che lo affittò a privati.

Dal XVII secolo, anche a causa dell’insorgenza della malaria, la villa cadde in progressivo abbandono, ridotta a casale agricolo.

L’epoca d’oro della Magliana, il tempo felice di Papa Giulio, di Papa Leone e di Raffaello, era ormai finito. Eppure per tutto il Cinquecento il fascino del Castello della Magliana continuò ancora a destare l’interesse e l’emulazione dei papi. Pio IV (1559-1565) fece delle aggiunte, che marcò con le sue insegne: risale al suo pontificato la deliziosa fontana nella corte interna.

Sisto V (1585-1590) fece dipingere alcune stanze rimaste prive di decorazioni. Il Rinascimento, fino all’estremo limite della decadenza, lasciò dunque tracce profonde in questo luogo, insieme profano e di raccoglimento, caro per oltre cento anni ad una ventina di papi.

Il Seicento aprì il Papato ad un’era di declino e di sudditanza politica, e relegò il Castello della Magliana in un ruolo di maggiore austerità. Impossibilitati ormai a fare la guerra, i papi smisero di colpo anche di andare a caccia. In breve, la Magliana non ebbe più ragione di esistere! Da Clemente VIII in poi la tenuta cominciò anche ad essere trascurata dal punto di vista agricolo; meno di un secolo dopo l’abbandono fu completo.

Così completo che la Camera Apostolica ne alienò la proprietà alle Monache di Santa Cecilia. E da allora la rovina regnò sovrana. La Magliana, divenuta per il Convento d’Oltretevere una comune proprietà di campagna, fu consegnata ai fattori, che non si diedero alcuna cura dei beni improduttivi. La decadenza si consumò senza destare la benché minima preoccupazione.

Ancora Gruyer:

Solo per un momento, dobbiamo tornare alla Magliana del Cinquecento, alle splendide meraviglie di cui abbiamo raccontato. In mezzo a questa campagna dalle dolci increspature di una così austera armonia rimettiamo al suo posto la bella e calma architettura del San Gallo, intatta e senza alterazioni. Restituiamo ai terreni intorno al Castello le ombreggiature di alberi oggi scomparsi. Torniamo ad ascoltare, dalla corte interna, il brusio delle acque di fonte, e ripercorriamo gli stessi passi di Papa Leone Medici. Rimettiamo al loro posto, nelle camere, tutti i dipinti. Restituiamo alle colonne tutti i loro arabeschi. Rimettiamo insomma, ciascuno al suo posto, gli elementi che diedero vita a questa meraviglia. Arriviamo persino a figurarci la presenza fisica di quegli uomini del passato, così forti nel carattere, così brillanti nella mente, così pomposi nei titoli nobiliari. Compenetriamoci insomma dell’atmosfera morale e dell’esprit du temps, della sua ingenuità, delle sue passioni, delle sue convinzioni e del suo amore per la bellezza spinta fin quasi alla superstizione.

Ecco, mentre i moti dell’animo ci turbano, da fuori entriamo nella piccola cappella, dove stretti intorno al Papa rivediamo i più alti dignitari della Curia e della nobiltà romana. Soprattutto, restituiamo a questa cappella i due affreschi di Raffaello, rivestendoli della loro primitiva grazia, la loro originale freschezza, la loro intatta bellezza…

Dopo esserci lasciati rapire da questa visione del passato ecco… ora, solo ora, apriamo gli occhi alla realtà di oggi! Cadremo dall’alto in basso. Ma saremo in grado, dalla certezza di ciò che è, ricostruire ciò che fu.

Di seguito il testo in francese:

Si les beaux jours… j’allais dire les grands jours de la Magliana… étaient passés avec Jules II, Léon X et Raphaël, l’attrait de cette résidence devait, jusqùà la fin du XVIe siècle, solliciter encore la faveur et l’émulation des papes. Pie IV (1559-1565) y fit quelques additions qùil marqua de ses armes; la charmante fontaine de la cour date de son pontificat. Sixte-Quint (1585-1590) fit peindre aussi quelques chambres restées sans décoration. La Renaissance, jusqùaux extrêmes limites de sa décadence, a donc laissé des traces profondes dans ce lieu tout à la fois profane et recueilli, cher pendant plus de cent ans à une succession de vingt papes…

Le XVIIe siècle, en ouvrant à la papauté une ère d’abaissement et de dépendance politiques, la contraignit à une plus grande apparence d’austérité. Les papes, mis désormais dans l’impossibilité de faire la guerre, renoncèrent du même coup au plaisir de la chasse, et la Magliana n’eut plus de raison d’être. Aussi, à partir de Clément VIII, commença-t-elle à être délaissée. Moins d’un siècle après, l’abandon fut complet.

Si complet que la Chambre pontificale se déchargea de la propriété entre les mains des religieuses de Sainte-Cécile. Dès lors, la ruine se mit de la partie. La Magliana, devenue pour le couvent du Trastevere une simple propriété de campagne, fut abandonnée à des fermiers qui ne prirent nul souci des choses improductives, et la dégradation se fit sans éveiller la mo1indre sollicitude.

Cependant, on continua jusqùà nos jours à dire la messe dans l’ancienne chapelle papale. Or, ce qui aurait dû préserver les peintures de cette chapelle fut, pour l’une d’elles, la cause d’une ruine définitive. En 1830, le fermier Vitelli, ne voulant point être mélé à ses domestiques, se donna le luxe d’une tribune spéciale, et, pour arriver à sa tribune, fit percer une porte au beau milieu du Martyre de sainte Cécile.

Plus tard, les religieuses elles-mêmes, ayant besoin d’argent et pensant avec raison avoir un trésor dans ce qui leur restait des fresques de Raphaël, les firent transporter sur toile pour les engager au Mont-de-piété, où nous les avons vues à Rome en 1858. Du Mont-de-piété, où elles restèrent près d’un an, elles allèrent dans une des salles d’entrée de la basilique de Sainte-Cécile in Trastevere.

En 1869, enfin, M. L. Oudry en fit l’acquisition et les apporta en France à travers mille difficultés de douane et de transport.

Au prix de quels sacrifices se firent toutes ces pérégrinations? L’état actuel de ces peintures le dit avec trop d’évidence. Mais, avant de regarder la ruine, telle que l’ont faite le temps et les hommes, reportons-nous un moment par la pensée vers cette Magliana du XVIe siècle, toute resplendissante de tant de merveilles fraîchement écloses.

Au milieu de cette campagne aux ondulations d’une si austère harmonie, représentons nous la belle et calme architecture, intacte et sans altérations, d’un architecte tel que San Gallo. Restituons, aux alentours de la villa, les ombrages qui ne sont plus. Ecoutons, dans les cours, le bruit des eaux jaillissantes amenées par Léon X. Replaçons dans les chambres toutes les peintures, sur les pilastres toutes les arabesques. Figurons-nous les vrais maîtres de tous ces enchantements. Revoyons en imagination tous ces personnages, si remarquables par le caractère, si brillants par le costume, si pompeux par le titre. Pénétrons-nous de l’atmosphère morale et de l’esprit du temps, de sa naïveté, de ses passions, de ses croyances et de son amour du beau poussé jusqùà la superstition.

Tandis que les meutes s’impatientent au dehors, entrons dans la petite chapelle où se pressent autour du pape les plus hauts dignitaires de la Chambre apostolique et de la noblesse romaine. Rendons surtout à cette chapelle les deux fresques de Raphaël en les parant de leur grâce native, de leur fraîcheur originelle, de leur beauté première…

Après nous être laissé ravir par cette vision du passé, rouvrons les yeux à la réalité contemporaine; nous tomberons de haut, mais nous saurons, à l’aide de ce qui est, reconstituer ce qui fut.

 

 

  1. — I restauri del 1959

 

Nel 1959 l’intero complesso è stato acquistato e restaurato dal Sovrano Militare Ordine di Malta. Oggi ospita gli uffici e la direzione del vicino ospedale San Giovanni Battista, di proprietà dello stesso Ordine.

Per la sua rinascita dobbiamo attendere il 1959, quando fu ceduta dallo Stato Italiano all’Ordine dei Cavalieri di Malta che la riadattarono, trasformandola nell’attuale Ospedale intitolato a S. Giovanni Battista.

Le scuderie, ora occupate dall’Amministrazione dell’Ospedale san Giovanni Battista del Sovrano Militare Ordine di Malta, completavano il complesso, pervenuto al medesimo Ordine nel 1959.

Durante lo stesso periodo fu ristrutturata anche l’antica cappella di San Giovanni Battista.

Nella volta che sovrasta l’altare della cappella di San Giovanni Battista, Raffaello Sanzio dipinse l’Eterno Padre benedicente fra angeli e cherubini (oggi al Louvre), mentre sulla volta dell’arco della navata centrale dipinse il Martirio di santa Cecilia (frammenti nel Musée des Beaux-Arts di Narbonne).

Il Bramante fu impegnato nella realizzazione della Cappella dedicata a S.Giovanni Battista; Raffaello ed i suoi discepoli e Gerino da Pistoia, allievo del Perugino, eseguirono la decorazione pittorica. Nel corso dell’800 però, molte di queste preziose opere pittoriche furono distaccate e trasferite in luoghi diversi: Museo del Louvre di Parigi, Museo d’Arte di Narbonne, cappella Grassi a Lora (Como), Museo di Roma – Palazzo Braschi.

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