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Il Castel­lo del­la Maglia­na è una vil­la rina­sci­men­ta­le, cir­con­da­ta da una cin­ta mura­ria ope­ra dell’architetto San­gal­lo. La pre­sen­za di edi­fi­ci è atte­sta­ta già dal 1018 (un con­trat­to rife­ri­sce di un Pala­tium e di una chie­si­na rura­le dedi­ca­ta a San Gio­van­ni), ma è solo dal 1460 che la tenu­ta del­la Maglia­na desta l’interesse di alti por­po­ra­ti. Il pri­mo di essi è il car­di­nal For­te­guer­ri (1460) segui­to da… tra­sfor­ma­ta dal San­gal­lo in for­ti­fi­ca­ta, edi­fi­ca­ta a par­ti­re dal 1480 da Papa Sisto IV. Si inne­sta su un pre­ce­den­te «Palaz­zet­to», ope­ra di Gra­zia­deo Pra­da su com­mes­sa di Papa Inno­cen­zo VIII, a sua vol­ta inse­dia­to sul­la pre­e­si­sten­za di un «Pala­tium Sanc­ti Johan­nis» che risa­le all’Anno Mil­le. Giu­lio II effet­tua i pri­mi amplia­men­ti, affi­dan­do i lavo­ri agli archi­tet­ti Giu­lia­no da San­gal­lo e poi Bra­man­te, fino ad assu­me­re la for­ma archi­tet­to­ni­ca di un cor­po a L pro­tet­to da una cin­ta mer­la­ta. Nel castel­lo è pre­sen­te una cap­pel­li­na, attri­bui­ta al Bra­man­te, oggi spo­glia ma deco­ra­ta in ori­gi­ne con affre­schi del­la Scuo­la di Raf­fael­lo. Papa Leo­ne X Medi­ci por­ta a ter­mi­ne le ope­re di Giu­lio II, rea­liz­zan­do l’imponente Salo­ne del­le Muse. Anche gli affre­schi del­la sala sono sta­ti distac­ca­ti. Il com­ples­so è sta­to inte­ra­men­te restau­ra­to nel 1959, a cura dell’Ordine dei Cava­lie­ri di Mal­ta.

 

 

  1. — La Tenu­ta del­la Maglia­na (1018−1460)

 

La nostra visi­ta al Castel­lo del­la Maglia­na ini­zia nei giar­di­ni ester­ni, di fron­te all’arco monu­men­ta­le che si apre tra le mura rina­sci­men­ta­li del San­gal­lo. Qui davan­ti, sedu­ti tra ombreg­gia­ti pini, rac­con­te­re­mo tut­ta­via la sto­ria di altri edi­fi­ci, che pre­ce­det­te­ro il castel­lo di oltre mez­zo seco­lo e che oggi non esi­sto­no più.

Sia­mo a ridos­so dell’Anno Mil­le, e a quest’epoca è già docu­men­ta­ta una pro­prie­tà fon­dia­ria uni­ta­ria, lun­go la riva destra del Teve­re, appar­te­nen­te al Mona­ste­ro di S. Pan­cra­zio e cono­sciu­ta con il nome di Man­lia­na (Maglia­na). In essa sor­ge­va­no alme­no due edi­fi­ci, oggi scom­par­si: un Casa­le Man­lia­num e un ora­to­rio cam­pe­stre dedi­ca­to a S. Gio­van­ni Bat­ti­sta. Pos­sia­mo sol­tan­to imma­gi­nar­ne l’aspetto del casa­le e del­la chie­si­na, con la fan­ta­sia. I due edi­fi­ci era­no pro­ba­bil­men­te posti a distan­za rav­vi­ci­na­ta, se non addi­rit­tu­ra col­le­ga­ti. Ci por­ta ad azzar­da­re que­sta ipo­te­si il fat­to che le fon­ti ci tra­smet­to­no anche un ter­zo nome, quel­lo di Pala­tium Sanc­ti Johan­nis de Man­lia­na, che sem­bre­reb­be fon­de­re in uno solo i due edi­fi­ci pre­ce­den­ti.

Nel­la secon­da metà del XII sec. la pro­prie­tà pas­sa di mano, dal Mona­ste­ro di S. Pan­cra­zio a quel­lo di S. Ceci­lia in Tra­ste­ve­re. Le noti­zie sul­la fase più anti­ca del sito pur­trop­po si fer­ma­no qui, e i due edi­fi­ci scom­pa­io­no dal­le cro­na­che sino alla pri­ma metà del Quat­tro­cen­to. Pos­sia­mo sup­por­re da que­sto un uso stret­ta­men­te agri­co­lo del­la tenu­ta, e che casa­le e chie­si­na sia­no a metà Quat­tro­cen­to assai poco fre­quen­ta­ti o addi­rit­tu­ra già cadu­ti in rovi­na. Gli annua­ri di metà Quat­tro­cen­to ripor­ta­no che a rico­pri­re il tito­lo di car­di­na­le di San­ta Ceci­lia è allo­ra tale Rinal­do Pisci­cel­lo, che paral­tro sem­bra non abbia avu­to un par­ti­co­la­re inte­res­se per la tenu­ta subur­ba­na alla Maglia­na. Alla sua mor­te, avve­nu­ta il 4 luglio 1457, il papa regnan­te (Cal­li­sto III Bor­gia) non lo sosti­tui­sce con un nuo­vo car­di­na­le e per la tenu­ta del­la Maglia­na si apre un perio­do di anco­ra mag­gio­re tra­scu­ra­tez­za.

È in que­sto con­te­sto che entra in sce­na il tosca­no Nic­co­lò For­te­guer­ri, la cui bio­gra­fia meri­ta di esse­re nar­ra­ta. For­te­guer­ri è un «capi­ta­no del­la Chie­sa», una di quel­le figu­re che abbon­da­no nel Rina­sci­men­to, capa­ci di fon­de­re talen­ti tra loro lon­ta­ni: l’arte mili­ta­re, l’accortezza nell’amministrazione pub­bli­ca e la sen­si­bi­li­tà dell’umanesimo. For­te­guer­ri nasce a Pisto­ia il 7 otto­bre 1419, da un casa­to nobi­le ma ormai cadu­to in ristret­tez­ze eco­no­mi­che. Gra­zie a pub­bli­che bene­fi­cen­ze acce­de agli stu­di uni­ver­si­ta­ri in dirit­to a Bolo­gna, insie­me con Enea Pic­co­lo­mi­ni, suo «cugi­no ric­co» e ami­co fra­ter­no. In un’epoca di intri­ghi, tra­di­men­ti e cali­ci di vino avve­le­na­ti un’amicizia sin­ce­ra è un ele­men­to bio­gra­fi­co da rac­con­ta­re. Scri­ve la stu­dio­sa Anna Espo­si­to: «La loro ami­ci­zia, sia che aves­se avu­to ori­gi­ne dal­la paren­te­la, sia dall’identità di indo­le e di inte­res­si, durò tut­ta la vita». For­te­guer­ri e Pic­co­lo­mi­ni, oltre che ami­ci, sono allea­ti per la vita, e il suc­ces­so dell’uno tra­sci­na ine­vi­ta­bil­men­te quel­lo dell’altro. Suc­ce­de così che nel 1450 Pic­co­lo­mi­ni diven­ta vesco­vo di Sie­na, e por­ta con sé For­te­guer­ri, che a Sie­na ini­zia una bril­lan­te car­rie­ra eccle­sia­sti­ca, «real­men­te rivol­ta al ser­vi­zio del­la Chie­sa più che all’arricchimento per­so­na­le». Poco dopo For­te­guer­ri diven­ta udi­to­re del Gover­na­to­re del Patri­mo­nio e nel 1456, gra­zie ai buo­ni uffi­ci di Pic­co­lo­mi­ni, diven­ta addi­rit­tu­ra car­di­na­le. I due si spo­sta­no a que­sto pun­to a Roma, dove cor­re voce che Papa Cal­li­sto III, da tem­po mala­to, sia pros­si­mo a spi­ra­re. Il con­cla­ve del 1458 per i due potreb­be tra­sfor­mar­si in una splen­di­da occa­sio­ne.

E così è. Dal con­cla­ve Enea Pic­co­lo­mi­ni vie­ne ina­spet­ta­ta­men­te elet­to nuo­vo pon­te­fi­ce: assu­me­rà il nome di Pio II. Il nuo­vo papa è una figu­ra di rot­tu­ra rispet­to al pas­sa­to. Impa­ra subi­to come fun­zio­na­no le cose a Roma, e come cam­biar­le. Sa che può fidar­si solo del suo cugi­no-fra­tel­lo For­te­guer­ri. Una cele­bre pasqui­na­ta descri­ve bene l’accortezza di Papa Pic­co­lo­mi­ni: «Quand’ero Enea, nes­sun mi cono­scea /​ Or che son Pio, tut­ti mi chia­man zio». Per Fort­guer­ri si spa­lan­ca­no le por­te di inca­ri­chi impor­tan­ti e deli­ca­tis­si­mi: divie­ne vesco­vo di Tea­no (nel Regno di Napo­li), con il com­pi­to di far­si ami­co Re Fer­di­nan­do d’Aragona, aggiu­stan­do le dispu­te di con­fi­ne favo­re­vol­men­te al re, e otte­nen­do­ne in cam­bio la pace a sud. L’anno seguen­te (1459) For­te­guer­ri tor­na a Roma e diven­ta Teso­rie­re apo­sto­li­co, cioè «mini­stro del­le finan­ze» degli Sta­ti del­la Chie­sa. Da teso­rie­re uno dei pri­mi nodi da scio­glie­re è il dis­se­sto del Mona­ste­ro di San­ta Ceci­lia.

 

 

  1. — Il casi­no di cac­cia del For­te­guer­ri (1460−1471)

 

Il 19 mar­zo 1460 For­te­guer­ri si fa nomi­na­re car­di­na­le di S. Ceci­lia, acqui­sen­do così la tenu­ta del­la Maglia­na. Sin dal­le pri­me visi­te, la Maglia­na susci­ta la sua atten­zio­ne, non solo per il poten­zia­le eco­no­mi­co che può nasce­re da una con­du­zio­ne accor­ta del­la tenu­ta agri­co­la, ma soprat­tut­to per la bel­lez­za del pae­sag­gio e la ric­chez­za di acque e sel­vag­gi­na. For­te­guer­ri è soli­to sosta­re a lun­go nel­la tenu­ta, e dif­fon­de a Roma un uso già assai popo­la­re in tosca­na: quel­lo di radu­na­re nobi­li, alti por­po­ra­ti e il loro cospi­cuo segui­to per del­le scam­pa­gna­te fuo­ri por­ta dedi­ca­te al gio­co del­la cac­cia. Il fos­so del­la Maglia­na è infat­ti un richia­mo e un osta­co­lo natu­ra­le per la sel­vag­gi­na: è un richia­mo per­ché le pove­re bestio­le van­no lì ad abbe­ve­rar­si, ma anche un osta­co­lo, per­ché le acque del fos­so – che allo­ra ave­va una mag­gior por­ta­ta rispet­to ad oggi – non con­sen­to­no l’attraversamento e chiu­do­no in trap­po­la gli ani­ma­li.

A ridos­so del 1460 For­te­guer­ri, rite­nen­do le rovi­ne del Pala­tium esi­sten­ti nel­la tenu­ta ina­de­gua­te ad acco­glie­re i suoi illu­stri ospi­ti, com­mis­sio­na l’edificazione di un casi­no di cac­cia. Nul­la ci è dato sape­re dell’aspetto archi­tet­to­ni­co di que­sto pic­co­lo edi­fi­cio, che sarà pro­ba­bil­men­te inglo­ba­to nei rifa­ci­men­ti di epo­ca suc­ces­si­va.

Ma il perio­do di deli­zia di For­te­guer­ri alla Maglia­na dura assai poco: Papa Pic­co­lo­mi­ni gli affi­da un’altra mis­sio­ne, come lega­to pon­ti­fi­cio nel­la stra­te­gi­ca cit­tà di Urbi­no, ret­ta dai Mon­te­fel­tro. Da qui For­te­guer­ri deve coor­di­na­re due distin­te azio­ni: la pri­ma è con­so­li­da­re l’alleanza con gli Sfor­za di Mila­no con­tro le trup­pe filo-fran­ce­si del capi­ta­no di ven­tu­ra det­to Il Pic­ci­ni­no, del duca d’Angiò e dei ribel­li Mala­te­sta di Rimi­ni; la secon­da è doma­re l’insurrezione di Iaco­po Savel­li, signo­re del­la Sabi­na. Per sot­to­met­te­re i Savel­li e scon­fig­ge­re il Pic­ci­ni­no ci vuo­le poco, e For­te­guer­ri si con­cen­tra quin­di in una lot­ta sen­za quar­tie­re ai Mala­te­sta, dimo­stran­do inat­te­se doti mili­ta­ri. Nel 1463 For­te­guer­ri espu­gna la cit­tà mari­na­ra di Fano, coor­di­nan­do le trup­pe di ter­ra con la flot­ta pon­ti­fi­cia del por­to di Anco­na. Que­sto epi­so­dio costrin­ge i Mala­te­sta alla capi­to­la­zio­ne.

For­te­guer­ri ha modo di tor­na­re a gode­re per qual­che tem­po del­la quie­te del­la Maglia­na, ma Papa Pic­co­lo­mi­ni ha in ser­bo per lui un nuo­vo inca­ri­co. Que­sta vol­ta la desti­na­zio­ne è il mare. Nel 1464 Papa Pic­co­lo­mi­ni lo nomi­na lega­to papa­le del­la Lega con­tro i Tur­chi, con­tro i qua­li ha in ani­mo di intra­pren­de­re l’ultima defi­ni­ti­va cro­cia­ta. For­te­guer­ri giun­ge a Pisa, dove sono radu­na­te le flot­te di diver­se nazio­ni euro­pee. A Pisa però la situa­zio­ne è dav­ve­ro dif­fi­ci­le, per­ché nel­la cit­tà è scop­pia­ta la peste. Con pron­tez­za di azio­ne For­te­guer­ri ordi­na alla flot­ta pon­ti­fi­cia di sal­pa­re da Pisa, gui­dan­do­la per­so­nal­men­te, e, con una tra­ver­sa­ta lun­ga e pie­na di insi­die, la met­te in sal­vo, supe­ran­do lo stret­to di Mes­si­na e por­tan­do­la ad Anco­na. Ad Anco­na lo rag­giun­ge la ter­ri­bi­le noti­zia: il 14 ago­sto 1464 Papa Pic­co­lo­mi­ni è mor­to.

Con il nuo­vo papa Pao­lo II Bar­bo (1464−1471), vene­zia­no, si ritor­na al pas­sa­to. Di Papa Bar­bo le cro­na­che rife­ri­sco­no soprat­tut­to l’avversione ver­so intel­let­tua­li e arti­sti, e in par­ti­co­la­re con­tro l’umanista Bar­to­lo­meo Sac­chi, det­to Il Plà­ti­na, che farà impri­gio­na­re e tor­tu­ra­re a più ripre­se. A dire il vero il Pla­ti­na ha fat­to di tut­to per meri­tar­si l’inimicizia del nuo­vo pon­te­fi­ce, a comin­cia­re dal nomi­gno­lo mali­zio­so che gli ha affib­bia­to: Papes­sa Maria Pie­tis­si­ma, per l’inclinazione a scop­pia­re in pian­to duran­te le fre­quen­ti cri­si di ner­vi. For­te­guer­ri accet­ta di buon gra­do di met­ter­si a ser­vi­zio del nuo­vo pon­te­fi­ce. Nel 1465 Papa Bar­bo gli affi­da le ope­ra­zio­ni mili­ta­ri con­tro il casa­to ribel­le degli Anguil­la­ra. For­te­guer­ri met­te base a Viter­bo e, allea­to con gli Orsi­ni, scon­fig­ge gli Anguil­la­ra in soli 12 gior­ni. Da que­sto momen­to in poi For­te­guer­ri smet­te di fre­quen­ta­re assi­dua­men­te la Maglia­na e si riti­ra a Viter­bo, dove atten­de a inca­ri­chi di gover­no civi­co. Si ha noti­zia di un richia­mo fret­to­lo­so del For­te­guer­ri a Roma nel 1468, come con­si­glie­re per­so­na­le di Papa Bar­bo per risol­ve­re la con­giu­ra dell’Acca­de­mia Roma­na, ma appe­na poté For­te­guer­ri fece ritor­no a Viter­bo. A sen­ti­re l’umanista Pla­ti­na la con­giu­ra riu­sci­rà tre anni dopo, nel 1471: «Il dì pre­ce­den­te alla not­te che egli lasciò la vita, due ben gran melo­ni si man­giò». Era­no pro­ba­bil­men­te frut­ti avve­le­na­ti.

For­te­guer­ri par­te­ci­pa al nuo­vo con­cla­ve, ed è il can­di­da­to del­la fami­glia Pic­co­lo­mi­ni. Ma non dispo­ne del­le risor­se eco­no­mi­che per con­tra­sta­re le poten­tis­si­me fami­glie Ria­rio e del­la Rove­re. Alla fine la spun­ta Fran­ce­sco del­la Rove­re, papa con il nome di Sisto IV (1471−1484). For­te­guer­ri si riti­ra a Viter­bo e muo­re avve­le­na­to poco dopo.

 

 

  1. — Ria­rio e Scla­fe­na­to: «favo­ri­ti» di Sisto IV (1471−84)

 

Uno dei pri­mi atti di Papa Sisto, anco­ra nel 1471, è rega­la­re la Maglia­na al nipo­te pre­di­let­to, il 28en­ne con­te Giro­la­mo Ria­rio (1443−1488). Non c’è un’investitura uffi­cia­le, ma di fat­to lo spa­val­do con­te Ria­rio è il nuo­vo padro­ne del­la Maglia­na. Del resto Papa Sisto è assai soler­te nel­lo sde­bi­tar­si – subi­to e in manie­ra equa­ni­me – con tut­ti i fami­lia­ri che ne han­no soste­nu­to l’ascesa a capo del­la Chie­sa. Le cro­na­che anno­ta­no che Sisto IV nomi­na a stret­to giro 9 car­di­na­li: due sono suoi nipo­ti (uno è Giu­lia­no del­la Rove­re, che ritro­ve­re­mo in segui­to); sei sono paren­ti; e l’ultimo, Pie­tro Ria­rio, si mor­mo­ra sia addi­rit­tu­ra suo figlio!

Nell’aprile 1474 intan­to vie­ne nomi­na­to il nuo­vo car­di­na­le di S. Ceci­lia, affi­da­ta­rio del­la tenu­ta del­la Maglia­na: si trat­ta del geno­ve­se Gio­van­ni Bat­ti­sta Cybo, un uomo auste­ro che, come Giu­lia­no del­la Rove­re, avre­mo modo di ritro­va­re in segui­to. Cybo si dimo­stra un ammi­ni­stra­to­re discre­to: tie­ne le cose in ordi­ne, per­met­te a Giro­la­mo Ria­rio di usa­re la tenu­ta a pia­ci­men­to, e pre­pa­ra spes­so rice­vi­men­ti in cui l’ospite d’onore è il nuo­vo papa Sisto IV. Papa Sisto è in effet­ti il pri­mo pon­te­fi­ce a fre­quen­ta­re rego­lar­men­te la Tenu­ta del­la Maglia­na: allo­ra non esi­ste­va anco­ra la resi­den­za papa­le di Castel Gan­dol­fo, e la Maglia­na si pre­sen­ta­va come un otti­mo luo­go di sva­go, salu­bre, ric­co di sel­vag­gi­na e lon­ta­no dall’ufficialità del­la cor­te. Stan­do però ai rac­con­ti mali­zio­si del cro­ni­sta di cor­te Ste­fa­no Infes­su­ra (che paral­le­la­men­te ai dia­ri uffi­cia­li tene­va anche un Dia­rio pri­va­to in cui la face­va da padro­ne il gos­sip), il moti­vo del­la pre­di­le­zio­ne di Sisto IV per la Maglia­na è ben altro, per­ché lì tro­va ad atten­der­lo stuo­li di gio­va­ni aman­ti, ogni vol­ta diver­si: «Per qua­le moti­vo se non la sodo­mia – scri­ve l’Infessura – Papa Sisto pre­di­les­se il con­te Gero­la­mo, e Pie­tro Ria­rio suo fra­tel­lo, e il car­di­na­le di San Sisto? Lo mor­mo­ra il popo­lo, i fat­ti riscon­tra­no! E cosa non fece ai ser­vi­to­ri di came­ra! Ma li risar­cì a suon di duca­ti, o ele­van­do­li al ran­go di vesco­vi o car­di­na­li!».

Ma lascia­mo da par­te le mal­di­cen­ze e dia­mo meri­to a Papa Sisto di aver tra­sci­na­to l’Urbe fuo­ri dal livo­re medie­va­le, con la magni­fi­cen­za del rin­no­va­men­to urba­ni­sti­co: appe­na elet­to papa, appro­va subi­to il pia­no rego­la­to­re, e di lì a poco vedo­no la luce pon­te Sisto, la via Sisti­na, San Vita­le (1475), la Biblio­te­ca vati­ca­na (1477) e la Cap­pel­la Sisti­na (che non farà in tem­po a vede­re com­ple­ta­ta); chia­ma a cor­te il musi­co Des Prèz, il pit­to­re Meloz­zo da For­lì e gli uma­ni­sti Regi­mon­ta­no e Pla­ti­na. Toc­che­rà pro­prio a Meloz­zo da For­lì, nell’occasione dell’inaugurazione del­la Biblio­te­ca Vati­ca­na, rea­liz­za­re un affre­sco cele­bra­ti­vo che ha il sapo­re di un gran­de «ritrat­to di fami­glia»: accan­to al pon­te­fi­ce ci sono gli affet­ti ter­re­ni più cari, da Giu­lia­no del­la Rove­re, a Gio­van­ni del­la Rove­re, a Raf­fae­le Ria­rio e Giro­la­mo Ria­rio.

Già dal 1473 intan­to Papa Sisto ha orga­niz­za­to per Giro­la­mo un matri­mo­nio d’oro: quel­lo con Cate­ri­na Sfor­za, figlia di del duca di Mila­no; il matri­mo­nio si cele­bra nel 1477, e il dono di noz­ze per i due gio­va­ni è la signo­ria sul­la cit­tà di Imo­la, dove i due si tra­sfe­ri­sco­no, nell’attesa che sia com­ple­ta­to il nuo­vo Palaz­zo Ria­rio (oggi Palaz­zo Altemps), ini­zia­to nel 1477 su pro­get­to di Meloz­zo da For­lì.

Nel 1478 Giro­la­mo è a Firen­ze insie­me con il fra­tel­lo Raf­fae­le, dove per con­to di Papa Sisto sono tra gli orga­niz­za­to­ri del­la Con­giu­ra dei Paz­zi. Il pro­get­to pre­ve­de l’assassinio del Signo­re di Firen­ze ­– Loren­zo de’Medici det­to Il Magni­fi­co – e di tut­ti i suoi paren­ti maschi: una vol­ta sgom­bra­to il cam­po Giro­la­mo Ria­rio avreb­be dovu­to pren­der­ne il posto. Gli even­ti però vol­go­no con­tro i con­giu­ra­ti, e Papa Sisto non rima­ne che sco­mu­ni­ca­re Loren­zo il Magni­fi­co, por­re Firen­ze sot­to inter­di­zio­ne, e muo­ver­le guer­ra per due anni con­se­cu­ti­vi. Nel 1480 Giro­la­mo, rinun­cia defi­ni­ti­va­men­te all’idea di diven­ta­re signo­re di Firen­ze, e accet­ta di buon gra­do di ripie­ga­re sul­la più mode­sta signo­ria di For­lì, a sca­pi­to del­la fami­glia degli Orde­laf­fi, detro­niz­za­ta.

Men­tre Giro­la­mo è fuo­ri Roma a ordi­re con­giu­re, un altro gio­va­ne pren­de il posto di Ria­rio tra i pre­di­let­ti di Papa Sisto: si trat­ta del nobi­le mila­ne­se Gio­van­ni Gia­co­mo Schiaf­fi­na­to (1451−1497), che il pon­te­fi­ce vuo­le nel ruo­lo di «came­ra­rio», cioè ammi­ni­stra­to­re del­le pro­prie­tà del­la Came­ra apo­sto­li­ca. Una vol­ta a Roma il nome di Schiaf­fi­na­to si ritro­va più spes­so come Gian­gia­co­mo degli Scla­fe­na­ti, o sem­pli­ce­men­te Lo Scla­fe­na­to.

Intor­no al 1480 Papa Sisto gli affi­da la rie­di­fi­ca­zio­ne del Pala­tium del­la Maglia­na, vec­chio ormai di 500 anni. Il pro­get­to archi­tet­to­ni­co è affi­da­to a Jaco­po da Pie­tra­san­ta. Per i suoi ser­vi­gi lo Scla­fe­na­to diven­te­rà vesco­vo (1482) e car­di­na­le (1483).

E le guer­re di Papa Sisto intan­to pro­se­guo­no. Dopo Firen­ze toc­ca a Vene­zia, con­tro la qua­le nel 1482 il pon­te­fi­ce ordi­sce un per­fi­do ingan­no: pri­ma invia Giro­la­mo Ria­rio a Vene­zia, con­vin­cen­do la repub­bli­ca lagu­na­re ad aggre­di­re i duchi d’Este, signo­ri di Fer­ra­ra, assi­cu­ran­do il soste­gno papa­le; poi, a guer­ra ini­zia­ta, Papa Sisto met­te Vene­zia sot­to inter­det­to e la abban­do­na al desti­no del­le armi: Vene­zia ne esce dav­ve­ro mal­con­cia, per­ché nel frat­tem­po in soc­cor­so a Fer­ra­ra sono arri­va­te le trup­pe degli Sfor­za da Mila­no e dei Medi­ci da Firen­ze. In pra­ti­ca, Sisto IV ha impe­gna­to in una guer­ra tut­ti i suoi avver­sa­ri – Vene­zia, Fer­ra­ra, Firen­ze e Mila­no – sen­za spen­de­re un solo duca­to. E le finan­ze papa­li, d’altra par­te, in que­sto perio­do sono più che flo­ri­de: Papa Sisto esten­de la ven­di­ta del­le indul­gen­ze, con­ce­den­do­la non solo ai vivi ma anche retroat­ti­va­men­te alle ani­me dei defun­ti; rac­co­glie fon­di per la nuo­va cro­cia­ta con­tro i Tur­chi; lega­liz­za i bor­del­li, con­ce­den­do costo­se licen­ze dal­le qua­li incas­sa tren­ta­mi­la duca­ti l’anno.

Ter­mi­na­te le guer­re, Papa Sisto risco­pre la resi­den­za del­la Maglia­na e vi fa tap­pa fis­sa nei viag­gi lun­go il Teve­re diret­to ad Ostia, a bor­do del­la sua per­so­na­le «nave buci­na­to­ria». Uno di essi è nar­ra­to nel­le cro­na­che dell’Infessura. Fra il 9 e il 12 novem­bre 1483 Papa Sisto fa tap­pa due vol­te alla Maglia­na, una all’andata e una al ritor­no. Ma il pon­ti­fi­ca­to vol­ge ormai al ter­mi­ne. La mor­te coglie Papa Sisto il 12 ago­sto 1484, ter­ri­bil­men­te anno­ia­to dall’inerzia del­le armi: «Ucci­so dal­la pace», sen­ten­zie­rà Pasqui­no. Un’altra cele­bre pasqui­na­ta com­par­ve affis­sa alla mor­te del San­to Padre davan­ti alla cele­bre sta­tua par­lan­te: «Ingiu­sto e infi­do gia­ce /​ chi la pace odiò tan­to, in sem­pi­ter­na pace /​ Orsù, get­ta­te a bra­ni /​ le scel­le­ra­te mem­bra a lupi e cani!».

Il perio­do di sede vacan­te dopo la mor­te di Sisto IV non è cer­to un perio­do faci­le. Del­la tur­bo­len­ta esta­te del 1484 ricor­dia­mo la bre­vis­si­ma signo­ria di Cate­ri­na Sfor­za-Ria­rio (12 ago­sto-25 otto­bre), moglie di Giro­la­mo Ria­rio, che occu­pò la roc­ca di Castel Sant’Angelo in nome del Sacro Col­le­gio. Uno dei pochi a pian­ge­re sin­ce­ra­men­te la scom­par­sa del papa guer­rie­ro sarà pro­prio lo Scla­fe­na­to. Ma anche la sua mesti­zia dure­rà poco: il 17 novem­bre del­lo stes­so anno rice­ve un dono postu­mo da Papa Sisto, la nomi­na a tito­la­re di San­ta Ceci­lia, con annes­sa tenu­ta del­la Maglia­na. Lo Scla­fe­na­to rimar­rà padro­ne del­la Maglia­na fino alla mor­te, avve­nu­ta nel 1497. Alla mor­te il nobi­luo­mo vie­ne sepol­to nel­la Basi­li­ca di Sant’Agostino in Cam­po Mar­zio. E il suo monu­men­to fune­bre ricor­da anco­ra oggi che egli fu ele­va­to a car­di­na­le «per meri­ti di inge­gno, fedel­tà e per­se­ve­ran­za [non­ché] per altre doti di ani­mo e di cor­po». Non si ha noti­zia, nel­la sto­ria del­la Chie­sa, di car­di­na­li dive­nu­ti tali per meri­ti cor­po­ra­li.

 

 

  1. — Il Palaz­zet­to di Inno­cen­zo VIII (1484−1492)

 

In aggior­na­men­to.

 

Nuo­vo papa, sul fini­re del 1484, è Gio­van­ni Bat­ti­sta Cybo, che pren­de il nome di Inno­cen­zo VIII. Abbia­mo già incon­tra­to que­sto uomo auste­ro, nel­la sua veste di ammi­ni­stra­to­re eccle­sia­sti­co del­la Tenu­ta del­la Maglia­na.

…e pro­se­guì sot­to quel­lo di papa Inno­cen­zo VIII (1484−1492), che nel 1490 fece abbat­te­re gran par­te del­le strut­tu­re medie­va­li e costrui­re un nuo­vo edi­fi­cio che por­ta il suo nome.

Nel 1484, con l’elezione di Papa Inno­cen­zo VIII, la Maglia­na creb­be d’importanza dive­nen­do, oltre che resi­den­za di cac­cia, anche luo­go pri­vi­le­gia­to per bre­vi sog­gior­ni di vil­leg­gia­tu­ra del nuo­vo Papa e sede di rap­pre­sen­tan­za. Al Papa si deve la costru­zio­ne del palaz­zet­to omo­ni­mo che costi­tui­sce l’ala più anti­ca dell’attuale com­ples­so. Lo sti­le seve­ro del lato ester­no dell’edificio inno­cen­zia­no e le soli­de mura indi­ca­no chia­ra­men­te la pre­sen­za anche di una fun­zio­ne difen­si­va, resa neces­sa­ria dai con­ti­nui peri­co­li di assal­ti ed incur­sio­ni dei nemi­ci.

…amplia­ta da Inno­cen­zo VIII Cybo (1484−1492)…

La par­te più anti­ca all’estremità occi­den­ta­le, il «Palaz­zet­to di Inno­cen­zo VIII», è for­ma­ta da un cor­po ret­ti­li­neo a due pia­ni, carat­te­riz­za­to al pian­ter­re­no da un por­ti­co a tre archi con vol­te a cro­cie­ra, e da un pia­no supe­rio­re con­si­sten­te in più vani di diver­sa gran­dez­za: l’autore fu Anto­nio Gra­zia­deo Pra­da da Bre­scia.

Il Palaz­zet­to di Inno­cen­zo VIII è un cor­po di fab­bri­ca ret­ti­li­neo, a due pia­ni, attri­bui­to agli archi­tet­ti Jaco­po da Pie­tra­san­ta e Anto­nio Gra­zia­deo Pra­da da Bre­scia.

L’edificio pren­de il nome dal com­mit­ten­te, il pon­te­fi­ce Inno­cen­zo VIII (1484−1492). In real­tà Papa Inno­cen­zo por­ta sem­pli­ce­men­te a ter­mi­ne gli inter­ven­ti edi­li­zi intra­pre­si dal suo pre­de­ces­so­re Sisto IV nel 1480. Al pian­ter­re­no la strut­tu­ra si apre in un por­ti­co a tre archi con vol­te a cro­cie­ra, chiu­so su tre lati. Atti­guo al pian­ter­re­no si tro­va­va in ori­gi­ne un cam­pa­ni­let­to, di cui rima­ne la ram­pa di sca­le che dà oggi acces­so al pri­mo pia­no. Al pri­mo pia­no si tro­va­no vani di diver­sa gran­dez­za. Il palaz­zet­to vie­ne amplia­to dal suc­ces­so­re Giu­lio II, con l’aggiunta di due nuo­vi cor­pi di fab­bri­ca a L, pro­get­ta­ti dagli archi­tet­ti Giu­lia­no da San­gal­lo e Bra­man­te.

Gio­van Bat­ti­sta Cybo è papa dal 1484 al 1492, con il nome di Inno­cen­zo VIII. È con­si­de­ra­to l’ultimo papa medie­va­le: dà la cac­cia a fat­tuc­chie­re, ere­ti­ci e uma­ni­sti, si disin­te­res­sa com­ple­ta­men­te dei suoi dove­ri di patro­no civi­co di Roma; in com­pen­so non muo­ve guer­ra a nes­su­no e il suo pon­ti­fi­ca­to può defi­nir­si nel com­ples­so un perio­do tran­quil­lo.

Cybo nasce a Geno­va da una fami­glia ari­sto­cra­ti­ca. Com­pie gli stu­di a Napo­li e Pavia e, pro­tet­to da Giu­lia­no del­la Rove­re, sale uno a uno i gra­di­ni del­le gerar­chie eccle­sia­sti­che fino a dive­ni­re papa il 29 ago­sto 1484. Inno­cen­zo VIII spro­fon­da Roma in un gran­de arre­tra­men­to cul­tu­ra­le (emble­ma­ti­co è il suo divie­to di rap­pre­sen­ta­re nell’Urbe Pico del­la Miran­do­la) e si disin­te­res­sa dei dove­ri di patro­no civi­co. Pasqui­no gli attri­bui­sce una vita da liber­ti­no e ben 16 figli natu­ra­li: «Otto figli mal­va­gi, otto figlie mal­va­gie, quest’uomo può chia­mar­si a buon dirit­to padre di Roma! ».

In poli­ti­ca este­ra man­tie­ne rela­zio­ni equi­li­bra­te: si fa ami­co Enri­co VII d’Inghilterra dichia­ran­do­lo legit­ti­mo deten­to­re del­la coro­na, insi­gni­sce i Rea­li di Spa­gna del tito­lo di Mae­stà cat­to­li­che dopo la cac­cia­ta dei Mori da Gra­na­da e, posto di fron­te alla pro­spet­ti­va di una cro­cia­ta in Ter­ra­san­ta, pre­fe­ri­sce accor­dar­si con il sul­ta­no Baja­zet per una tre­gua, in cam­bio di un tri­bu­to di 40.000 duca­ti l’anno e la Lan­cia di Lon­gi­no (oggi a San Pie­tro).

Papa Inno­cen­zo per­se­gue dura­men­te gli ere­ti­ci (in par­ti­co­la­re i Val­de­si): la bol­la Sum­mis desi­de­ran­tes (1484) inca­ri­ca i Dome­ni­ca­ni di «sra­di­ca­re l’errore con la zap­pa del sag­gio agri­col­to­re»; il manua­let­to Mal­leus Male­fi­ca­rum (1487) codi­fi­ca la cac­cia alle stre­ghe: il grand’inquisitore di Spa­gna Tomàs de Tor­que­ma­da ne farà un san­gui­na­rio uso.

I sog­gior­ni alla Maglia­na segna­no per Papa Inno­cen­zo momen­ti sere­ni e disten­si­vi. I cro­ni­sti abbon­da­no in testi­mo­nian­ze agre­sti: il 31 mag­gio 1487 rac­con­ta­no di una bat­tu­ta di cac­cia per i duchi di Fer­ra­ra, in cui si cat­tu­ra­no un cer­vo e un caprio­lo; il 18 novem­bre 1489 rac­con­ta­no il tra­git­to Maglia­na-Vati­ca­no, par­te in bat­tel­lo e par­te a caval­lo. Inno­cen­zo VIII muo­re il 25 luglio 1492, dopo esse­re cadu­to in sta­to di letar­gia, qua­si vit­ti­ma di un male­fi­cio.

 

 

  1. — Il perio­do di Papa Bor­gia (1492−1506)

 

In aggior­na­men­to.

 

 

  1. — Gli inter­ven­ti di Papa Giu­lio

 

In aggior­na­men­to.

 

Agli ini­zi del XVI seco­lo, papa Giu­lio II (1503−1513) affi­dò a Giu­lia­no da San Gal­lo la costru­zio­ne di un nuo­vo palaz­zet­to con por­ti­ca­to e gran­di fine­stre a cro­ce moz­za, le cui came­re furo­no affre­sca­te da alcu­ni pit­to­ri del­la scuo­la del Peru­gi­no.

Ma il perio­do di mas­si­mo splen­do­re del com­ples­so ini­ziò con l’avvento di Papa Giu­lio II (1503−1513) del­la Rove­re…

Al pro­get­to di amplia­men­to ed abbel­li­men­to del­la vil­la furo­no chia­ma­ti i più cele­bri arti­sti del Rina­sci­men­to ita­lia­no. Giu­lia­no da San­gal­lo si occu­pò del pro­get­to archi­tet­to­ni­co com­ples­si­vo, inse­ren­do ele­men­ti qua­li il por­ti­co, la log­gia-bel­ve­de­re, il “salo­ne del­le Muse” nel pia­no nobi­le, la fon­ta­na che si erge al cen­tro del cor­ti­le.

…e pro­tet­ta da una cin­ta mura­ria mer­la­ta, la vil­la è costi­tui­ta da due cor­pi di fab­bri­ca a L nel mez­zo dei qua­li è un cor­ti­le con fon­ta­na al cen­tro.

Sot­to Giu­lio Il la vil­la creb­be, con l’aggiunta dei due cor­pi a L , su pro­get­to di Giu­lia­no da San­gal­lo…

Giu­lia­no del­la Rove­re è papa dal 1503 al 1513, con il nome di Giu­lio II. I con­tem­po­ra­nei lo chia­ma­no «il ter­ri­bi­le», per il tem­pe­ra­men­to col­le­ri­co orien­ta­to a distrug­ge­re con le armi, le mani nude o a basto­na­te tut­to ciò che resi­ste alla sua volon­tà. Papa Giu­lio pre­di­li­ge per sé, inve­ce, l’appellativo di «Ligur», in ricor­do dei suoi nata­li: il nome di «Giu­lio il ligu­re» ricor­re nel­le mone­te, nel­le invet­ti­ve di Era­smo da Rot­ter­dam, nel­le tra­ver­se dei fine­stro­ni del Castel­lo del­la Maglia­na.

Giu­lia­no del­la Rove­re nasce ad Albi­so­la, nei pres­si di Savo­na, il 5 dicem­bre 1443. L’influente zio Fran­ce­sco del­la Rove­re lo avvia agli stu­di scien­ti­fi­ci pres­so i Fran­ce­sca­ni, tra Peru­gia e La Pérou­se (in Fran­cia) e, quan­do lo zio diven­ta papa (con il nome di Sisto IV), la car­rie­ra del gio­va­ne è tut­ta in disce­sa: nel 1471 è vesco­vo di Car­pen­tras, e poco dopo è car­di­na­le di S. Pie­tro in Vin­co­li. Il genio del­le armi e l’acume poli­ti­co si mani­fe­sta­no subi­to, e papa Sisto gli affi­da impor­tan­ti trat­ta­ti­ve diplo­ma­ti­che, auto­riz­zan­do­lo, fal­li­ti gli acco­mo­da­men­ti bona­ri, a pas­sa­re ai fat­ti. Suc­ce­de così a Cit­tà di Castel­lo, dove Giu­lia­no depo­ne il tiran­no Nic­co­lò Vitel­li e pas­sa a fil di spa­da tut­ti i suoi soste­ni­to­ri. In ricom­pen­sa Giu­lia­no del­la Rove­re ottie­ne una col­le­zio­ne di digni­tà eccle­sia­sti­che: l’arcivescovado di Avi­gno­ne, il vesco­va­to di Mes­si­na, altri sei vesco­va­ti e la lega­zio­ne pon­ti­fi­cia in Fran­cia (1480).

Alla mor­te del­lo zio (1484), il pre­sti­gio di Giu­lia­no è tale che il car­di­nal Cybo, indi­ca­to da Giu­lia­no, è elet­to papa sen­za fati­ca, con il nome di Inno­cen­zo VIII. Per il nuo­vo papa Giu­lia­no ricac­cia a mare gli Ara­go­ne­si, giun­ti alle por­te di Roma nel 1486.

Alla mor­te di papa Inno­cen­zo (1492), Giu­lia­no entra in con­cla­ve che ‘è già papa’, ma si veri­fi­ca un impre­vi­sto cari­co di con­se­guen­ze: lo spa­gno­lo Rodri­go Bor­gia gli sof­fia il tito­lo a suon di duca­ti, e divie­ne papa Ales­san­dro VI. La con­te­sa tra i due diven­ta uno scon­tro mili­ta­re: Giu­lia­no si asser­ra­glia nel castel­lo di Ostia, e papa Ales­san­dro non gli dà tre­gua, con­strin­gen­do­lo alla fuga ad Avi­gno­ne, in Fran­cia. Giu­lia­no tor­na a Roma pochi mesi dopo, scor­ta­to dal­le minac­cio­se trup­pe del re fran­ce­se Car­lo VIII e con l’appoggio del­le fami­glie baro­na­li roma­ne, pron­te a cac­cia­re papa Ales­san­dro. Ma papa Ales­san­dro, anco­ra una vol­ta, glie­la fa sot­to il naso: si accor­da segre­ta­men­te coi fran­ce­si per­ché se ne vada­no da Roma, e l’accordo pre­ve­de di por­tar­si via anche Giu­lia­no. Giu­lia­no non potrà tor­na­re a Roma fino al 1503, alla mor­te di papa Ales­san­dro.

In con­la­ve Giu­lia­no ten­ta un nuo­vo assal­to alla tia­ra pon­ti­fi­cia, ma anche sta­vol­ta gli va male. Deve ripie­ga­re sul soste­gno a un papa di tran­si­zio­ne, l’anziano e mala­tic­cio car­di­nal Pic­co­lo­mi­ni, che diven­ta Pio III e muo­re dopo appe­na un mese.

Nel­la «fie­ra» del nuo­vo con­cla­ve Giu­lia­no è inten­zio­na­to ad esse­re il miglior offe­ren­te. Ripor­ta scon­cer­ta­to l’ambasciatore di Vene­zia: «è in cor­so un mer­ca­to pub­bli­co nel­le vie del­la cit­tà». Giu­lia­no si accor­da con il capi­ta­no di ven­tu­ra Cesa­re Bor­gia («Il Valen­ti­no»), cui pro­met­te tito­li e pos­se­di­men­ti, poi com­pra uno ad uno i car­di­na­li. Il con­cla­ve non dura che 24 ore, e il 1° novem­bre 1503 Giu­lia­no è papa. Non si cura nem­me­no di cer­ca­re un nuo­vo nome: si chia­me­rà Giu­lio II, per­ché a tut­ti sia chia­ro che le dispo­si­zio­ni d’animo del «ter­ri­bi­le» Giu­lia­no sono immu­ta­te, solo più poten­ti.

Una vol­ta pon­te­fi­ce, con luci­di­tà sen­za pari, Giu­lio-Giu­lia­no ini­zia a disfar­si dei vari pote­ri che insi­dia­no la sua auto­ri­tà tem­po­ra­le: si accor­da con chi è dispo­sto a far­gli stra­da, e dà bat­ta­glia sen­za pie­tà a chi gli resi­ste. Così ricon­ci­lia a sé le fazio­ni baro­na­li vici­ne ai Bor­gia; ai Bor­gia inve­ce non rima­ne che ripa­ra­re all’estero.

La cor­te papa­le diven­ta un model­lo di ocu­la­ta par­si­mo­nia, come non si vede­va da anni. Tut­to è ridot­to all’osso: l’avaro Giu­lio accor­cia per­si­no le ceri­mo­nie litur­gi­che, che dei sal­mi fa leg­ge­re il solo ver­set­to ini­zia­le. Anche il nepo­ti­smo vie­ne con­te­nu­to: faci­li­ta le sue tre figlie ille­git­ti­me (la più famo­sa è Don­na Feli­ce), e dà il car­di­na­la­to al solo nipo­te Galeot­to del­la Rove­re. Nul­la più, per­ché tut­te le ric­chez­ze del­la Chie­sa devo­no con­ver­ge­re in due sole dire­zio­ni: la guer­ra, e l’arte.

Papa Giu­lio non è un uma­ni­sta, e anzi dete­sta fie­ra­men­te i salot­ti, le biblio­te­che, e tut­to ciò che è con­tem­pla­ti­vo; ma com­pren­de il valo­re poli­ti­co dell’arte, e diven­ta il più gran­de mece­na­te del Rina­sci­men­to. Favo­ri­sce il Bem­bo, pro­muo­ve l’archeologia (a lui si deve la risco­per­ta del Lao­coon­te, del tor­so d’Ercole, del­la sta­tua del Teve­re) e som­muo­ve con irruen­za la topo­gra­fia di Roma, but­tan­do giù sen­za remo­re tut­to ciò che è vec­chio.

Il lavo­ro è feb­bri­le, e le com­mes­se ruo­ta­no intor­no a quat­tro archi­tet­ti-arti­sti tra i più gran­di di ogni tem­po: San­gal­lo, Raf­fael­lo, Bra­man­te e Miche­lan­ge­lo. Al San­gal­lo affi­da le ope­re mili­ta­ri, tra cui la for­ti­fi­ca­zio­ne del­la vil­la alla Maglia­na; a Raf­fael­lo l’affrescatura del­le «Stan­ze» vati­ca­ne; a Miche­lan­ge­lo la gran­dio­sa vol­ta del­la Cap­pel­la Sisti­na. Ma è il Bra­man­te il suo pre­di­let­to: a lui affi­da il com­pi­to di abbat­te­re la basi­li­ca di San Pie­tro vec­chia di dodi­ci seco­li, e rico­struir­la ex novo. La pri­ma pie­tra è posta nel 1506: il can­tie­re impe­gne­rà schie­re di suc­ces­so­ri, e il suo finan­zia­men­to con la ven­di­ta del­le indul­gen­ze pro­vo­che­rà lo sci­sma lute­ra­no. Bra­man­te accet­ta entu­sia­sta il com­pi­to, distrat­to solo mini­ma­men­te da com­mes­se mino­ri, come il nin­feo al Castel­lo del­la Maglia­na e non­cu­ran­te del nomi­gno­lo stiz­zo­so di «Rui­nan­te» («rovi­na­to­re») che gli ha affib­bia­to il riva­le San­gal­lo. è la fer­rea volon­tà di papa Giu­lio a chie­de­re tut­to que­sto: distrug­ge­re e rico­strui­re, qua­si mai restau­ra­re.

Papa Giu­lio fa nell’arte quel­lo che fa in poli­ti­ca: è capa­ce di pro­get­ta­re, but­ta­re all’aria e comin­cia­re da capo: l’indifferenza mora­le per gli stru­men­ti adot­ta­ti lo ren­de spie­ta­ta­men­te effi­cien­te.

Con­so­li­da­to il pote­re a Roma, papa Giu­lio muo­ve gli eser­ci­ti con­tro le signo­rie ribel­li di Peru­gia e Bolo­gna. La pri­ma a cade­re è Peru­gia (1506), da dove scac­cia i Baglio­ni. Poco dopo toc­ca a Bolo­gna, dove sot­to­met­te i Ben­ti­vo­glio, soste­nu­ti dal­la Repub­bli­ca di Vene­zia. La voce popo­la­re di Pasqui­no per l’occasione apo­stro­fa papa Giu­lio addi­rit­tu­ra in una sboc­ca­tis­si­ma lin­gua vene­ta: «Ritor­na o Padre san­to al tuo San­pie­tro /​ e string’el fren al tuo cal­do dexir! /​ El Ben­ti­voj non vorà par­tir /​ ben­ché vi sia chi te sping’ogn’hor da rie­tro. /​ Bàsti­ti esser pro­vi­sto de Cors­so, Tri­biam i Mal­va­sìa /​ e de’bei modi assai de sodo­mìa. /​ Et men bia­smo te fia nel Sacro pala­zo /​ tenir a bocha il fia­sco, e in cul il cazo».

Ma papa Giu­lio non ha tem­po per gli agi di palaz­zo: le guer­re non sono che all’inizio. Espu­gna­ta Bolo­gna la stra­da per le val­li del Nord Ita­lia è aper­ta, e biso­gna cer­ca­re appog­gi euro­pei. Nel 1508 pro­muo­ve la Lega di Cam­brai, con Fran­cia, Ger­ma­nia e Napo­li, con­tro Vene­zia, che vie­ne posta sot­to il ban­do papa­le. La bat­ta­glia di Agna­del­lo è una vit­to­ria fol­go­ran­te, che fa per­de­re a Vene­zia in un col­po solo Raven­na, Mode­na, Miran­do­la, Par­ma e Pia­cen­za. Papa Giu­lio gui­da vit­to­rio­so gli eser­ci­ti, e anco­ra una vol­ta la voce popo­la­re cer­ca la rivin­ci­ta: «Con­du­ze­va cum lui alchu­ni bel­lis­si­mi gio­va­ni, cum li qua­li se dicea che l’havea acto car­na­le, ymmo che lui se dilec­ta­va mol­to di que­sto vitio sogo­mo­reo, cos­sa vera­men­te abho­ren­da».

La rovi­no­sa disfat­ta di Vene­zia è un impre­vi­sto che met­te papa Giu­lio nel­la con­di­zio­ne di difen­der­si dai suoi stes­si allea­ti. Con un improv­vi­so cam­bio di fron­te papa Giu­lio per­do­na allo­ra alla cit­tà lagu­ra­re tut­ti i pec­ca­ti, e met­te sot­to ban­do papa­le il regno di Fran­cia, dove nel­la cit­tà di Tours si è tenu­to un con­ci­lio di vesco­vi ribel­li. Nel 1511 uni­sce a sé in una nuo­va allean­za mili­ta­re Vene­zia, Ara­go­ne­si, Ger­ma­nia e Inghil­ter­ra, con­tro il nuo­vo nemi­co: la Fran­cia.

In que­sto sce­na­rio di rega­li ambi­zio­ni e mar­zia­li vir­tù non sor­pren­de che papa Giu­lio abbia com­ple­ta­men­te disat­te­so all’attività pasto­ra­le. I solo atti dot­tri­na­li degni di nota sono la bol­la con­tro la simo­nia (1506) del V Con­ci­lio late­ra­nen­se, e spo­ra­di­ci roghi di ere­ti­ci. Sal­vo che a Roma i fer­men­ti nel­la Chie­sa sono in effet­ti mol­ti: nel set­tem­bre 1510 i vesco­vi fran­ce­si di Tours ave­va­no revo­ca­to l’obbedienza a papa Giu­lio e dal mese di novem­bre il ‘conciliabolo’si era allar­ga­to e tra­sfe­ri­to a Pisa, accu­san­do papa Giu­lio di «infet­ta­re» la Chie­sa con la cor­ru­zio­ne. Ai vesco­vi sci­sma­ti­ci papa Giu­lio rispon­de nel 1512, con­vo­can­do a Roma il VI Con­ci­lio late­ra­nen­se, in cui li sco­mu­ni­ca tut­ti.

Assor­bi­to dal­la guer­ra e dal­le arti, a papa Giu­lio rima­ne dav­ve­ro poco tem­po per fre­quen­ta­re la Maglia­na, seb­be­ne abbia affi­da­to al San­gal­lo il com­pi­to di ren­der­vi sicu­ri i sog­gior­ni, for­ti­fi­can­do­la in castel­lo. Il car­di­nal Ali­do­si fa riem­pi­re l’Ala San­gal­lo di scrit­te «Ligur», in ono­re del «papa ligu­re». Quan­do la mor­te coglie il ter­ri­bi­le papa guer­rie­ro, il 21 feb­bra­io 1513, Giu­lio del­la Rove­re mar­cia ver­so le Alpi, oltre le qua­li ha appe­na ricac­cia­to i Fran­ce­si. Il suo dise­gno poli­ti­co è com­piu­to: ha estro­mes­so gli stra­nie­ri dall’Italia e ha aper­to la stra­da all’unità nazio­na­le sot­to l’egemonia pon­ti­fi­cia.

Le «cat­ti­ve inten­zio­ni» di papa Giu­lio sono con­si­de­ra­te pre­cor­ri­tri­ci del dise­gno nazio­na­le uni­ta­rio. è pos­si­ble imma­gi­na­re che, cac­cia­ti i Fran­ce­si, la furia guer­rie­ra di papa Giu­lio si sareb­be pre­sto indi­riz­za­ta con­tro i Medi­ci, gli Sfor­za, gli Ara­go­ne­si, e le altre poten­ze del­la peni­so­la che anco­ra gli resi­ste­va­no. Ma la mor­te con­clu­de qui la sto­ria di papa Giu­lio. Ne rima­ne la gran­dio­sa e incom­piu­ta tom­ba di Miche­lan­ge­lo a S. Pie­tro in Vin­co­li, con la cele­bre sta­tua di papa Giu­lio negli abi­ti di Mosè.

 

 

  1. — La Maglia­na di Papa Giu­lio

 

In aggior­na­men­to.

 

Lascia­mo­ci alle spal­le Roma da Por­ta Por­te­se e incam­mi­nia­mo­ci per la stra­da di Por­to lun­go la val­le del Teve­re. Al sesto miglio fer­mia­mo­ci e vol­gia­mo lo sguar­do al fiu­me. Vedre­mo, qua­si a por­ta­ta di mano, sul pri­mo pia­no di una cam­pa­gna il cui oriz­zon­te abbrac­cia i mon­ti del Lazio e del­la Sabi­na, un edi­fi­cio (o per meglio dire un con­glo­me­ra­to di edi­fi­ci) qua­si in abban­do­no: non è un castel­lo né una dimo­ra cam­pe­stre, ma pre­sen­ta anco­ra le appa­ren­ze del­la gran­dio­si­tà.

Una muro di cor­ti­na, ret­tan­go­la­re, sor­mon­ta­to da mer­li guel­fi, rac­chiu­de i cor­pi di fab­bri­ca, di epo­che diver­se e dif­fe­ren­te ele­va­zio­ne. Supe­ria­mo il pon­te sul fiu­me Maglia­no, imboc­chia­mo un por­ta­le monu­men­ta­le con un arco a tut­to sesto fian­cheg­gia­to da colon­ne. Var­chia­mo ora la soglia: sia­mo in pie­no Rina­sci­men­to, sia­mo alla Maglia­na!

I ter­re­ni cir­co­stan­ti sono insa­lu­bri e palu­do­si ma ric­ca­men­te for­ni­ti di sel­vag­gi­na; è qui che i papi del Quin­di­ce­si­mo e Sedi­ce­si­mo sec. tene­va­no le loro bat­tu­te vena­to­rie. Gia­co­mo Vol­ter­ra­no rac­con­ta del­la gran cac­cia del 1480, in ono­re del duca Erne­sto di Sas­so­nia e Lawen­bourg, pre­sen­te Giro­la­mo Ria­rio nipo­te di Sisto IV (Mura­to­ri, Scrip. Rer. Ita­lic., tomo XXIII, p. 104). Nel suo rac­con­to si cita a più ripre­se il fiu­me Maglia­no ma nean­che una vol­ta si fa cen­no alla pre­sen­za di un Castel­lo. Ne dedu­cia­mo, per­tan­to, che all’epoca nel­la con­tra­da del­la Maglia­na non fos­se anco­ra pre­sen­te alcun edi­fi­cio signi­fi­ca­ti­vo.

Fu in effet­ti Inno­cen­zo VIII (1484−1492) a costrui­re il pri­mi­ti­vo palaz­zet­to del­la Maglia­na. Poi ven­ne Ales­san­dro VI (1492−1503), sen­za lasciar­vi trac­cia. Fu Giu­lio II (1503−1543) che gli die­de pro­por­zio­ni gran­dio­se, e chia­mò a rac­col­ta tut­te le arti per far­ne una dimo­ra degna di un papa. I pit­to­ri, di scuo­la peru­gi­na, deco­ra­ro­no le came­re con affre­schi, mol­ti dei qua­li soprav­vi­vo­no anco­ra oggi. Giu­lio II eles­se la Maglia­na come luo­go di pre­di­le­zio­ne e, affin­ché nes­su­no tra i poste­ri potes­se dubi­tar­ne, vol­le che il suo nome fos­se ripe­tu­to su tut­te le fine­stre dei nuo­vi cor­pi di fab­bri­ca, la cui costru­zio­ne si fa risa­li­re a Giu­lia­no da San Gal­lo.

Orbe­ne, ad una dimo­ra papa­le non pote­va man­ca­re una cap­pel­la. Essa fu rica­va­ta negli appar­ta­men­ti al pian­ter­re­no, e con­sa­cra­ta a San Gio­van­ni Bat­ti­sta.

Il car­di­na­le Fran­ce­sco Ali­do­si, inca­ri­ca­to di sovrin­ten­de­re alla sua deco­ra­zio­ne, lasciò que­sta iscri­zio­ne sul­la por­ta d’ingresso: F. CAR. PAPIEN. JVLII II P. M. ALVMNVS (Fran­ce­sco Ali­do­si, car­di­na­le di Pavia, disce­po­lo pre­di­let­to di Giu­lio II Pon­te­fi­ce Mas­si­mo). Ali­do­si, nomi­na­to arci­ve­sco­vo del­le Ter­re bolo­gne­si nel 1503, e car­di­na­le di San­ta Ceci­lia nel 1505, ave­va assun­to il tito­lo di alum­nus pro­prio in allu­sio­ne al favo­re di cui gode­va pres­so Papa Giu­lio.

E andò oltre: vol­le ele­var­si qua­si allo stes­so ran­go del pon­te­fi­ce, rive­sten­do il pavi­men­to del­la cap­pel­la di tes­se­re in cot­to smal­ta­to, sul­le qua­li cam­peg­gia­va­no, alter­na­ti­va­men­te, le sue inse­gne e il suo nome, e le inse­gne e il nome del papa (le armi di Giu­lio II raf­fi­gu­ra­va­no in un gio­go; quel­le dell’Alidosi un’aquila ad ali spie­ga­te). Dimen­ti­ca­va però che l’aquila degli Ali­do­si dove­va pas­sa­re con umil­tà sot­to il gio­go dei Del­la Rove­re, se non vole­va vede­re inter­rot­to il suo volo.

E fu quel­lo che accad­de quan­do il car­di­na­le di San­ta Ceci­lia si vide nega­re il tito­lo di prin­ci­pe di Imo­la, che già era appar­te­nu­to ai suoi ante­na­ti. For­se l’Alidosi si rivol­tò con­tro Papa Giu­lio appog­gian­do le sor­ti del­la Fran­cia? Si ven­det­te for­se a Lui­gi XII quan­do gli eser­ci­ti pon­ti­fi­ci, di cui insie­me al duca d’Urbino con­di­vi­de­va il coman­do, furo­no mise­ra­men­te scon­fit­ti dal­le trup­pe di Vene­zia? Nul­la è sicu­ro sull’argomento, se non che tem­po pri­ma, ave­va già tra­di­to Ales­san­dro VI. Fat­to sta che lo accu­sa­ro­no di un nuo­vo tra­di­men­to. Appe­na giun­se a Raven­na da Giu­lio II che atten­de­va le sue giu­sti­fi­ca­zio­ni, fu pugna­la­to in pie­no gior­no e in pie­na stra­da da Fran­ce­sco Maria del­la Rove­re, lo stes­so su cui l’Alidosi ave­va ribal­ta­to la respon­sa­bi­li­tà del­la disfat­ta mili­ta­re.

Il nome dell’Alidosi, tut­ta­via, dimo­ra anco­ra alla Maglia­na e nel­la Cap­pel­la, inse­pa­ra­bi­le da quel­lo di Giu­lio II. Gli affre­schi del­la Annun­cia­zio­ne e del­la Visi­ta­zio­ne, dipin­ta sui due lati dell’unica fine­stra, stan­no a dichia­ra­re anco­ra oggi qua­li abi­li mani il car­di­na­le di San­ta Ceci­lia abbia uti­liz­za­to. Fu pro­ba­bil­men­te lo Spa­gna, uno dei più famo­si allie­vi del Peru­gi­no, ad ese­gui­re quei dipin­ti. Quan­to alla loro data, non è pos­si­bi­le indi­vi­duar­la con pre­ci­sio­ne. La mor­te vio­len­ta dell’Alidosi avven­ne nel 1511: pos­sia­mo solo dire che gli affre­schi affi­da­ti alla sua cura pre­ce­do­no tale data.

E se Giu­lio II ha ben ama­to la sua Maglia­na, il suo suc­ces­so­re papa Leo­ne X Medi­ci l’ha ama­ta anco­ra di più, legan­do­se­ne con una pas­sio­ne tra le più inten­se e visce­ra­li: Papa Giu­lio vi ave­va chia­ma­to a lavo­ra­re la scuo­la del Peru­gi­no; Leo­ne vi chia­mò addi­rit­tu­ra Raf­fael­lo!

Nel­la Cap­pel­la del Bat­ti­sta, dove lo Spa­gna ave­va dipin­to affre­schi sen­za una pro­pria fisio­no­mia, Raf­fael­lo ha lascia­to i tipi di per­fe­zio­ne che appar­ten­go­no a lui e solo a lui: nel­la vol­ta che sovra­sta l’altare, ha dipin­to l’Eterno padre bene­di­cen­te, in mez­zo ad una pro­ces­sio­ne di ange­li e che­ru­bi­ni; nel­la ver­ti­ca­le dell’arco del­la nava­ta ha lascia­to il Mar­ti­rio di San­ta Ceci­lia.

Così la testi­mo­nian­za di Gruyer, in lin­gua fran­ce­se:

Sor­tons de Rome par la Por­ta Por­te­se et enga­geons-nous dans la val­lée du Tibre sur la rou­te de Fiu­mi­ci­no; après un par­cours de six mil­les envi­ron, arrê­tons-nous et regar­dons du côté du fleu­ve; nous ver­rons, pre­sque à notre por­tée, au pre­mier plan de cet­te cam­pa­gne dont les hori­zons s’étendent jusqùaux mon­ta­gnes du Latium et de la Sabi­ne, un édi­fi­ce, ou plutôt une réu­nion d’édifices qua­si aban­don­nés, qui ne con­sti­tuent ni un châ­teau ni une fer­me, mais qui pré­sen­tent enco­re les appa­ren­ces de la gran­deur.

Une cour rec­tan­gu­lai­re, entou­rée de murail­les à cré­neaux guel­fes, pré­cè­de les bâti­men­ts de dif­fé­ren­tes épo­ques et d’inégale hau­teur; une por­te monu­men­ta­le, sur­mon­tée d’un arc en plein cin­tre et flan­quée de colon­nes, don­ne accès dans cet­te cour; un pont, jeté sur le Maglia­no, con­duit à cet­te por­te; le seuil une fois fran­chi, on se trou­ve en plei­ne Renais­san­ce, on est dans la Maglia­na.

Les ter­res envi­ron­nan­tes soin mal­sai­nes et maré­ca­geu­ses, mais abon­dam­ment four­nies de gibier; les papes du XVe et du XVIe siè­cle ava­ient là leur ren­dez-vous de chas­se. Gia­co­mo Vol­ter­ra­no racon­te une gran­de chas­se dont Giro­la­mo Ria­rio, neveu de Six­te IV, fit les hon­neurs au duc Erne­st de Saxe-Lawen­bourg, en 1480 (in nota: Mura­to­ri, Scrip. rer. Ita­lic., t. XXIII, p. 104). Dans cet­te nar­ra­tion, il est à plu­sieurs repri­ses par­lé du Maglia­no, mais il n’est dit mot de la Maglia­na. Donc aucu­ne con­struc­tion ne se voyait alors dans cet­te con­trée.

Ce fut, en effet, Inno­cent VIII (1484−1492) qui bâtit le casi­no pri­mi­tif. Ale­xan­dre VI vint ensui­te (1492−1503) et n’y ajou­ta rien de nota­ble.

Mais Jules II (1503−1543) lui don­na des pro­por­tions pre­sque gran­dio­ses, et appe­la tous les arts à son aide pour en fai­re une rési­den­ce digne d’un pape. Des pein­tres de l’école de Pérou­se déco­rè­rent les cham­bres de fre­sques, dont plu­sieurs sub­si­stent enco­re aujourd’hui. Jules II adop­ta la Maglia­na com­me un séjour de pré­di­lec­tion, et, afin que la posté­ri­té n’en pût dou­ter, il vou­lut que son nom fût répé­té au-des­sus de tou­tes les fenê­tres des bâti­men­ts qùil fit éle­ver (in nota: On attri­bue à Giu­lia­no da San Gal­lo les con­struc­tions que Jules II fit fai­re à la Maglia­na).

Or, à une rési­den­ce pon­ti­fi­ca­le il fal­lait une cha­pel­le. Cet­te cha­pel­le fu ména­gée dans les appar­te­men­ts du rez-de-chaus­sée; elle fut dédiée à saint Jean-Bap­ti­ste.

Et le car­di­nal Fran­ce­sco Ali­dos­si, char­gé de pré­si­der à sa déco­ra­tion, fit gra­ver cet­te inscrip­tion sur la por­te: F. CAR. PAPIEN. JVLII. II. P. M. ALVMNVS. Ali­dos­si, nom­mé arche­vê­que e Bolo­gne en 1503 et car­di­nal de Sain­te-Céci­le en 1505, pre­nait la qua­li­fi­ca­tion d’Alumnus par allu­sion à la faveur dont il jouis­sait alors auprès de Jules II.

Il fit plus: il se mit pre­sque sur le pied de l’égalité avec le pon­ti­fe, en revê­tant le sol de la cha­pel­le de bri­ques émail­lées sur lesquel­les on voyait alter­na­ti­ve­ment ses armes et son nom, les armes et le nom du pape. Il oubliait le joug des la Rove­re, sous lequel l’aigle des Ali­dos­si devait pas­ser avec humi­li­té, à pei­ne d’être arrê­té dans son vol (in nota: Les armes de Jules II se com­po­sa­ient d’un joug; les armes du car­di­nal Ali­dos­si por­ta­ient un aigle aux ailes éployées).

Le car­di­nal de Sain­te-Céci­le se vit, en effet, refu­ser le titre de prin­ce d’Imola qùa­va­ient por­té ses ancê­tres. Se tour­na-t-il alors con­tre Jules II du côté de la Fran­ce? était-il ven­du à Louis XII, quand les armées pon­ti­fi­ca­les, dont il par­ta­geait le com­man­de­ment avec le duc d’Urbin, furent bat­tues par les trou­pes véni­tien­nes? Rien n’est cer­tain à cet égard. Il avait tra­hi jadis Ale­xan­dre VI, on l’accusa d’une nou­vel­le tra­hi­son; et, com­me il arri­vait à Raven­ne pour se justi­fier auprès du pape, il fut poi­gnar­dé en plein jour et en plei­ne rue par Fran­ce­sco Maria del­la Rove­re sur lequel il avait reje­té la respon­sa­bi­li­té de la défai­te. Son nom n’en demeu­re pas moins insé­pa­ra­ble de celui de Jules II dans la cha­pel­le de la Maglia­na.

Les fre­sques de l’Annonciation et de la Visi­ta­tion, pein­tes de cha­que côté de l’unique fené­tre, disent enco­re quel­les mains habi­les le car­di­nal de Sain­te-Céci­le avait employées. Un des plus renom­més par­mi les élè­ves de Péru­gin, Spa­gna pro­ba­ble­ment, avait exé­cu­té ces pein­tu­res. Quant à leur date, il est impos­si­ble de la pré­ci­ser. Le meur­tre d’Alidossi ayant eu lieu en 1511, on peut dire seu­le­ment que les fre­sques con­fiées à la sur­veil­lan­ce du car­di­nal sont anté­rieu­res à cet­te date.

Si Jules II avait beau­coup aimé sa Maglia­na, Léon X l’aima plus enco­re et la fit sien­ne aus­si par des liens plus inti­mes et plus forts. Jules II y avait atti­ré l’école de Péru­gin, Léon X y appe­la Raphaël.

Dans cet­te cha­pel­le, où Spa­gna peut-être avait peint des fre­sques sans phy­sio­no­mie pro­pre, Raphaël a lais­sé des types de per­fec­tion qui n’appartiennent qùà lui. A la voû­te qui sur­mon­te l’autel, il a mon­tré l’éternel bénis­sant le mon­de au milieu d’un cor­tè­ge d’anges et de ché­ru­bins; dans un des arcs ver­ti­caux de la nef, il avait repré­sen­té le mar­ty­re de sain­te Céci­le.

 

 

  1. — Gli inter­ven­ti di Papa Leo­ne

 

In aggior­na­men­to.

 

L’epoca di mag­gior splen­do­re fu duran­te il pon­ti­fi­ca­to di papa Leo­ne X (1513−1521) che, oltre ad abbel­li­re ulte­rior­men­te gli edi­fi­ci chia­man­do­vi a lavo­ra­re Dona­to Bra­man­te e Miche­lan­ge­lo Buo­nar­ro­ti…

…e Bra­man­te (al qua­le si attri­bui­sce la cap­pel­la al pian­ter­re­no).

Uno sca­lo­ne monu­men­ta­le con­du­ce al pia­no supe­rio­re, nel qua­le si apre il salo­ne con cami­no, det­to di Apol­lo o del­le Muse o del­le feste, poi­ché un tem­po era deco­ra­to dagli affre­schi di Gio­van­ni di Pie­tro det­to lo Spa­gna, con Apol­lo e le nove Muse, volu­ti dal suc­ces­so­re di Giu­lio II, Leo­ne X Medi­ci (1513−1521), stac­ca­ti nel 1874 e tra­spor­ta­ti nel Museo di Roma a Palaz­zo Bra­schi.

Il salo­ne d’onore o «Sala del­le Muse» era il luo­go di rice­vi­men­to uffi­cia­le del Castel­lo del­la Maglia­na, ritro­vo tra il 1513 e il 1521 del cena­co­lo let­te­ra­rio di papa Leo­ne X Medi­ci, cui pre­se­ro par­te Raf­fael­lo, Miche­lan­ge­lo, Bra­man­te, Machia­vel­li e Guic­ciar­di­ni.

L’impianto archi­tet­to­ni­co ret­tan­go­la­re risa­le al San­gal­lo, su com­mis­sio­ne del car­di­na­le Ali­do­si da Pavia, il cui tito­lo «F. card. papien­sis» com­pa­re sull’architrave d’ingresso. Ali­do­si rie­sce a com­ple­ta­re lo sca­lo­ne (con una Madon­na del Peru­gi­no, oggi scom­par­sa), la log­gia, il cami­no monu­men­ta­le con dedi­ca a Papa Giu­lio e i pavi­men­ti in maio­li­ca con i colo­ri dei Del­la Rove­re, ma la sala ha anco­ra l’aspetto di uno stan­zo­ne vuo­to. Papa Leo­ne X pro­se­gue i lavo­ri, tra­sfor­man­do­la in una cas­sa armo­ni­ca da tea­tro, dall’acustica per­fet­ta gra­zie alla soprae­le­va­zio­ne del tet­to e ai con­tro­sof­fit­ti avvol­gen­ti con lacu­na­ri in legno. Leo­ne X fa affre­sca­re le pare­ti, con un fre­gio di allo­ro, aqui­le e gigli medi­cei che incor­ni­cia­no un pae­sag­gio agre­ste, in cui com­pa­io­no le super­be figu­re mito­lo­gi­che di Apol­lo e le Muse, ope­ra di Geri­no Geri­ni. I qua­dran­ti di Apol­lo e del­le Muse sono sta­te distac­ca­ti nel 1869. Si tro­va­no oggi a Palaz­zo Bra­schi.

Una pano­ra­mi­ca ter­raz­za che dà sul par­co si apre al mede­si­mo pia­no.

 

 

  1. — 1517, intri­go alla Maglia­na

 

Nel­la pri­ma­ve­ra 1517 avreb­be dovu­to con­su­mar­si alla Maglia­na un effe­ra­to delit­to, matu­ra­to negli ambien­ti del Sacro col­le­gio, sot­to la gui­da del car­di­na­le deca­no Raf­fae­le Ria­rio e di Alfon­so Petruc­ci da Sie­na.

Il car­di­nal Petruc­ci – rife­ri­sce lo sto­ri­co Guic­ciar­di­ni – nutre ver­so la vit­ti­ma desi­gna­ta, Papa Leo­ne X Medi­ci, un incol­ma­bi­le ran­co­re, fin da quan­do alla mor­te di suo padre Pan­dol­fo Petruc­ci, signo­re di Sie­na, il pon­te­fi­ce ave­va mes­so la cit­tà sot­to pro­tet­to­ra­to. Petruc­ci, «arden­do di odio e qua­si ridot­to in dispe­ra­zio­ne, ave­va avu­to pen­sie­ri di offen­der­lo vio­len­te­men­te con l’armi», ma alla fine la ven­det­ta pren­de la stra­da sot­ti­le dell’intrigo rina­sci­men­ta­le.

Papa Leo­ne, pros­si­mo come ogni anno alla par­ten­za pri­ma­ve­ri­le per la Maglia­na, è infat­ti col­to da un imba­raz­zan­te dolo­ret­to alle par­ti bas­se (una fisto­la «in ima sede», dice Guic­ciar­di­ni). E Petruc­ci, venu­to­lo a sape­re, è deci­so a som­mi­ni­strar­gli una medi­ci­na avve­le­na­ta, tra­mi­te Mastro Bat­ti­sta da Ver­cel­li, «famo­so chi­rur­go e mol­to intrin­se­co suo». Mastro Bat­ti­sta in veri­tà è, sì, famo­so, ma il suo pas­sa­to non è dei più lim­pi­di: cava­den­ti (den­ti­sta), medi­co di cata­rat­te, mal del­la pie­tra (cal­co­li rena­li) e per­si­no mal fran­cio­so (sifi­li­de). Ban­di­to da Vene­zia, era sta­to accol­to a Sie­na con pub­bli­ci ono­ri. L’umanista Pao­lo Gio­vio descri­ve Mastro Bat­ti­sta come «impu­rus, cru­de­lis, fal­la­cis­si­mus» (spor­co, cru­de­le e gran bugiar­do), ma dota­to di «inge­nio expe­di­to et sin­gu­la­ris digi­to­rum argu­tia» (intel­let­to bril­lan­te e mani d’oro).

Dei neces­sa­ri appog­gi a cor­te si occu­pa il car­di­nal Raf­fae­le Ria­rio, da sem­pre tes­si­to­re di con­giu­re e avver­sa­rio dei Medi­ci fin dai tem­pi del­la con­giu­ra dei Paz­zi. Ria­rio pre­pa­ra la stra­da a Mastro Bat­ti­sta facen­do licen­zia­re il medi­co papa­le Jaco­po da Bre­scia.

L’incontro fra Papa Leo­ne e il nuo­vo dot­to­re, Mastro Bat­ti­sta da Ver­cel­li, avvie­ne a ini­zio giu­gno 1517, pro­ba­bil­men­te già alla Maglia­na, dove il pon­te­fi­ce tra­scor­re la bel­la sta­gio­ne.

Papa Leo­ne è afflit­to da un ter­ri­bi­le dolo­re al fon­do schie­na, ma Papa Leo­ne non si fida affat­to. Addu­cen­do una «salu­ta­ri qua­dam vere­cun­dia» (un cer­to salu­ta­re pudo­re) rifiu­ta di mostrar­gli la par­te dolen­te, e sguin­za­glia le spie. Vie­ne così a sape­re, inter­cet­tan­do una let­te­ra cifra­ta, che è in atto una con­giu­ra per avve­le­nar­lo. Aiu­ta­to dal pro­cu­ra­to­re fisca­le Mario da Peru­sco Papa Leo­ne dà il via alla raf­fi­na­ta rina­sci­men­ta­le ven­det­ta. Invia una let­te­ra ami­che­vo­le al car­di­na­le Alfon­so Petruc­ci, capo dei con­giu­ra­ti, invi­tan­do­lo a Roma, e spe­di­sce Mastro Bat­ti­sta ver­so Firen­ze, a cura­re un caso di sifi­li­de.

Giun­to a Roma, Petruc­ci fini­sce diret­ta­men­te a Castel Sant’Angelo e vie­ne stran­go­la­to dal Moro Rolan­do, non pri­ma però di aver fat­to i nomi di tut­ti i con­giu­ra­ti. Il 22 giu­gno i por­po­ra­ti Ria­rio, Sau­li, Vol­ter­ra­no e Castel­la­ne­se sono spo­glia­ti del­la digni­tà car­di­na­li­zia, men­tre Mastro Bat­ti­sta, ricon­dot­to a Roma, vie­ne tor­tu­ra­to e squar­ta­to vivo.

Il 24 ago­sto per i 13 con­giu­ra­ti arri­va il per­do­no: Papa Leo­ne con­ce­de a tut­ti la gra­tia sub con­di­cio­ne, cioè un’indulgenza a paga­men­to. Per Ria­rio il prez­zo è altis­si­mo: deve con­se­gna­re il suo sfar­zo­so palaz­zo urba­no, appe­na com­ple­ta­to dal Bra­man­te, che diven­ta da allo­ra sede del­la Can­cel­le­ria papa­le. Alcu­ni auto­ri moder­ni (L. Gua­li­no e R. Bet­ti­ca-Gio­van­ni­ni) sosten­go­no con docu­men­ti d’archivio l’innocenza di Mastro Bat­ti­sta. Di cer­to la con­giu­ra fu per Papa Leo­ne un gigan­te­sco e prov­vi­den­zia­le affa­re.

 

 

  1. — Il cena­co­lo di Papa Leo­ne (giar­di­no e uccel­lie­ra)

 

In aggior­na­men­to.

 

…tra­sfor­mò la vil­la in un luo­go di incon­tri let­te­ra­ri, di con­cer­ti e spet­ta­co­li tea­tra­li.

…pro­se­guen­do sot­to Leo­ne X (1513−1521) Medi­ci. Gra­zie a loro, la dimo­ra fu tra­sfor­ma­ta in una nobi­le vil­la resi­den­zia­le, fre­quen­ta­ta da let­te­ra­ti, arti­sti e musi­ci­sti.

Lo spa­zio ester­no alla resi­den­za fu siste­ma­to a giar­di­no e cor­re­da­to da una uccel­lie­ra, men­tre la tenu­ta fu inte­res­sa­ta da lavo­ri per miglio­ra­re le col­ti­va­zio­ni.

 

 

  1. — La deca­den­za

 

In aggior­na­men­to.

 

Con la fine dell’epoca rina­sci­men­ta­le, anche il castel­lo cad­de in disu­so e pro­gres­si­va­men­te abban­do­na­to; fu dato in pro­prie­tà al mona­ste­ro di san­ta Ceci­lia in Tra­ste­ve­re, che lo affit­tò a pri­va­ti.

Dal XVII seco­lo, anche a cau­sa dell’insorgenza del­la mala­ria, la vil­la cad­de in pro­gres­si­vo abban­do­no, ridot­ta a casa­le agri­co­lo.

L’epoca d’oro del­la Maglia­na, il tem­po feli­ce di Papa Giu­lio, di Papa Leo­ne e di Raf­fael­lo, era ormai fini­to. Eppu­re per tut­to il Cin­que­cen­to il fasci­no del Castel­lo del­la Maglia­na con­ti­nuò anco­ra a desta­re l’interesse e l’emulazione dei papi. Pio IV (1559−1565) fece del­le aggiun­te, che mar­cò con le sue inse­gne: risa­le al suo pon­ti­fi­ca­to la deli­zio­sa fon­ta­na nel­la cor­te inter­na.

Sisto V (1585−1590) fece dipin­ge­re alcu­ne stan­ze rima­ste pri­ve di deco­ra­zio­ni. Il Rina­sci­men­to, fino all’estremo limi­te del­la deca­den­za, lasciò dun­que trac­ce pro­fon­de in que­sto luo­go, insie­me pro­fa­no e di rac­co­gli­men­to, caro per oltre cen­to anni ad una ven­ti­na di papi.

Il Sei­cen­to aprì il Papa­to ad un’era di decli­no e di sud­di­tan­za poli­ti­ca, e rele­gò il Castel­lo del­la Maglia­na in un ruo­lo di mag­gio­re auste­ri­tà. Impos­si­bi­li­ta­ti ormai a fare la guer­ra, i papi smi­se­ro di col­po anche di anda­re a cac­cia. In bre­ve, la Maglia­na non ebbe più ragio­ne di esi­ste­re! Da Cle­men­te VIII in poi la tenu­ta comin­ciò anche ad esse­re tra­scu­ra­ta dal pun­to di vista agri­co­lo; meno di un seco­lo dopo l’abbandono fu com­ple­to.

Così com­ple­to che la Came­ra Apo­sto­li­ca ne alie­nò la pro­prie­tà alle Mona­che di San­ta Ceci­lia. E da allo­ra la rovi­na regnò sovra­na. La Maglia­na, dive­nu­ta per il Con­ven­to d’Oltretevere una comu­ne pro­prie­tà di cam­pa­gna, fu con­se­gna­ta ai fat­to­ri, che non si die­de­ro alcu­na cura dei beni impro­dut­ti­vi. La deca­den­za si con­su­mò sen­za desta­re la ben­ché mini­ma pre­oc­cu­pa­zio­ne.

Anco­ra Gruyer:

Solo per un momen­to, dob­bia­mo tor­na­re alla Maglia­na del Cin­que­cen­to, alle splen­di­de mera­vi­glie di cui abbia­mo rac­con­ta­to. In mez­zo a que­sta cam­pa­gna dal­le dol­ci incre­spa­tu­re di una così auste­ra armo­nia rimet­tia­mo al suo posto la bel­la e cal­ma archi­tet­tu­ra del San Gal­lo, intat­ta e sen­za alte­ra­zio­ni. Resti­tuia­mo ai ter­re­ni intor­no al Castel­lo le ombreg­gia­tu­re di albe­ri oggi scom­par­si. Tor­nia­mo ad ascol­ta­re, dal­la cor­te inter­na, il bru­sio del­le acque di fon­te, e riper­cor­ria­mo gli stes­si pas­si di Papa Leo­ne Medi­ci. Rimet­tia­mo al loro posto, nel­le came­re, tut­ti i dipin­ti. Resti­tuia­mo alle colon­ne tut­ti i loro ara­be­schi. Rimet­tia­mo insom­ma, cia­scu­no al suo posto, gli ele­men­ti che die­de­ro vita a que­sta mera­vi­glia. Arri­via­mo per­si­no a figu­rar­ci la pre­sen­za fisi­ca di que­gli uomi­ni del pas­sa­to, così for­ti nel carat­te­re, così bril­lan­ti nel­la men­te, così pom­po­si nei tito­li nobi­lia­ri. Com­pe­ne­tria­mo­ci insom­ma dell’atmosfera mora­le e dell’esprit du temps, del­la sua inge­nui­tà, del­le sue pas­sio­ni, del­le sue con­vin­zio­ni e del suo amo­re per la bel­lez­za spin­ta fin qua­si alla super­sti­zio­ne.

Ecco, men­tre i moti dell’animo ci tur­ba­no, da fuo­ri entria­mo nel­la pic­co­la cap­pel­la, dove stret­ti intor­no al Papa rive­dia­mo i più alti digni­ta­ri del­la Curia e del­la nobil­tà roma­na. Soprat­tut­to, resti­tuia­mo a que­sta cap­pel­la i due affre­schi di Raf­fael­lo, rive­sten­do­li del­la loro pri­mi­ti­va gra­zia, la loro ori­gi­na­le fre­schez­za, la loro intat­ta bel­lez­za…

Dopo esser­ci lascia­ti rapi­re da que­sta visio­ne del pas­sa­to ecco… ora, solo ora, apria­mo gli occhi alla real­tà di oggi! Cadre­mo dall’alto in bas­so. Ma sare­mo in gra­do, dal­la cer­tez­za di ciò che è, rico­strui­re ciò che fu.

Di segui­to il testo in fran­ce­se:

Si les beaux jours… j’allais dire les grands jours de la Maglia­na… éta­ient pas­sés avec Jules II, Léon X et Raphaël, l’attrait de cet­te rési­den­ce devait, jusqùà la fin du XVIe siè­cle, sol­li­ci­ter enco­re la faveur et l’émulation des papes. Pie IV (1559−1565) y fit quel­ques addi­tions qùil mar­qua de ses armes; la char­man­te fon­tai­ne de la cour date de son pon­ti­fi­cat. Six­te-Quint (1585−1590) fit pein­dre aus­si quel­ques cham­bres restées sans déco­ra­tion. La Renais­san­ce, jusqùaux extrê­mes limi­tes de sa déca­den­ce, a donc lais­sé des tra­ces pro­fon­des dans ce lieu tout à la fois pro­fa­ne et recueil­li, cher pen­dant plus de cent ans à une suc­ces­sion de vingt papes…

Le XVIIe siè­cle, en ouvrant à la papau­té une ère d’abaissement et de dépen­dan­ce poli­ti­ques, la con­trai­gnit à une plus gran­de appa­ren­ce d’austérité. Les papes, mis désor­mais dans l’impossibilité de fai­re la guer­re, renon­cè­rent du même coup au plai­sir de la chas­se, et la Maglia­na n’eut plus de rai­son d’être. Aus­si, à par­tir de Clé­ment VIII, commença-t-elle à être délais­sée. Moins d’un siè­cle après, l’abandon fut com­plet.

Si com­plet que la Cham­bre pon­ti­fi­ca­le se déchar­gea de la pro­prié­té entre les mains des reli­gieu­ses de Sain­te-Céci­le. Dès lors, la rui­ne se mit de la par­tie. La Maglia­na, deve­nue pour le cou­vent du Tra­ste­ve­re une sim­ple pro­prié­té de cam­pa­gne, fut aban­don­née à des fer­miers qui ne pri­rent nul sou­ci des cho­ses impro­duc­ti­ves, et la dégra­da­tion se fit sans éveil­ler la mo1in­dre sol­li­ci­tu­de.

Cepen­dant, on con­ti­nua jusqùà nos jours à dire la mes­se dans l’ancienne cha­pel­le papa­le. Or, ce qui aurait dû pré­ser­ver les pein­tu­res de cet­te cha­pel­le fut, pour l’une d’elles, la cau­se d’une rui­ne défi­ni­ti­ve. En 1830, le fer­mier Vitel­li, ne vou­lant point être mélé à ses dome­sti­ques, se don­na le luxe d’une tri­bu­ne spé­cia­le, et, pour arri­ver à sa tri­bu­ne, fit per­cer une por­te au beau milieu du Mar­ty­re de sain­te Céci­le.

Plus tard, les reli­gieu­ses elles-mêmes, ayant besoin d’argent et pen­sant avec rai­son avoir un tré­sor dans ce qui leur restait des fre­sques de Raphaël, les firent trans­por­ter sur toi­le pour les enga­ger au Mont-de-pié­té, où nous les avons vues à Rome en 1858. Du Mont-de-pié­té, où elles restè­rent près d’un an, elles allè­rent dans une des sal­les d’entrée de la basi­li­que de Sain­te-Céci­le in Tra­ste­ve­re.

En 1869, enfin, M. L. Oudry en fit l’acquisition et les appor­ta en Fran­ce à tra­vers mil­le dif­fi­cul­tés de doua­ne et de trans­port.

Au prix de quels sacri­fi­ces se firent tou­tes ces péré­gri­na­tions? L’état actuel de ces pein­tu­res le dit avec trop d’évidence. Mais, avant de regar­der la rui­ne, tel­le que l’ont fai­te le temps et les hom­mes, repor­tons-nous un moment par la pen­sée vers cet­te Maglia­na du XVIe siè­cle, tou­te resplen­dis­san­te de tant de mer­veil­les fraîchement éclo­ses.

Au milieu de cet­te cam­pa­gne aux ondu­la­tions d’une si austè­re har­mo­nie, repré­sen­tons nous la bel­le et cal­me archi­tec­tu­re, intac­te et sans alté­ra­tions, d’un archi­tec­te tel que San Gal­lo. Resti­tuons, aux alen­tours de la vil­la, les ombra­ges qui ne sont plus. Ecou­tons, dans les cours, le bruit des eaux jail­lis­san­tes ame­nées par Léon X. Replaçons dans les cham­bres tou­tes les pein­tu­res, sur les pila­stres tou­tes les ara­be­sques. Figu­rons-nous les vrais maîtres de tous ces enchan­te­men­ts. Revoyons en ima­gi­na­tion tous ces per­son­na­ges, si remar­qua­bles par le carac­tè­re, si bril­lan­ts par le costu­me, si pom­peux par le titre. Péné­trons-nous de l’atmosphère mora­le et de l’esprit du temps, de sa naïveté, de ses pas­sions, de ses croyan­ces et de son amour du beau pous­sé jusqùà la super­sti­tion.

Tan­dis que les meu­tes s’impatientent au dehors, entrons dans la peti­te cha­pel­le où se pres­sent autour du pape les plus hau­ts digni­tai­res de la Cham­bre apo­sto­li­que et de la nobles­se romai­ne. Ren­dons sur­tout à cet­te cha­pel­le les deux fre­sques de Raphaël en les parant de leur grâ­ce nati­ve, de leur fraîcheur ori­gi­nel­le, de leur beau­té pre­miè­re…

Après nous être lais­sé ravir par cet­te vision du pas­sé, rou­vrons les yeux à la réa­li­té con­tem­po­rai­ne; nous tom­be­rons de haut, mais nous sau­rons, à l’aide de ce qui est, recon­sti­tuer ce qui fut.

 

 

  1. — I restau­ri del 1959

 

Nel 1959 l’intero com­ples­so è sta­to acqui­sta­to e restau­ra­to dal Sovra­no Mili­ta­re Ordi­ne di Mal­ta. Oggi ospi­ta gli uffi­ci e la dire­zio­ne del vici­no ospe­da­le San Gio­van­ni Bat­ti­sta, di pro­prie­tà del­lo stes­so Ordi­ne.

Per la sua rina­sci­ta dob­bia­mo atten­de­re il 1959, quan­do fu cedu­ta dal­lo Sta­to Ita­lia­no all’Ordine dei Cava­lie­ri di Mal­ta che la ria­dat­ta­ro­no, tra­sfor­man­do­la nell’attuale Ospe­da­le inti­to­la­to a S. Gio­van­ni Bat­ti­sta.

Le scu­de­rie, ora occu­pa­te dall’Amministrazione dell’Ospedale san Gio­van­ni Bat­ti­sta del Sovra­no Mili­ta­re Ordi­ne di Mal­ta, com­ple­ta­va­no il com­ples­so, per­ve­nu­to al mede­si­mo Ordi­ne nel 1959.

Duran­te lo stes­so perio­do fu ristrut­tu­ra­ta anche l’antica cap­pel­la di San Gio­van­ni Bat­ti­sta.

Nel­la vol­ta che sovra­sta l’altare del­la cap­pel­la di San Gio­van­ni Bat­ti­sta, Raf­fael­lo San­zio dipin­se l’Eterno Padre bene­di­cen­te fra ange­li e che­ru­bi­ni (oggi al Lou­vre), men­tre sul­la vol­ta dell’arco del­la nava­ta cen­tra­le dipin­se il Mar­ti­rio di san­ta Ceci­lia (fram­men­ti nel Musée des Beaux-Arts di Nar­bon­ne).

Il Bra­man­te fu impe­gna­to nel­la rea­liz­za­zio­ne del­la Cap­pel­la dedi­ca­ta a S.Giovanni Bat­ti­sta; Raf­fael­lo ed i suoi disce­po­li e Geri­no da Pisto­ia, allie­vo del Peru­gi­no, ese­gui­ro­no la deco­ra­zio­ne pit­to­ri­ca. Nel cor­so dell’800 però, mol­te di que­ste pre­zio­se ope­re pit­to­ri­che furo­no distac­ca­te e tra­sfe­ri­te in luo­ghi diver­si: Museo del Lou­vre di Pari­gi, Museo d’Arte di Nar­bon­ne, cap­pel­la Gras­si a Lora (Como), Museo di Roma – Palaz­zo Bra­schi.