Ottaviano è il nuovo Romolo che rifonda le istituzioni romane, sin dalle fondamenta. Riedifica la città, che è già grande, e con lui diventa grandiosa. “L’ha trovata di mattoni, la lascia di marmo”, scriverà più tardi Svetonio.

Secondo lo storiografo quel destino è scritto in innumerevoli presagi, che riguardano Ottaviano fin da bambino. Il primo di essi ci porta Ad Quartum Campanæ Viæ ― al IV miglio della Via Campana, più o meno dove oggi c’è la Borgata Petrelli ―, che allora è coperta da un nemus, un bosco sacro. Ottaviano bambino si trova lì, sta facendo spensierato una merenda campestre con pane e formaggio.

Quand’ecco che dall’alto un’aquila punta in picchiata verso di lui e gli porta via di mano il pane. Risalendo in quota, il rapace ha una premonizione: il bambinetto che ha derubato sarà un giorno imperatore. Così, scende a terra con la coda tra le zampe e riconsegna il maltolto. Fa di più: si inchina al futuro Augusto, si accovaccia docile ai suoi piedi e da allora diventa il suo animale d’affezione.

Dalla favola all’allegoria: l’aquila è Roma, un tempo sola nel cielo e senza padroni; quell’aquila maestosa è ormai pronta a sottomettersi all’autorità di un Princeps. Il tempo della Res publica è finito.

Ottaviano diviene ufficialmente imperatore nel 28 a.C. e l’anno seguente prende anche il titolo di Augusto. Incomincia a tappe serrate la restaurazione augustea, recuperando il mos maiorum, i virtuosi valori tradizionali.

Quali sono questi valori? Ne abbiamo già trovato un saggio nell’elogio funerario di Turia, che ne stila addirittura un elenco: “il pudore, il rispetto, l’amabilità, la mitezza, la dedizione al lavoro domestico, la religiosità senza fanatismi, il rifiuto di indossare abiti e gioielli vistosi…”.

E a proposito di Turia, lei e Vespillone devono affrontare insieme ancora un’ultima prova: non riescono ad avere figli. Il motivo è facilmente immaginabile: il matrimonio in età avanzata. Ma una coppia che non prolifica è un grosso problema, nella società augustea. La legge consente addirittura al marito di ripudiare la moglie sterile o di concepire un erede fuori dal matrimonio. Tuttavia, i due coniugi si sono scelti, non saprebbero immaginare una vita con qualcun altro. E così fanno di necessità virtù: accolgono a casa loro ragazze orfane e le crescono come figlie. Turia sa leggere i tempi che cambiano e riscrivere le regole sociali conformandole a una saggezza antica: “Aggiungi un posto a tavola”, come Acca Larentia a suo tempo.

La restaurazione augustea è profonda anche sul piano religioso: Augusto fa tabula rasa dei culti più recenti o pericolosi per la stabilità sociale e riporta in auge quelli tradizionali. Così alla Magliana la dea Fortuna cessa di essere venerata, mentre il collegio sacerdotale dei Fratelli Arvali, che col tempo era caduto in desuetudine, viene ripristinato. E Augusto, in un legame ideale con Romolo, nomina se stesso dodicesimo arvale.

Gli undici nuovi Arvali sono i suoi oppositori di un tempo, che Augusto lega a sé in un’alleanza siglata davanti agli dèi. È una fine operazione politica: gli Arvali pregano ora non solo per la fecondità della terra ma per la prosperità dell’Impero, la salute del Princeps, la grandezza di Roma.

L’Urbe conosce sotto Augusto una trasformazione urbanistica e organizzativa radicale. Augusto sistema alveo e rive del Tevere per prevenire le inondazioni; istituisce i vigiles per domare gli incendi; restaura edifici fatiscenti e dà loro nuove funzioni urbane. Prendono forma edifici spettacolari: l’Ara Pacis, il Pantheon, il ricostruito Foro. Roma, metropoli da un milione di abitanti, viene suddivisa in 14 regiones amministrative. La Magliana è parte della Regio XIV, il quadrante periferico della riva destra, chiamato Trans Tiberim, oltre il Tevere. Trastevere.

Il successore Tiberio porta a compimento i cantieri avviati da Augusto. Tiberio visita la Magliana, inaugurando la riedificazione del Tetrastylum e il grandioso Tempio rotondo della dea Dia. Il suo aspetto è simile al celebre monumento del Pantheon, con al centro un simulacro di Dia, andato purtroppo perduto. Del Tempio rotondo rimane oggi soltanto il piano del basamento, che è anche la cantina di una rinomata trattoria romanesca, la Tavernaccia, via Tempio degli Arvali 27.

Il bosco degli Arvali si struttura così nella sua forma definitiva di un santuario in tre settori. La parte rivierasca ― l’Antelucum ― ospita il Tetrastylum; al centro c’è il Lucus solcato dalla Via Campana con il Tempio di Dia; c’è infine un settore d’altura ― il Clivus ―, che si arrampica a terrazze fino a raggiungere un’ara consacrata ai Lari.