Gli anni che precedono e seguono l’anno Mille sono anni di grande trascuratezza. Un’indagine al radiocarbonio, condotta nel 2007 su un tratto della Via Portuense-Campana alla nuova Fiera di Roma, ha messo in luce che intorno all’anno 982 dev’esserci stata una grande esondazione del Tevere: la strada, sommersa dal fango, da allora non viene più ritrovata. Un documento del 1011 attesta che comunque la strada è percorribile almeno fino al sepolcro del Trullo, trasformato in quel periodo nella chiesina campestre del Trullus de Maximis.

La chiesina di San Pietro è in totale abbandono. Un diploma del 1019, che accorda la tenuta di Campo Merlo al vescovo di Porto, parla di prati incolti senza nemmeno far più cenno alla chiesina. L’ultimo avvistamento della chiesina di Campo Merlo risale all’umanista Flavio Biondo, a metà Quattrocento: “Ecclesia Sancti Petri, quæ Via Portuense ad Pontem Meruli dirupta cernitur”. Dirupta: ovvero giace in rovina.

Torniamo indietro al VII miglio. Qui, a ridosso dell’anno Mille, si costituisce una nuova proprietà agricola: il Fundus Manlianus, la tenuta della Magliana.

L’atto di concessione risale all’anno 1018 e reca il sigillo di Papa Benedetto VIII. Si tratta del primo atto ufficiale in cui compare la parola “Magliana”. Questo atto affida la tenuta al vescovo di Porto. La tenuta ha un’estensione notevole: dalle rive del Tevere prosegue nell’entroterra, fino a raggiungere la costa tirrenica presso la torre di Palidoro.

Tuttavia, secondo il grande conoscitore della campagna romana Giuseppe Tomassetti, il nome Magliana avrebbe origini assai più antiche e risalirebbe a un precedente fondo agricolo di età romana, appartenuto alla Gens Manlia. Molti archeologi oggi dubitano di questa interpretazione, perché manca l’evidenza storica ― un’epigrafe, un racconto ― che i Manlii abbiano mai messo piede alla Magliana.


(aggiornato il 12 Agosto 2021)