Caio Giulio nasce il 13 luglio dell’anno 100 a.C. Educato alla grammatica, è avviato alle armi e inviato in Oriente, per sfuggire alle liste di proscrizione che già hanno colpito lo zio Caio Mario. Svetonio ci tramanda una sua descrizione giovanile: “Di alta statura e carnagione chiara, sopporta malissimo il difetto dei pochi capelli, per il quale spesso viene deriso. Per questo fa il riportino in avanti”.

Tornato a Roma, Caio Giulio inizia un folgorante cursus honorum: è prima questore, poi edile, pretore, pontefice, governatore, console e infine generale, a capo della spedizione di conquista in Gallia.

Il senatore Marco Tullio Cicerone, che è un suo oppositore politico, ci ha lasciato un’altra descrizione, severa e allo stesso tempo ammirata: “Ha memoria e ingegno, cultura ed equilibrio, prontezza. Ma non ha altra ambizione che il potere, che persegue con sprezzo del pericolo. La plebe se l’è conquistata con elargizioni di grano, opere pubbliche e feste; i suoi li ha conquistati con i premi; gli avversari con la clemenza. A Roma, un tempo fieramente libera, ha dato l’abitudine di servire”.

Cicerone ci vede lungo: Caio Giulio intende percorrere la strada verso il potere assoluto, vuole farsi re. Pompeo è l’unico che gli si opponga. Il 10 gennaio del 49 le legioni di Caio Giulio varcano il fiume Rubicone, il confine territoriale vietato agli eserciti, per raggiungere Roma e regolare i conti con il rivale. Il dado della sorte è lanciato: Alea jacta est. Quando Cesare giunge a Roma, però, scopre che Pompeo non c’è più. Lui e i suoi eserciti si sono imbarcati per mare.

È in quei giorni di ozio forzato che Caio Giulio acquista una proprietà fondiaria adagiata sulla riva destra del Tevere, tra le pendici meridionali del Gianicolo e l’attuale quartiere Marconi. Si tratta di un terreno incolto, buono solamente per il pascolo. In latino i terreni di questo tipo si chiamano “horti”.

Questo acquisto ha una ragione precisa. Giunto a Roma da conquistatore, Caio Giulio ha portato con sé anche una mandria di cavalli da guerra, in dotazione alle sue legioni. La tradizione vuole che, una volta conclusa la campagna militare, i cavalli ormai inutili vengano immolati al dio Marte. Caio Giulio sa bene che la guerra è tutt’altro che finita: quei cavalli possono servirgli ancora.

E così il generale decide di tenerli in vita, consacrandoli a Marte in una mandria sacra,  curandone da allora a sue spese da allora il mantenimento e la stabulazione negli Horti. È una mossa abilissima: camuffati da mandria sacra, Caio Giulio tiene la cavalleria da guerra alle porte di Roma.

Negli Horti Caio Giulio, riconoscente per la sua buona sorte, fa edificare anche un tempio dedicato alla dea Fors Fortuna. Nel 1939 l’archeologo Jacopi ne identifica, poco prima dell’attuale Ponte Marconi, un largo podio rettangolare in opera a sacco, rinvenendo anche alcuni fregi marmorei a motivi vegetali e trofei. Non c’è la parte in elevazione né il tetto, che le fonti descrivono come ricoperto d’oro. Jacopi ritrova tuttavia una lucerna, decorata con una figura femminile con una cornucopia, secondo l’iconografia tradizionale di Fortuna.

L’identificazione di questa struttura è tuttavia controversa. Se Tacito e Plutarco confermano che negli Horti è presente il tempio della dea della buona sorte, l’archeologo Rodolfo Lanciani, basandosi sui Fasti dell’Equilino, tende a collocarli “ad miliarium primum”, al primo miglio della Via Campana, cioè a Porta Portese, più o meno alla Madonna del Riposo su via Ettore Rolli.

Va detto che tra primo e quinto miglio della Via Campana sono presenti ben quattro templi dedicati alla dea Fortuna: Jacopi e Lanciani potrebbero insomma avere ragione entrambi.

Riprendiamo il racconto. Caio Giulio si imbarca per mare e inizia l’inseguimento di Pompeo. Arriva in Spagna, e poi in Africa. Dà battaglia, ma manca sempre la vittoria decisiva. Ritrova Pompeo in Grecia e lo affronta, ma il rivale fugge ancora, in Egitto.

Quanco Caio Giulio arriva in Egitto, ad Alessandria, infuria la guerra civile. La regina Cleopatra è stata deposta, dal consigliere Potino che ha preso il potere.

Caio Giulio lo incontra. Viene a sapere che Potino ha ucciso Pompeo, e gli presenta la sua testa su un piatto d’argento. La reazione del generale romano è sdegnata, tanto da catturare Potino e giustiziarlo.

Cleopatra dunque torna ad essere regina, e incontra Caio Giulio. Per il generale, si tratta dell’incontro della vita. Trova una donna di appena 22 anni, affascinante, volitiva, con una biografia personale assai simile alla sua: Cleopatra.

I due parlano entrambi il greco, ma per capirsi basta loro uno sguardo. Caio Giulio vuole il trono d’Egitto per impadronirsi delle sue ricchezze, e Cleopatra, non potendo fermarlo, vuole sedersi al suo fianco. Il compromesso va bene a entrambi. L’intesa è istantanea e leggendaria. Sicuramente, il potere è un fortissimo collante. Ma scatta qualcosa di più: la scintilla di una ardente passione. Ne nascerà un figlio: Cesarione.

Nel 46 a.C. Caio Giulio, ormai padrone di un Egitto pacificato, decide di tornare a Roma, per incassare il credito di popolarità maturato con le sue campagne e candidarsi al potere supremo nella Res publica. La regina-amante potrebbe tranquillamente rimanere in Egitto come suo luogotenente. Ma Cleopatra lancia anche lei il dado della sorte: si imbarca con lui, per tentare insieme l’assalto a una comune fortuna.

Le navi gettano l’ancora a Ostia. Cicerone, venuto a sapere dell’illustre accompagnatrice, non manca di definirla un “pericolo pubblico”. La descrive “bassa e col naso a becco” e le affibbia un nomignolo popolarissimo: Crocodyla, ovvero donna-coccodrillo, alludendo al carattere esotico e letale dei rettili del Nilo.

È in quel momento che gli Horti tornano di nuovo utili a Caio Giulio. Calpurnia, sua moglie, è stata informata dei chiacchiericci sul conto del marito e della regina, e vieta a Caio Giulio di alloggiare Cleopatra nella reggia sul colle Palatino. E Cleopatra finisce agli Horti, tra erbacce e cavalli sacri, a distanza di sicurezza dalla moglie.

Possiamo immaginare lo stato d’animo di Cleopatra, confinata in quel luogo di desolazione.

Calpurnia reagisce ostentando un misurato contegno romano: assiste impassibile alla parata trionfale, in cui Cleopatra sfila prigioniera in catene d’oro, su un trono d’oro trainato da 40 elefanti e centinaia di schiavi nubiani. Calpurnia è preoccupata. Sa che in Senato c’è chi preme affinché Caio Giulio ripudi Calpurnia e sposi Cleopatra, allettato dalla prospettiva di acquisire l’Egitto per via dinastica.

Chiusa in un severo silenzio, dal Palatino Calpurnia scruta ogni giorno gli Horti, che vede mutare sotto i suoi occhi. La rivale ha avviato un gigantesco cantiere edilizio e sta via via trasformando quei campi desolati in una sfarzosa corte orientale, sul modello della Corte di Alessandria. Cleopatra vi alloggerà per due anni, fino alle tragiche idi di marzo dell’anno 44.