Arriva il tempo di Adriano (117-138), l’epoca della massima felicità dell’Impero. Adriano prosegue il rinnovamento dell’Urbe, e le attenzioni si allargano ora anche al circondario, con ville suburbane sontuose, come la Villa Adriana di Tivoli. Le élite patrizie si sfidano in una competizione del lusso sfrenato, a suon di statue, marmi e mosaici.

Una di queste dimore da favola viene casualmente alla luce nel 1976, durante lavori agricoli al Casale Tocchella, via della Magliana 854. Emergono le stanze del dominus e le grandi colonne di un peristilio. La villa ha anche delle terme private, con ambienti in marmo di Carrara, cipollino e grigio-venato; altri con mosaici, in bianco e nero o policromi. Venti ambienti sfarzosissimi in tutto, l’uno pacchianamente diverso dall’altro. Il fortunato dominus della Magliana manca forse di stile ma è di sicuro ricchissimo. Il suo nome ci è sconosciuto.

La Roma di Adriano vive un tempo di efficienza economica, tolleranza culturale, fermento delle arti. Eppure vive anche una sottile inquietudine, legata all’imminenza di un passaggio d’epoca. Adriano, da sensibile letterato, è capace di intuire che la parabola di Roma avrà una fine, così come la vita di ogni individuo.

Questo senso di straniamento ci è raccontato con maestria dalla scrittrice francese Marguerite Yourcenar (1903-1987), autrice nel 1951 del romanzo Memorie di Adriano. La scrittrice fa pronunciare ad Adriano versi famosissimi: “Ànimula, vàgula, blàndula: hospes comes corporis!”. Cioè: “Anima fragile e vagabonda: tu non sei un corpo, tu hai un corpo!”. “E quando te ne allontanerai ― prosegue ― resterà di te un’ombra, che vivrà nel rimpianto dei giochi infantili”.

Proprio in quell’anno, il 1951, avviene su via della Magliana Antica un ritrovamento eccezionale: una tomba a camera del tempo di Adriano, che sembra andare a rispondere, con immagini dipinte a fresco, al quesito esistenziale posto dalla Yourcenar. Dall’altra parte, assicura uno sconosciuto pittore, ci sono i Campi elisi. E si potrà giocare ancora.

Gli affreschi raccontano la vita spensierata dei due ragazzini ― forse fratello e sorella ―, fatta di giochi infantili e della costruzione delle prime relazioni sociali. Ai due ragazzini, che in vita si sono condotti secondo pietas e iustitia ― la pietas è il rispetto delle leggi divine, la iustitia delle regole umane ― è concessa la ricompensa di accedere ai Campi elisi, un luogo di eterna primavera in cui vivere nel proprio “tempo migliore” e giocare per sempre ai giochi prediletti. Gli affreschi ne fanno l’elenco, scena dopo scena.

La prima scena raffigura la corsa spericolata di un ragazzino su un carretto a tre ruote, il plaustrum, straordinariamente simile a un moderno monopattino. Con una gamba si tiene in equilibrio sul telaio e con l’altra sospinge la corsa. Questo oggetto antico è capace di incarnare un sogno senza tempo: correre senza freni alla velocità del vento.

La seconda scena ci immerge nella socialità del gioco degli astragali, parenti poveri dei dadi. Quattro giovanissimi sono seduti a terra, mentre un quinto effettua il lancio. Gli astragali sono ossicini del tarso posteriore dei caprini, con sole quattro facce utili: la faccia piatta (chiamata canis, cane) vale 1 e quella opposta (il Venus, Venere) vale 6; ai lati si trovano il cavo e il dorso, che valgono 3 e 4; mancano il 2 e il 5.

La terza scena ci fa giocare alla moscacieca. Lo scrittore Pollione ci ha trasmesso molte informazioni su questo gioco, che i Romani chiamano musca eburnea (“mosca bianca”). I compagni di gioco recitano una filastrocca ― “Inseguo la mosca bianca” ― e la mosca, con le mani a coprire gli occhi, risponde: “La cerchi, la trovi, non la acchiappi”. Questo dialogo permette alla mosca di ritrovare l’orientamento e i compagni di gioco.

L’ultima scena raffigura il gioco della pallavolo, il trigon. Tre ragazzini colpiscono una palla fluttuante nell’aria: la pila trigonalis, un piccolo sacco di cuoio imbottito di sabbia. L’obiettivo comune è tenere la palla sospesa il più a lungo possibile, finché uno dei giocatori vi pone termine con un lancio di forza, una moderna schiacciata.

Il trigon è una delle infinite varietà del gioco della palla ― lo sphæristerium ―, per il quale i Romani di ogni età impazziscono. Se il trigon è un gioco per ragazzini, gli adulti praticano il pulverulentus, il “gioco che fa polvere”, a metà tra calcio e rugby, in cui ci si contende a spintoni il possesso di una piccola palla di cuoio piena di sassolini, l’harpastum. C’è poi la paganica, una grande palla di stoffa riempita di piume, destinata alla prima infanzia. Ma tra tutte, la palla più desiderata è il follis, una palla molto grande e gonfia d’aria, con cui giocano gli anziani nelle terme.

Nella tomba è presente ancora un’altra scena, che ci proietta nel mondo dei genitori. Anche a loro sarà concesso di rivivere, nei Campi elisi, il proprio tempo migliore. I due coniugi sono raffigurati all’età di vent’anni, appena dopo il matrimonio, sdraiati su un triclinio durante un banchetto. La moglie indica col dito a un’ancella tre piattelli vuoti, da riempire con le poste iniziali per i commensali: il piatto piange.

Protagonisti del gioco conviviale sono ancora gli astragali, usati come nel moderno poker. Ogni giocatore lancia quattro astragali cercando di ottenere ― o di evitare ― una tra le 35 possibili combinazioni. Le più temute sono l’Anubis (quattro cani, 1-1-1-1) e il canis (tre cani e un cavo, 1-1-1-3): entrambe obbligano chi li fa a versare dei denari sul piatto.

Il Venus (il “colpo di Venere”: quattro facce diverse, 1-3-4-6) è il sogno proibito di ogni giocatore, perché autorizza chi lo fa a prendere il piatto. Un celebre giocatore, il poeta Marziale, ha scritto al riguardo un epigramma famoso. Marziale, avendo donato a un amico quattro astragali, gli dice: “Aspetta prima di ringraziarmi. Fallo solo quando nessuno di essi ti mostrerà una faccia uguale!”.


(aggiornato il 2 Agosto 2021)


È il curatore di questo portale. Fa di tutto un po’: scrive, mette on line e cerca nuove idee.